La banalità del male
Gianni Mereghetti - 25-01-2003
“La banalità del male” deriva, come giustamente sostiene Hannah Arendt, dall’assenza di giudizio.

Per questo la giornata della memoria non può essere solo una rievocazione della violenza compiuta nel Novecento, con efferatezza e disumanità mai prima viste, ma deve arrivare a provocare la mossa della libertà verso un affronto critico del reale, quello del passato e quello del presente.

Senza la dimensione del giudizio la memoria è deprivata dello slancio creativo che la caratterizza e che la fa essere generatrice di novità.

In questo caso poi sarebbe oberata dal peso del male e finirebbe nel letto di Procuste del moralismo. Invece la memoria, facendosi giudizio, porta l’uomo a comprendere che la possibilità di vincere il male sta da una parte nel prendere coscienza che fa parte di noi, dall’altra nel chiedere a Dio di liberarcene.

E’ vivendo la memoria fino al grido a Dio che si riscopre che la novità del mondo sta nella libertà dell’uomo, proprio quella che le ideologie totalitarie di ieri e di oggi hanno tentato di negare, ma che rappresenta il fattore con cui riinizia l’umano in ogni istante.


"...la questione della verità e della responsabilità su quella "banalità del male" che ha imperversato negli ultimi dieci anni di storia balcanica, sorge come un'istanza profonda e di notevole importanza, meritevole di tutta l'attenzione possibile. Solo attraverso un processo di riflessione responsabilizzante si potrà uscire dalle secche del pensiero in cui una cospicua parte della società d'oltre mare si è incagliata..."

Hannah Arendt a Belgrado

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