breve di cronaca
Pace: se non ora quando?
Il Manifesto - 16-01-2003

Nella sala gremita di palazzo Marini Ingrao e Scalfaro lanciano il loro no
alla guerra in fedeltà all'articolo 11 della costituzione, e spronano il
Parlamento a intervenire. E' la memoria della II guerra mondiale che parla,
condanna la subalternità atlantica del governo e critica gli spiragli
lasciati dal Quirinale



«Strano nel 2003, dopo tutto il cammino fatto dalla civiltà, trovarsi a
dover tornare all'interrogativo guerra-non guerra», esordisce l'ex
presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, convenuto con Pietro
Ingrao («il mio Presidente» lo chiama affettuosamente Scalfaro ricordandolo
presidente della camera) nella sala di palazzo Marini per spronare i
parlamentari a fare tutto ciò che possono e ciò che devono per dire di no
alla guerra sulla base dell'articolo 11 della Costituzione italiana. E'
strano, ma è tragicamente vero. Tutto è cambiato da quando quell'articolo,
ricorda Scalfaro, fu votato all'unanimità, il 24 marzo del `47, dai
costituenti che avevano vissuto la seconda guerra mondiale. Il mondo
bipolare è diventato globale, e con i confini certi sembra aver perso la
certezza delle Costituzioni nazionali e del diritto internazionale. Ma è
così? I cambiamenti in corso ci autorizzano, come ogni giorno viene
ventilato, a considerare la Costituzione superata, e a metterle i poteri
dell'Onu in contrapposizione? Scalfaro e Ingrao sono lì per dire di no, e
spiegare perché no alla sala gremita di parlamentari e di gente comune - in
molti non riescono a entrare, «segno dei tantissimi che nel paese non
vogliono la guerra, che vogliono pesare e che dovete riuscire a far pesare»,
dirà Ingrao rivolto ai deputati e senatori, quasi tutti dell'ala pacifista
del centrosinistra, che ascoltano. Famiano Crucianelli e Alberto Monticone,
sul palco con Rosi Bindi, hanno introdotto l'incontro, che si svolge lì a
indicare che è il parlamento a doversi investire del ruolo di garante della
Costituzione e della democrazia rappresentativa. Contro la vulgata
dominante, che con l'una considera superata anche l'altra.

Dunque, la vulgata dice che i pericoli del mondo globale, il terrorismo al
primo posto, autorizzano l'Occidente a difendersi attaccando.
Preventivamente, precisa Bush. Ma la logica dice che se è «preventiva», la
guerra è d'attacco e non di difesa, tantomeno di legittima difesa. «L'idea
della guerra di difesa si rovescia nel suo contrario», sintetizza Ingrao.
Non è il primo passaggio: c'erano già state, negli anni novanta, le guerre
"sante" e le guerre "giuste" a normalizzare la guerra che la Costituzione
ripudia. Ma la guerra preventiva è un salto ulteriore: definitivo. C'è chi
ne deduce che basta a dichiarare morta la Costituzione. «Ma se avanza la
guerra preventiva, anche la Carta dell'Onu va in polvere», spiega Ingrao, «o
almeno diventa arduo alzare la bandiera dell'Onu e tacere sulla guerra
preventiva». Che è invece quello che la vulgata corrente fa. Dimenticando
che, come ricorda Scalfaro, «le istituzioni internazionali per loro natura
possono essere solo per la pace, non possono volere la guerra».

Dice di più, l'ex presidente della Repubblica. Sostiene che, qualora l'Onu
desse la sua autorizzazione alla guerra preventiva contro l'Iraq, l'Italia
non potrebbe che attestarsi sulla difesa della sua Carta costituzionale e
dell'articolo 11. «Se non siamo in grado di farlo, tanto vale dichiarare che
siamo a favore della guerra dichiarata dall'alleato più forte». Ecco, la
questione dell'alleanza: uno dei concetti di base da ritirare fuori,
sostiene Scalfaro. Perché «un'alleanza è tale solo a condizioni di parità.
Se invece qualcuno sta in posizione di dominio, non si tratta di
un'alleanza, e se qualcuno accetta questa posizione di dominio altrui non è
alleato ma suddito. Una sudditanza che, quando è scelta, è il massimo del
degrado: essere alleati comporta il diritto-dovere di far sentire la propria
voce». Suona feroce la critica a Berlusconi e al suo modo di declinare le
sue «amicizie personali», piovono applausi.

L'altro concetto di base da ripensare, per Scalfaro, è il concetto stesso di
guerra. «Siamo convinti che la guerra è male assoluto, senza eccezioni? E
riteniamo o no che sia il raziocinio, e la capacità di dialogo, a
qualificare l'uomo?». Il dettato costituzionale del ripudio della guerra
deriva da questa convinzione. Quanto è ancora viva, nella coscienza e nella
memoria d'inizio millennio? Dice Ingrao che è viva, come l'affluenza a
questa e ad altre iniziative di pace dimostra. Che, però, bisogna saperle
dare voce. A questo servivano e servono tuttora i parlamenti. A questo
servirebbe una democrazia che si voglia davvero decentrata e federale, a
dare, non a togliere voce. Perciò è l'ora, «se non ora quando», che il
parlamento si riunisca e che discuta, e che sappia dire no: «Su di voi - si
rivolge ai parlamentari - pesa il compito di appurare se regge ancora e se
ha valore la legge fondamentale di questo paese, e anche quanto la nazione
italiana può incidere sulle decisioni delicatissime che attendono il giovane
parlamento europeo. Diciamoci la verità: c'è chi considera ormai un pesante
ingombro queste assermblee, questi luoghi della rappresentanza di fronte al
nuovo potere dei capi. Non qui, non noi». Dipende dal parlamento, anche dal
parlamento, «chiarire se la Costituzione in nome della quale giura il
presidente della Repubblica è consumata, o ancora vive e ha un domani la sua
grande domanda di pace». No, non convince né Ingrao né Scalfaro il modo in
cui il presidente Ciampi sta risolvendo il dilemma, difendendone il dettato
ma sub condicione delle decisioni dell'Onu, e lasciando aperta la porta alla
partecipazione dell'Italia a operazioni antiterrorismo. «Il terrorismo non
si combatte con le cannonate», dice Scalfaro, anzi con le cannonate, dice
Ingrao, non si fa che lanciare ai kamikaze il messaggio che altro non resta
da fare che suicidarsi.

IDA DOMINIJANNI
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