Fare l'insegnante oggi
Diana Cesarin (MCE) - 12-01-2003
Insegnare stanca?


Una recente ricerca della ASL di Milano sembra dimostrare che quella dell’insegnante è una professione ad alto rischio, dove lo stress è notevole e il burnout frequente (“Lo studio Getsemani” di Vittorio Lodolo D’Oria. Il testo della ricerca è disponibile sul sito www.casadellacultura.it

Non credo che gli esiti di questa ricerca siano risultati particolarmente sorprendenti agli occhi degli insegnanti e delle insegnanti mce.

Abbiamo ben presente il malessere dei ragazzi e delle ragazze e abbiamo presente la fatica nell’aiutarli ad apprendere e a stare insieme: la fatica dell’insegnante nel corpo a corpo quotidiano che è la relazione educativa nella sua complessità.

La fatica che viene dall’essere collocati in uno sfondo che spesso è difficile trasformare in un contesto di apprendimento. Una fatica di cui fa parte l’incertezza di un quadro che muta i rapporti dentro la scuola e tra la scuola e il territorio, che impone un diverso rapporto tra didattica e organizzazione del lavoro. Abbiamo presente il disorientamento di fronte a riforme annunciate, avviate, smentite e cancellate per far posto ad altre.

Un mestiere che sta cambiando


Riflettere su quale senso ha il lavoro dell’insegnante e come cambia nel tempo è un terreno obbligato per una associazione come la nostra, un tema fondante. (si veda il contributo di G. Romano “Deontologia professionale e identità del docente”, in Valore Scuola, n 17/2001)

I processi di cambiamento in atto oggi si riverberano sul ruolo, la funzione, la percezione sociale e la stessa identità degli, delle insegnanti poiché mutano le condizioni di lavoro e la sua organizzazione , cambia l’istituzione scuola, si ridisegna il profilo professionale. (Anche nelle giornate di studio di giugno abbiamo affrontato questa questione, si vedano i materiali pubblicati nel
sito)


Nel panorama nazionale, le proposte intorno alla professionalità docente sono molte poiché derivano da diverse idee di scuola e di società, da valutazioni contrastanti sulla politica scolastica del governo, da diverse prospettive e idee di futuro. C’è stato un momento in cui pareva che sarebbe stata la legge finanziaria a imporre nella scuola elementare maestri prevalenti e maestri coadiutori! In questo dibattito, spesso serrato, spesso difficile l’mce è una voce in campo; una voce dalla quale ci si aspetta un contributo che dia sostegno alla qualità e alla dignità del lavoro quotidiano nelle scuole, che offra proposte qualificate di formazione, che esprima un punto di vista originale nell’interlocuzione con le altre associazioni pedagogiche, con i sindacati della scuola, con le istituzioni. Una voce che sappia collocarsi in modo consapevole, argomentato, qualificato, democratico.

Il CNPI ( pronuncia del 16 settembre 2002, in merito al codice deontologico del personale della scuola) indica i 3 ambiti che descrivono oggi il lavoro degli insegnanti:

l’ambito costituzionale e legislativo

l’ambito contrattuale

l’ambito deontologico



Sul piano legislativo


molti sono gli elementi di cui tenere conto:

- la legge finanziaria e decreti collegati,
- la legge delega sulla scuola già approvata dal Senato e provvedimenti attuativi (ivi comprese le raccomandazioni e le indicazioni)
- l’incerto e controverso avviarsi del Titolo V della Costituzione riformato (e confermato dal referendum popolare) che ha introdotto modifiche sostanziali

a. perché attribuisce nuovi poteri, competenze e potestà ai comuni, alle province e alla regioni in materia di istruzione e formazione professionale,

b. perché rende gli istituti scolastici autonomi soggetti costituzionali

- la devolution bossiana che vuol attribuire alle regioni esclusiva competenza in materia di istruzione
la riforma degli organi collegiali e la riforma dello stato giuridico alle quali la maggioranza di governo sta mettendo mano.

In estrema sintesi, possiamo dire che emergono chiare alcune tendenze: impoverire e svuotare l’autonomia degli istituti scolastici per far passare nuovi centralismi localizzati (dalla regione al dirigente scolastico), costringere la scuola pubblica a un ruolo residuale, riproporre l’esclusione e la discriminazione sociale negando il diritto all’istruzione a fasce sempre più ampie di popolazione, l’indebolire identità e professionalità docente attraverso il disorientamento, la frammentazione e la gerarchizzazione, la tendenza a individualizzare il rapporto di lavoro, la svalorizzazione sul piano dell’immagine sociale degli insegnanti.


Sul piano contrattuale


Alcune associazioni professionali degli insegnanti stanno portando avanti un tentativo di qualificarsi come interlocutori del ministro e dell’amministrazione per quanto riguarda la professionalità docente cercando di sottrarre il più possibile questa materia alla contrattazione sindacale. Torneremo su questo punto più avanti.

Le associazioni cosiddette “storiche” (MCE, AIMC, CIDI, FNISM, UCIM e LEGAMBIENTE Scuola e formazione), si sono ben guardate dall’avallare questo tentativo. Al contrario hanno invece ritenuto di aprire un tavolo di discussione con i sindacati confederali e con lo Snals per valutare l’impatto degli istituti contrattuali sulla funzione costituzionale della scuola pubblica, sulla professionalità docente, sulla scuola dell’autonomia e per mettere a disposizione il loro contributo critico.

Appare infatti evidente che il contratto collettivo, nazionale del comparto scuola è una garanzia democratica, un argine ai tentativi di trasformare il rapporto di lavoro degli insegnanti in un rapporto a cifra individuale.

Inoltre vi sono esigenze che emergono nella scuola dell’autonomia che necessitano di una riflessione comune: la valorizzazione della professionalità docente, il riconoscimento dell’intreccio fra la dimensione individuale e la dimensione collegiale dell’insegnamento, l’articolarsi della docenza in funzioni che non si limitano al lavoro d’aula, la garanzia della democraticità dei processi decisionali…

Sul piano deontologico


tra la normativa sull’istruzione e la scuola e la normativa contrattuale, si apre lo spazio specifico della deontologia perché se i compiti fondamentali dei docenti sono definiti dalle norme e dalla legislazione, il valore e la dignità del loro lavoro nascono dalla consapevolezza dei singoli insegnanti sulle competenze professionali e sui comportamenti etici, al di là di ogni costrizione e controllo esterno (per una riflessione più ampia su questi temi si veda anche il n3/02 di CE: “Etica e scuola”).

Da più parti si sostiene l’opportunità di giungere alla stesura di un codice deontologico degli insegnanti. Di questa importante questione si è occupata nel suo ultimo congresso la più importante organizzazione sindacale mondiale della scuola: L’Internazionale dell’Educazione che attraverso 305 organizzazioni affiliate rappresenta più di 24 milioni di lavoratori.

In quella sede, che il personale della scuola si doti autonomamente di un proprio codice deontologico è stato visto come una possibile strada utile per ricreare un patto tra scuola e società e per riaffermare l’importanza del lavoro docente in una fase in cui, in tutti i paesi, sono sempre più pesanti gli attacchi alle condizioni di lavoro e viene messo in discussione il ruolo della scuola pubblica. Ma la dichiarazione sull’etica professionale approvata in conclusione dei lavori dell’Internazionale dell’Educazione, si è limitata a sottolineare “la stretta correlazione tra lo sviluppo di una scuola pubblica di qualità, le competenze e l’impegno degli insegnanti e le loro condizioni di lavoro. In questo quadro sono quindi anche definiti gli impegni della società verso i docenti nonché il ruolo delle organizzazioni sindacali. Se la qualità della scuola dipende anche dal livello professionale di chi ci lavora è però evidente che tale elemento diventa insufficiente in assenza di politiche di sostegno e di riconoscimento sociale” (i materiali relativi sono cunsultabili nel sito wwwcgilscuola.it).

In Italia, nel novembre 2001, il ministro Moratti Brichetto ha costituito una commissione per il codice deontologico che avrebbe dovuto concludere i suoi lavori entro il 31 maggio 2002.

A tutt’oggi la commissione non ha prodotto alcun documento ufficiale. All’atto della costituzione della commissione, le associazioni professionali cosiddette “storiche” protestarono per un metodo che aveva escluso gli insegnanti e le loro associazioni dalla discussione riguardante un codice che dovrebbe regolamentarne comportamenti. Successivamente altre associazioni professionali, nate più o meno recentemente, si sono affacciate alla ribalta. Tre di esse, APEF, ADI , DIESSE hanno proposto e avviato un tavolo di confronto con le associazioni “storiche” al fine di

- costituire un forum di associazioni che, sul modello del forum delle famiglie, possa diventare un interlocutore stabile del ministro intorno alle questioni della professionalità docente
- sottrarre al sindacato la contrattazione su materie riguardanti la definizione della professionalità docente e dei suoi profili e, soprattutto – come afferma G. Romano nella relazione di segreteria- “ togliere di mezzo gli istituti contrattuali come strumenti collettivi di definizione del rapporto di lavoro”
- valorizzare la professionalità docente garantendo agli insegnanti una possibilità di carriera attraverso la costituzione di una “fascia volano” di docenti o una “leadership professionale della docenza” che consenta ai meritevoli, si presume opportunamente individuati dai dirigenti, di sganciarsi dal “banale lavoro d’aula” per occuparsi della realizzazione dell’autonomia scolastica
- costituire un ordine professionale con relativo albo o un altro organo di autogoverno della professione.

A noi pare che in un quadro di mutamenti così importanti e così complessi si aprono spazi per una forte rappresentanza di sindacati e anche per una forte rappresentanza dell’associazionismo professionale. In una società complessa anche le forme della rappresentanza diventano più complesse. Non si tratta quindi di eliminare soggetti quali le organizzazioni sindacali che svolgono un ruolo di fondamentale importanza per la difesa dei diritti e la tenuta democratica del nostro Paese, ma di individuare e valorizzare la specificità dei diversi contributi possibili. Se questo è valido in generale, tanto più lo è rispetto ad un campo delicato e complesso quale quello della responsabilità del lavoro docente.


Insegnare nella scuola dell’autonomia


L’autonomia scolastica, codificata attraverso la modifica del titolo V della Costituzione che rende gli istituti scolastici soggetti istituzionali, inevitabilmente modifica il quadro e le modalità dei rapporti tra il singolo istituto e l’amministrazione. E’ questo mutamento che porta in primissimo piano il tema del valore della responsabilità nel lavoro docente.

Nella scuola dell’autonomia può entrare in crisi un modello esecutivo del lavoro, può rompersi la tradizionale direttività del sistema scolastico, possono essere ripensati i modelli istituzionali e le regole del sistema, ed anche i modelli di comportamento, le culture professionali, gli stili di lavoro.

A questo proposito, Dario Missaglia ha sostenuto che siamo di fronte “...a un mutamento antropologico…ad un insegnante che strada facendo cambia percezioni, pensieri e comportamenti, rimette in discussione quelli che erano prima gli assi fondamentali del suo lavoro: il tempo di lavoro, lo spazio non più confinabile nella propria classe o ambito disciplinare ma nell’intera scuola, gli interventi concordati con altri insegnanti, alla relazione con i soggetti esterni…."

Eppure il lavoro concreto raramente è oggetto di ricerca all’interno dello stesso mondo della scuola.

Forse perché per decenni il lavoro è stato regolato da leggi, da normative esterne come se l’intelligenza del lavoro stesse fuori dalla scuola” (Tratto dal testo “Le ragioni per uno statuto deontologicodegli insegnanti”, consultabile sul sito wwwcgilscuola.it).


Quale contributo del mce allo sviluppo di una nuova professionalità docente?


Colpisce, nella riflessione di Missaglia, l’assonanza con lo stile, i contenuti, i terreni di impegno da sempre praticati dal MCE, a conferma che la cultura mce può dare un contributo serio allo sviluppo dell’autonomia e di una nuova identità professionale.

L’mce infatti, fin dai suoi inizi, si è confrontato con il grande tema della responsabilità del lavoro docente. A partire da lì ha sviluppato la sua tradizionale capacità di coniugare l’impegno per il diritto all’istruzione come diritto di cittadinanza con una ricerca rigorosa di una professionalità capace di tradurre quelle opzioni politiche di fondo in ascolto dei bambini delle bambine, in didattica, in percorsi educativi, in organizzazione di contesti, in relazione educativa, in cura dei percorsi di apprendimento

Una conferma di questo viene, oltre che da convegni quali “A partire da ieri” svoltosi a Roma nel marzo scorso, anche dalla frequenza con la quale negli ultimi tempi, all’interno del dibattito sulla scuola, capita di imbattersi in riferimenti al contributo dato dal Movimento allo sviluppo della scuola italiana e in citazioni di Freinet.

Anche in un recentissimo scritto di Raffaele Iosa, un testo dai toni un po’ disillusi pubblicato in Fuoriregistro, in particolare nel punto in cui parla di una “disciplina per il maestro”, possiamo riconoscere molti aspetti della cultura professionale dell’insegnante mce, molti elementi che gli/le insegnanti mce provano a trasformare ogni giorno in valori vissuti:



< "- Leggerezza. Non si insegna mai nel duro, ogni cosa va presa alla leggera perché così li accarezza ed entra dentro di loro senza far male. Non dobbiamo essere invasi, ma contemplare. Anche la valutazione deve essere leggera, perché tocca insieme i miei rimedi e i suoi errori, ci deve aiutare a volare più alto, non a misurare scale.
- Sobrietà. Non occorre sapere molto, occorre essere saggi. La Saggezza è la cosa più assente in questa confusa post-modernità. Per diventare saggi bisogna imparare facendo, non ascoltando, si fa provando e riprovando. Si fa scoprendo le cose veramente necessarie.
- Lentezza. Non c'è alcun bisogno di andare di fretta quando si può andare più piano, che come dice il proverbio, rende più sano e fa andare più lontano. Diamo tempo al tempo. Passi ai passi.
- Pazienza. La vita è dura, ci vuole pazienza, e un po' di coraggio. Poi si arriva.
- Curiosità. Magia di un maestro è creare curiosità, non domandare risposte da scegliere tra cinque items, così qualcuno dirà che la scuola italiana è così così. Lo sapevamo già, grazie.
- Difficile. Non dobbiamo avere paura delle cose difficili, né delle difficoltà. Semplificando si resta superficiali. Al bambino le difficoltà non fanno paura, fa paura non sapere perché le fa.
- Ricerca. Detta nel modo bello di Freinet: "Ciò che è grande non è il sapere, non è neppure la scoperta: è la ricerca".
- Attesa. Il bello dell'apprendere è come quando a teatro aspettiamo, appena spente le luci, che si apra il sipario. La sorpresa fa l'apprendimento vero.
E' la meraviglia del mondo il sapere vero.
- Distacco. Per capire le cose ogni tanto conviene staccarle dall'io, così capiamo che altri io le vedono con occhi diversi. Staccare le cose da noi
è la politica che entra in noi, quella del dover dividere i destini del mondo con gli altri umani vicini a noi. Possibilmente senza calpestarli.
- Memoria. Perché non siamo i primi, neppure gli ultimi, ma certamente siamo unici.
- Tradimento. Nessuno di noi, per fortuna, è uguale ai desideri di mamma e papà. La storia umana è fortunatamente storia di disobbedienze. Aiutiamoli a
disobbedire alle nostre pigre certezze, così il mondo andrà avanti.

Parole strane, che formano un triangolo tra la mente che impara, la mente che insegna, gli oggetti del mondo. Questo triplice incontro era per noi (...) la parola curricolo".




Oggi, di fronte a un attacco così violento alla scuola pubblica e al diritto all’istruzione con il conseguente svilimento della professionalità docente, il contributo, la ricerca e l’impegno mce vanno estesi alle caratteristiche e alle esigenze nuove che nascono nella scuola dell’autonomia.

La scuola dell’autonomia ha bisogno di insegnanti capaci di cooperare, di gestire in modo non distruttivo i conflitti, di accogliere, di avere cura della memoria, di declinare la responsabilità in compiti dei quali bisogna rispondere, di costruire senso di appartenenza, di progettare il proprio lavoro e di imparare dall’esperienza, di contribuire a far sì che la scuola possa pensarsi come una comunità che interloquisce con altre comunità, di costruire fiducia e collaborazione.

Insegnanti capaci di continuare a scommettere sul ruolo dell’educazione e - per dirla riecheggiando Morin- sulla possibilità di educare all’incertezza, alla speranza, all’unità nella diversità, alla cittadinanza terrestre, alla convivialità, tenendo al tempo stesso gli occhi bene aperti sulle trasformazioni in atto e rifondando ogni giorno la propria responsabilità educativa nel mentre entrano in relazione con gli altri, le altre.


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 ilaria ricciotti    - 15-01-2003
Sono d'accordo su molti concetti espressi in questo articolo, ma come insegnante mi chiedo:- Come mai molti docenti italiani, in questo momento storico, dove il termine "innovazione fa rima con restaurazione", non si esprimono in modo aperto e chiaro, ma preferiscono esternare le proprie amarezze, le proprie frustrazioni, le proprie delusioni, le proprie rivendicazioni, le proprie critiche per una riforma che in molti non condividono , dietro le quinte di un palcoscenico chiamato scuola?
E' comodo non avere il coraggio di parlare e lasciare agli altri il diritto e quasi il dovere di farlo.
A mio avviso dovremmo "un tantino" vergognarci.

Spero che nel 2003 fare l'insegnante,
non significhi essere troppo accomodante,
ma analizzare e criticare
per costruire una scuola nuova e,
tutta da rifare.
Non credete?
Saluti, Ilaria