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Storie da un lager
Malamente - 04-01-2003
Coordinamento per la Pace di Trapani
"STORIE DA UN LAGER"
a cura di VALERIA BERTOLINO e SERGIO SERRAINO


Le storie che vi raccontiamo vogliamo dedicarle a coloro che abbiamo conosciuto ma anche a quelli che non abbiamo mai incontrato: a Mourad sperando che in qualche modo sia riuscito a farcela; a Samir che era troppo diverso anche per un posto come il Vulpitta; a Kamel che abbiamo visto, e non riusciremo mai a dimenticare, appeso alle sbarre di un cancello con un lenzuolo stretto intorno al collo; e a quella donna, a quel ragazzo di vent'anni, a quell'uomo annegati il 27 aprile a Mazara, e a tutti gli altri, sepolti in quei cimiteri che ormai sono diventati in nostri mari.

Ma le dedichiamo anche a tutti voi perché possiate non arrendervi mai alla tentazione di considerare luoghi come il Vulpitta "normali" o necessari





I Centri di permanenza temporanea ed assistenza (CPT) sono stati istituiti in Italia da una
legge del 1998, la cosiddetta legge “Turco - Napolitano”, sono stati creati per trattenervi gli
stranieri trovati senza permesso di soggiorno al fine di accertare la loro identità prima
dell’espulsione dal territorio italiano con accompagnamento.
Con la nuova legge Bossi-Fini il periodo massimo di trattenimento è passato da 30 a 60
giorni. Nel caso in cui non sia possibile effettuare il rimpatrio dello straniero perché l’identità non
è stata accertata o perché, per qualche ragione, non debba o non possa essere trattenuto, questo
viene messo fuori dal C.P.T. con il cosiddetto “foglio di via” che contiene l’intimazione a lasciare
il territorio italiano entro cinque giorni .
Il primo centro ad essere istituito in Italia fu il Serraino Vulpitta di Trapani.



CENTRO DI PERMANENZA TEMPORANEA
“SERRAINO VULPITTA”


Il Centro di permanenza temporanea di Trapani viene inaugurato nel luglio del 1998 nei locali
della Casa di Riposo per Anziani “Rosa Serraino Vulpitta” alla presenza del capo della polizia
Masone e del sottosegretario agli interni Sinisi. Viene celebrato come “il fiore all’occhiello” del
Ministero degli Interni. Da subito però si verificano rivolte, tentativi di fuga, episodi di
autolesionismo da parte degli immigrati trattenuti. Il clima è di continua, altissima tensione.
Nella notte fra il 28 e il 29 dicembre del 1999, dopo l’ennesimo tentativo di fuga, uno degli
immigrati appicca il fuoco ad alcuni materassi in una camerata.
E’ l’inferno. Nel rogo muoiono bruciati vivi tre giovani tunisini, altri tre moriranno in
ospedale a causa delle ustioni riportate: Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nasim.
Nel mese di gennaio, viene presentato un esposto alla magistratura in cui si denunciano le
condizioni di sicurezza inaccettabili e le carenze strutturali del centro: mancano le uscite di
sicurezza, i corridoi sono troppo stretti per permettere il deflusso in caso di emergenza, gli estintori
sono in numero insufficiente.
L’indagine che scaturisce dall’esposto porta nel luglio del 2000 al sequestro del centro da
parte dell’autorità giudiziaria; il prefetto di Trapani Cerenzia riceve un avviso di garanzia per
omissione di atti d’ufficio ed omicidio colposo plurimo.
Il Ministero degli Interni si rivolge al Tribunale del riesame che, nel settembre dello stesso
anno, dispone il dissequestro del centro, non entrando però nel merito dell’inchiesta sul rogo ma
rilevando soltanto come i lavori di ristrutturazione fatti in seguito ne rendano accettabili le
condizioni di sicurezza all’interno.
La Procura di Trapani ricorre alla Corte di Cassazione, il “Serraino - Vulpitta” riapre
ufficialmente il 15 novembre 2000.
L’inchiesta si conclude con il rinvio a giudizio dell’ormai ex prefetto di Trapani per
omissione di atti d’ufficio, omicidio colposo plurimo, lesioni colpose nei confronti degli agenti di
polizia rimasti feriti nel rogo, omessa cautela per non aver predisposto le misure di sicurezza
necessarie ed il piano antincendio. Attualmente il processo è in corso.
Dal 2000 la gestione del Vulpitta è affidata alla cooperativa “Insieme” di Castelvetrano.
Direttore del centro, nominato con decreto dal prefetto Cerenzia, è il cav. Giacomo Mancuso, già
responsabile del centro di accoglienza Badia Grande della Caritas di Trapani.
Dopo il rogo il Ministero degli Interni ha fissato in 54 unità il numero massimo di trattenuti
al Vulpitta; tale limite però viene spesso ampiamente superato.
Il Vulpitta dopo le ristrutturazioni, assomiglia sempre più ad un carcere. La cosa che
colpisce di più è la presenza di sbarre dovunque.
Si accede al centro da via Tunisi. L’ingresso è sorvegliato da un agente di polizia. Per
entrare nell’edificio bisogna attraversare un campetto di calcio, circondato da una alta e spessa rete
di protezione.
Al piano terra ci sono gli uffici del personale della Questura, del direttore del centro ed un
magazzino, al 1° piano c’è il centro di identificazione, un corridoio e alcune stanze.
Spesso è vuoto, qualche volt a ci sono gli immigrati appena sbarcati in qualche parte della
provincia che non hanno trovato posto al piano di sopra, in attesa di essere fotosegnalati e smistati
in altri centri; possono rimanere lì anche per giorni; in questo caso dormono a terra sopra delle
coperte. Quando ciò si verifica, quasi sempre il cancello e la porta anti - incendio che danno sul
corridoio vengono chiuse.
Al 2° piano c’è il centro di trattenimento, diviso in due settori; il primo sottoposto alla
vigilanza della polizia, il secondo a quella dei carabinieri, collegati fra loro da un ballatoio esterno,
di solito nel settore dei carabinieri vengono trattenuti i tossicodipendenti e coloro che provengono
dal carcere. I poliziotti, a differenza dei carabinieri, sono armati.
Le celle danno tutte sul ballatoio, alle sbarre dei cancelli delle celle ci sono sempre appesi ad
asciugare i vestiti che gli stessi immigrati lavano.
Gli unici spazi in cui i trattenuti possono stare, oltre alle celle, sono i corridoi interni, anche
questi chiusi da un cancello.
Le celle misurano circa cinque metri per cinque. Quando il centro è sovraffollato vi vengono
sistemate anche dieci brandine.
C’è anche una cella di isolamento per chi si agita troppo o per chi non vuole dormire con gli
altri perché ha paura.
Le lenzuola sono di carta.
I trattenuti possono uscire all’esterno solamente nell’ora d’aria per giocare a calcio, a gruppi
di otto, provenienti tutti dallo stesso settore per evitare pericolose “alleanze”, scortati da un numero
pari o addirittura superiore di agenti.
All’arrivo al Vulpitta viene consegnato loro un borsone con una camicia e un paio di
pantaloni o una tuta, delle scarpe di tela tipo tennis, dei capi di biancheria intima.
Ogni dieci giorni i trattenuti ricevono una scheda telefonica da 5 euro a testa e ogni
settimana un pacchetto di sigarette.
I rimpatri vengono effettuati il lunedì e il giovedì; nel mese di agosto anche il sabato; gli
immigrati vengono prelevati dal centro e condotti con i mezzi della polizia al porto di Trapani per
essere imbarcati sulla nave per Tunisi.
Esiste un progetto, già approvato dal Ministero degli interni, per la realizzazione a Trapani
in contrada Milo di un altro CPT con una capienza di 200 posti e di un centro di identificazione
per 500 immigrati, la cosiddetta “cittadella dell’accoglienza” (definizione del sottosegretario
D’Ali’).

continua
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