Educare alla guerra?
Giovanna Lo Presti - portavoce Cub SUR - 18-03-2022

   Commentiamo, con l'ingenuità di chi non è esperto di geopolitica e nemmeno stratega militare, un paio di affermazioni del generale Graziano, presidente del Comitato militare dell'Unione europea. Intervenuto domenica scorsa alla trasmissione televisiva Mezz'ora in più condotta da Lucia Annunziata, il generale ha detto che bisogna spendere di più e meglio per gli armamenti. Ed ha anche affermato che In tutti i suoi anni di servizio, non ha "mai visto una guerra cosi' vicina, diretta e pericolosa per l'Europa; tocca veramente gli interessi e il cuore dell'Europa. E' una minaccia crescente".
Partiamo dalla asserita necessità di spendere "di più e meglio" per le armi. Già il presidente Draghi, notoriamente dotato di preveggenza, lo aveva detto a settembre 2021, durante la conferenza stampa sulla "Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza" : "Ci dobbiamo dotare di una difesa molto più significativa e bisognerà spendere molto di più di quanto fatto finora". Riportiamo da un articolo di Micromega1 le parole di Giorgio Beretta, analista della Rete Pace e Disarmo: "Nei mesi scorsi il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha sottoposto all'approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di riarmo: diciotto, di cui ben tredici di nuovo avvio, per un valore già approvato di 11 miliardi di euro e un onere complessivo previsto di 23 miliardi. La parte del leone è dell'Aeronautica con programmi per oltre 6 miliardi di euro. C'è di tutto: dai fondi per il nuovo cacciabombardiere Tempest (2 miliardi dei 6 previsti) che si aggiungerà agli F-35, ai nuovi eurodroni classe Male; dagli aerei Gulfstream per la guerra elettronica alle nuove aerocisterne per il rifornimento in volo. Una grossa fetta della torta è destinata alle nuove batterie missilistiche antiaeree per missili Aster (2,3 miliardi di euro) e ai nuovi blindati Lince: ben 3.600 rimpiazzeranno i 1.700 già in dotazione all'Esercito. Non solo. Negli ultimi giorni dell'anno ne sono stati aggiunti cinque portando a ventitré il numero dei programmi che il ministro della Difesa ha inviato alle Camere nel 2021 (record storico assoluto) per un valore complessivo che supera i 12 miliardi di euro e autorizzazioni di spesa annuale per oltre 300 milioni nel 2021 e per quasi mezzo miliardo nel 2022".
Ma politici e generali, pur così preveggenti, hanno la memoria corta e non si ricordano che il primo passo verso la guerra è la corsa agli armamenti. In particolare, il generale Graziano, oltre ad essere smemorato, ha anche una bizzarra concezione delle distanze geografiche e ritiene che l'Ucraina sia più vicina delle regioni che componevano la ex-Jugoslavia. Era il 1991 ed i Balcani furono martoriati per un decennio da una guerra che causò 100.000 morti, una guerra cui l'Italia partecipò con la NATO, dando il suo contributo "umanitario". Certo che armarsi sino ai denti e dare un aiuto "umanitario" inviando strumenti di morte è uno strano modo di ripudiare la guerra. Ma per i politici e per i generali l'articolo 11 della Costituzione non è vincolante e quel verbo un po' desueto, "ripudiare", sta ad indicare - è chiaro -il carattere ormai superato di quella netta prescrizione.
E adesso la domanda fondamentale, ingenua quanto le osservazioni precedenti: come pensiamo di educare i nostri figli, i nostri studenti alla pace? Spiegando loro che, come diceva un cantautore molti anni fa "la guerra è una cosa seria" e che la dobbiamo condannare a parole ma praticare nei fatti? Spiegando loro che la pace è il bene supremo ma che le spese militari devono crescere, crescere, crescere? E quando ci chiederanno il perché di questa lampante contraddizione dobbiamo citare il motto latino si vis pacem para bellum e sostenere che non solo bisogna prepararla, la guerra, ma che, quando è il caso, bisogna farla? Naturalmente contro i "cattivi" che, come insegna l'etimologia della parola (finalmente qualcosa da insegnare: captivus è chi è stato catturarlo, il prigioniero di guerra - e possiamo anche insistere sullo slittamento semantico) sono sempre gli altri. Ogni adulto che educa si trova oggi al bivio: o fare eco alla Realpolitik o far capire ai più giovani che il verbo "ripudia" ha un significato forte e che chi ripudia la guerra, che è un fatto di Stati e non di popolo, non arma la mano di nessuno.


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