La disciplina degli indisciplinati
Antonio Gentile - 25-01-2003
L'attenzione al problema "disciplina" (nella scuola e non solo) ha caratterizzato in questo periodo la discussione sulla lista Didaweb generale.
Responsabilità dell'input alla domanda iniziale "dov'è il confine tra la libertà dei ragazzi nell'agire e il nostro disinteresse nei loro confronti" ed al dubbio immediatamente successivo: "Quante volte li lasciamo fare perché intervenire costa fatica? Quanta demagogia c'è nell'accoppiamento dei termini "educazione - democrazia?"
La consapevolezza di non potersi fermare alle aule scolastiche sta attraversando l'intero dibattito: "Quando l'essere umano non è più in grado di effettuare scelte utili alla sua persona ed alla società,non c'è più democrazia né società"… "Le regole sociali servono anche (forse soprattutto) a mandare avanti la società in modo minimamente produttivo"… "Credo che la soluzione dei problemi della scuola vada cercata fuori dalla scuola"… "Purtroppo in questo momento storico la LICENTIA e' spacciata per LIBERTAS,ovunque dovunque e comunque, in barba agli insegnamenti"… ma la ricerca di soluzioni specifiche ed interne si rende inevitabile per gli "addetti ai lavori", ben coscienti che "se i professori tacciono perché il loro compito è solo l'istruzione, va da sé che gli studenti si trovano di fronte a un vuoto, a una risposta mancata, che andranno a cercare altrove".
Il discorso si è perciò mosso tra bisogno di "paletti", di ruoli e posizioni distinti e nitidi "("Occorre fissare bene i rapporti, con chiarezza, di modo che di ricorrere alle sanzioni non vi sia bisogno") ed esigenza di andare oltre la "punizione" "("Di un "ordine" in classe fondato sulla paura, o peggio sul ricatto morale, non saprei proprio che farmene") , considerando "gli aspetti emozionali del lavoro e delle relazioni con gli allievi".
Risolvere il problema vedendo come uniche alternative il permissivismo o l'imposizione delle regole"
parrebbe " un po' riduttivo e poco efficace": potrebbe servire ripensare complessivamente alla disciplina indagandone le parole con le quali la conosciamo, la descriviamo e nel descriverla la rendiamo esperienza?
Antonio Gentile ci propone una riflessione ed una traccia di "parole in libertà" (red)


Oltre il piano della coscienza

-che’ una superficie e’ la coscienza-

nelle parole scelte,

gia’ sono le domande

e con le domande, le risposte.




La mia esperienza di insegnamento, inteso come ricerca, mi porta a tre punti di attenzione:

1.L'organizzazione dell'esperienza
2.La visione sistemica
3.L'insegnamento, e non solo l'aggiornamento e formazione, come
ricerca-azione

1.Alla base di tutto, per meglio affrontare i diversi ordini di questioni connessi alla "disciplina", c'e' l'esperienza, naturalmente. Ma non e' affatto naturale che l'esperienza porti a riconsiderare i presupposti di
partenza che guidano l' interpretazione del soggetto ( in questo caso l'insegnante). L'esperienza affina le capacità interpretative e di flessibilità di risposta alla situazione data, ma tende a perpetuare se stessa nei presupposti di inquadramento.
Neppure la discussione critica,tipicamente, consente di intaccare detti presupposti, sempre e comunque difendibili; tant'e' che più facilmente in discussioni informali, tra amici, talvolta giungiamo a varcare questa soglia e "riconsideriamo l'intera questione".
Ecco allora che solo un' organizzazione che consenta momenti di lavoro d'equipe può creare quelle condizioni di esperienza multipla che permette l'arricchimento di paradigma (professionale) dato da quel naturale confronto che nella quotidianità delle situazioni rivela approcci possibili molto diversi alla medesima *realtà*, con comune arricchimento.
( So bene che questi team sono anche fonte di litigio se si vuol far prevalere la propria modalità di approccio , rispetto ad un'ottica più corale e sistemica)

2.Cambia fortemente lo scenario se, invece di parlare di classe, parliamo di sistema-classe e in quel sistema situiamo anche l'osservatore.
La domanda dell'insegnante, infatti, non e' più "Come stabilire e far rispettare alla classe (agli elementi della classe) determinate regole di displina perche' la lezione abbia il suo corso ?" ; ma diviene: "Quali regole il sistema-classe ( e l'insegnante e' elemento della-classe-degli-elementi) riesce a darsi nel suo funzionamento ?"
Senza mettere minimamente in discussione il ruolo specifico dell'insegnante e l'asimmetria dei rapporti propri fra docente e discente, questa domanda ci apre le porte a forme nuove di regolamentazione, di rispetto della disciplina e alla scoperta di un nuovo "software del concetto di disciplina", con in più la possibilità che le scuole, docenti e studenti uniti da esperienze concrete e quotidiane , possano contribuire non solo alla scoperta dei cambiamenti su questo terreno prodotti poi dai mass media e dal tessuto sociale, ma proprio alla loro paziente, lenta ma significativa *costruzione*.

3.Se assumo l'insegnamento come separato dalla ricerca, avremo due compartimenti che sarà difficile ricongiungere: si tratterebbe di riservare alla scuola il momento della trasmissione disciplinare e all'università e ad centri specializzati, la ricerca delle questioni che definiscono poi pedagogia, didattica, psicologia, relazioni, salute, etc...
E' quello che di fatto sempre più sta avvenendo. Un solo esempio, tra i mille possibili, e' la recente reimpostazione di educazione alla salute secondo un canale informativo-trasmissivo, di natura disciplinare, rispetto a tutta la precedente elaborazione d natura progettuale...
Comunque sia, rimane il fatto che in contesti di natura trasmissiva ( conferenza, prescrizione, avviso, istruzione, ammonimento, spiegazione, informazione, indicazione,etc) tutto cio' che non rientra nell'azione prevista di trasmissione-ricezione dei messaggi e' avvertito come "rumore"...
Insegnanti lassisti ed autoritari si dividono, attraverso interminabili discussioni, rispetto alla soglia tollerabile di detto "rumore", sicuramente in continuo aumento.
Viceversa, in un contesto comunicativo anche il rumore, come il silenzio, acquista il suo significato che va volta volta ridefinito...
Voglio dire che se nella didattica prevale un modello chiuso, di natura solamente trasmissiva, avremo due questioni di disciplina interdipendenti ma distinte:

a) la disciplina intesa come materia di insegnamento che al suo interno prevede contenuti, metodo, categorie, paradigma proprio della specifica
disciplina
b) la disciplina come regole e comportamenti che consentono la trasmissione/ricezione di a).

Al contrario, se prevale un modello aperto, centrato su ricerca e comunicazione, i due ordini di problemi si unificano nello "studiuum", come osservazione attenta dell'oggetto e del contesto; di quei "giochi creativi" che affrontano insieme tanto lo statuto proprio della disciplina (a), quanto il suo concretizzarsi, qui ed ora, nel vissuto e nella rielaborazione che schemi, emozioni e comportamenti (b) consentono.
Riprendere o sanzionare un alunno o la classe e' cosa diversa dal chiedersi e trovare una soluzione soddisfacente ed efficace rispetto allo specifico evolversi del contesto comunicativo...
Anche qui lascio come implicite e scontate quelle misure organizzative che ci dicono materialmente se prende forma un modello chiuso od un modello aperto di insegnamento: disposizione dei banchi, numero alunni, orario di lavoro, organico d'istituto, modalità di formazione ed aggiornamento dei docenti, sussidi e tipi di strumentazione a disposizione delle scuole, figure, incentivi e linguaggio di riferimento, etc, etc...
Ma alla nostalgia del vecchio rigore è possibile sostituire un nuovo rigore che, ricontestualizzando proficuamente una precedente polemica tra "disciplinaristi" e "indisciplinati" (Maragliano), porti ad una nuova ricerca di insegnamento possibile : "la disciplina degli indisciplinati".




La disciplina degli indisciplinati *

“Sbagliando s’impara,
Ricercando si insegna”


  • Nel testo più contesti

  • Dietro il compito, una domanda

  • Il metodo consolida contenuti

  • I mezzi costituiscono fini

  • Moduli strutturano tempi

  • Livelli danno profondità

  • Orizzonti aprono dimensioni

  • Definendo la meta raggiungiamo obiettivi

  • Le mete sono superamento

  • Giochi creativi rivelano paradigmi

  • Se pensi che non “riesce” a capire, ti ritrovi a spiegare
    ma se realizzi che non “vuole” capire, basta indicare

  • Sintesi sono creazioni

  • Creazione significa crescita

  • Alla televisione il trasmettere; alla scuola il connettere

  • Valori: riconoscimento comune di valorizzazione

  • Veloci come frecce, tempi dell’informazione;
    lenti come anelli, quelli di formazione

  • Nel territorio ricerchi la mappa;
    di fronte al nuovo indugi: anche un tratto determina il disegno

  • Sapere, Saper fare, ma il “Saper essere” e’ “Essere solidale”

  • Monitoraggio della creazione; Riorientamento della creatura

  • La cooperazione riflette e rifrange la complessità,
    la competizione la riduce e la perde

  • Nella piramide, il vertice; nella rete la mente collettiva

  • Non un centro, ma baricentri
    Non utenti, ma attori
    Non programmazioni ma copioni

  • Unire i passi per la mission,
    aprire gli occhi per scorgere la vision,
    liberare le menti per dar spazio a più visioni

  • Il senso dei contesti comunicativi e’ sempre ridefinito dagli attori;
    chiuso il contesto, hai solo interazioni

  • Più contesti, una costellazione


*Spunti aperti al commento e alla narrazione di esperienze vissute, immaginate, messe in cantiere.






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