breve di cronaca
La riforma e i rischi
Lavorare dal basso per una scuola laica


Prendo spunto dall'articolo di Ulderico Nisticò del 15/12/02, apparso su questo giornale. Mi sento direttamente coinvolto soprattutto come insegnante ma anche come militante del Cobas Scuola. Mi preme soffermarmi su alcune considerazioni che l'articolo citato mi hanno suggerito cercando di dare un contributo per capire i motivi della situazione sicuramente tutt'altro che buona in cui versa il nostro sistema di istruzione pubblica.

1) Le risorse. Non è assolutamente vero che si spende molto per la scuola. La percentuale del Pil destinato alla scuola, in Italia, è ai minimi nella Ue e i finanziamenti per gli strumenti didattici sono del tutto marginali: ItaliaOggi del 17/12/02 riporta una tabella di dati, ripresi dall'ultimo rapporto Ocse, che non lascia dubbi: rispetto alla Danimarca l'Italia ha due punti percentuali in meno e mezzo punto rispetto alla Spagna. Nel nostro paese si spendono "cifre importanti" (comunque inferiori a quelle dei paesi con cui dobbiamo competere) per coprire solo i tempi lunghi della permanenza nelle aule. Una spesa che, al contrario, non prevede, o lo fa solo marginalmente e raramente, i costi per le strutture e gli strumenti capaci di adeguare la didattica alle esigenze quotidiane. Aggiungo che la diminuzione delle risorse per la scuola è ormai una tendenza in atto da tempo e che sicuramente non si intravede un'inversione di tendenza. La Finanziaria preparata dal governo Berlusconi docet: il taglio di 800 milioni di euro (circa 1500 miliardi di vecchie lire) nel bilancio della pubblica istruzione (che comporta la sparizione di 70 mila posti di lavoro in tre anni). Si vorrà convenire che le risorse sono un elemento fondante per qualsiasi ipotesi di miglioramento del servizio. In termini concreti, strutture edilizie, strumentazione didattica, entità, remunerazione (500 euro è il differenziale con la media europea), aggiornamento del personale, sono strettamente legati alla qualità del servizio. Abbiamo assistito nell'ultimo decennio a una riduzione inarrestabile di fondi per la scuola pubblica cominciata con i governi Amato, poi Ciampi, fino ai governi di centrosinistra che, d'altra parte, hanno aumentato enormemente i fondi alle scuole private coronando la loro opera con l'approvazione della legge di parità che rappresenta una schiaffo alla nostra Costituzione. Il governo Berlusconi approfitta della situazione già preparata dal precedente governo e oltre a tagliare ulteriori risorse alla scuola aggiunge ai fondi già previsti per le scuole private altri 90 milioni di euro nella prossima Finanziaria.

2) Qualificazione professionale. La classificazione degli insegnanti proposta da Nisticò fa intravedere una scuola composta da tante individualità, che non fanno altro che trasmettere il loro sapere. L'equazione dell'articolista è chiara: l'insegnante che sa di più, trasmette di più e quindi educa e forma di più. Bene, io penso che l'insegnante non debba svolgere questo ruolo e, per fortuna, non è così. Io credo che la professionalità dell'insegnante oltre alle competenze specifiche della disciplina, risieda nel sapersi relazionare con i propri alunni e con i propri colleghi ed è proprio dallo spirito collegiale che deriva l'evoluzione positiva o meno della formazione dell'alunno.
Siamo disposti a rimetterci in discussione perché riteniamo che l'aggiornamento sia elemento importante della professionalità dell'insegnante. Perché, allora, non facciamo un salto qualitativo al riguardo? Come? I Cobas hanno proposto l'anno sabbatico per l'aggiornamento degli insegnanti. Concretamente ogni 5 o 7 anni tutti gli insegnanti, a turno, dovrebbero sganciarsi dall'insegnamento frequentando, con regolare stipendio, corsi di aggiornamento didattico e disciplinare, della durata di almeno un anno scolastico, istituiti presso le università. Ma l'indirizzo generale del Miur va in tutt'altra direzione. Già Berlinguer aveva provato con il concorsone a dividere la categoria tra bravi e meno bravi con criteri a dir poco opinabili, la Moratti vuole creare vere e proprie gerarchie, funzionali alla scuola azienda che ha in mente di realizzare, stravolgendo la struttura degli attuali organi collegiali. E non è vero che la categoria sia stata ferma a guardare. I primi segnali di una rinnovata ondata di fermenti sociali, in Italia, ci sono stati propri dalla scuola con la grande manifestazione del 17 febbraio del 2000.
Il ministro Moratti vorrebbe ripristinare una divisione classista e far rivivere alla scuola il clima degli anni '50. La formazione a cui pensa il governo non è altro che una generica alfabetizzazione per una manovalanza ultraflessibile, precaria e senza pretese, con la formazione che viene delegata dalle aziende e svolta a spese dello Stato. Aggiungiamo che il Sud è sotto la spada di Damocle della devolution voluto da Bossi che produrrà 20 programmazioni scolastiche diverse con altrettanti risultati diversificatie noi in Calabria non abbiamo niente da gioire. Mai come in questo momento si tratta di reagire. Non solo gli insegnanti devono scendere in piazza. Ma occorre creare un blocco sociale che allarga a studenti, genitori, cittadini democrati, non solo per dire no alla controriforma Moratti ma avviando un processo dal basso per proporre un nostro progetto di scuola laica.

Giovanni Peta
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