Hebron
Emanuela Cerutti - 05-10-2001
SAI COSA VUOL DIRE FARE A PEZZI UN UOMO…



…che sale sul terrazzo della sua casa araba, chiara come la polvere sottile di Palestina, che dal Negev sale verso il Giordano attraversando da millenni una storia impossibile…
…sale e se lo trova davanti così, sconosciuto ed atteso, dentro la paura delle notti, dentro l’abitudine alla guerra che il silenzio delle colline non riesce a mascherare, lungo questi confini tra la vita e la morte…
…sale e non fa in tempo a radunare le parole necessarie per un pensiero, prima che l’esplosione si impossessi del suo corpo e lo trasformi in una girandola di schegge…

La voce del medico è lenta e stupefatta, mentre racconta, in un italiano che tradisce appena l’accento arabo, quanto e’ successo ad Hebron, Al-Khalil, la città della grotta dei Patriarchi, antichissimo luogo di incontro e di preghiera di genti diverse.
La radio trasmette il messaggio senza stupore. I cannoni sono stati piazzati con il favore delle tenebre.
Non ci saranno filmati, non pubbliche dichiarazioni di sconfitta della civiltà.
Solo il ricordo di un uomo, di una donna che piange per lui, di bambini da sempre nascosti nei cunicoli in attesa di un futuro inimmaginabile.

Mi vengono in mente i carri armati del Golan, i volti dei Drusi, gli atteggiamenti sprezzanti dei numerosi Saul incontrati in un recente viaggio in Israele. Mi vengono in mente le sorgenti del Giordano, che lambiscono il tempi del dio Pan, imprevisto abitante di queste rare oasi dalla vegetazione lussureggiante. Mi viene in mente che ho visto qui, per la prima volta, cespugli di lantane, rosse o di un arancio intenso. Lantana significa “fiore dell’amore”. In questa terra devastata. Per questo corpo e per tutti gli altri. Fatti a pezzi.

5 ottobre 2001





L'interesse nazionale

da Carta

di Enzo Mangini
I carri armati israeliani sono entrati a Hebron e hanno occupato la collina di Abu Snehieh, da cui alcuni palestinesi avevano aperto il fuoco contro un gruppo di ebrei in visita alla tomba dei patriarchi. L'azione israeliana non lascia molti dubbi. Non è la solita incursione: 50 carri armati, appoggiati da elicotteri da combattimento. Se ci fosse stato un esercito organizzato anche dall'altra parte, sarebbe stata una battaglia. Cinque palestinesi sono morti. L'obiettivo dell'attacco non è Arafat, bensì Bush. Lo ha spiegato il primo ministro israeliano Ariel Sharon: "l'alleanza con gli arabi per combattere il terrorismo non sarà fatta a spese di Israele". Non è una cosa da poco. L'interesse nazionale statunitense, in questa fase, e quello israeliano, divergono. Nelle ultime settimane era una divergenza strisciante: Sharon ha approfittato del lavoro diplomatico Usa e della distrazione del mondo per colpire duro. Tanto l'Afghanistan era in prima pagina e tre, quattro, cinque morti palestinesi al giorno sono stati relegati nelle pagine interne. L'apertura, timida, di Bush alla possibilità di uno stato palestinese, è ovviamente interessata: serve a togliere argomenti all'estremismo islamico, che sfrutta la causa palestinese per i propri scopi. Ma le parole del presidente degli Usa non sono parole qualsiasi. Lo sa anche Sharon, che ha risposto per le rime. Israele non si tocca. E puntuali arrivano le incursioni di gruppi palestinesi fuori dal controllo dell'Anp. Forse pensano di poter avere mano più libera. Così non è. L'incursione su Hebron lo dimostra. Sharon gioca d'azzardo, Hamas colpisce, ma le incursioni israeliane indeboliscono Arafat. E rafforzano i gruppi estremisti, che Israele vorrebbe fare entrare dalla finestra nell'operazione mondiale contro il terrorismo, magari sanando anche qualche conto con Hezbollah. C'è, però, una carta che scompagina tutto e svela il bluff: non si tratta di territori contesi, ma di territori occupati.


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