breve di cronaca
Meno parole e più immagini per insegnare la nostra storia
Corriere della Sera - 02-01-2003
Gli affreschi, le sculture e le architetture del mondo antico vanno spiegate utilizzando i linguaggi del presente



Certo, ha ragione Gaspare Barbiellini Amidei, quando scrive (sul Corriere del 29 dicembre) che a scuola la Storia dell’Arte si insegna poco o nulla alle medie e pochissimo alle superiori, ma il problema non è semplicemente aumentare le ore di lezione. Che fare allora? Il problema è emerso al seminario di studio del 19 dicembre a Roma, promosso dal ministro Moratti. A disposizione di tutti c’era una relazione guida, ben organizzata nel suo insieme, dove però, ad esempio nel profilo del «Primo ciclo» (6-14 anni), si chiede di cominciare a sviluppare «il gusto per l’opera d’arte verbale (poesia e narrativa)» suggerendo anche di «utilizzare per l’espressione di sé... anche codici diversi dalla parola tra loro integrati (fotografia, cinema, Web, teatro)» e di «leggere un’opera d’arte e saperla collocare nelle sue fondamentali classificazioni storiche».
Dunque, da una parte usare la lingua verbale, dall’altra utilizzare quelle iconiche come lingue espressive; appena oltre infatti si suggerisce di «leggere quotidiani o ascoltare telegiornali», certo una metafora, ma la sostituzione della parola «vedere» il telegiornale con «ascoltare» è indicativa di una precisa censura sui linguaggi dell’immagine.
Nella relazione per le superiori lo schema delle proposte è ancora più chiaro. Mentre per la lingua letteraria si prescrive ogni genere di analisi e consapevolezza critica, per le altre aree si chiede, invece, di «coltivare sensibilità estetiche ed espressive di tipo artistico, musicale, letterario»; insomma mentre la lingua letteraria è uno strumento di apprendimento e di comunicazione sociale, per l’arte basta e avanza avere sensibilità, magari coltivare capacità creative.
Si sa, la nostra scuola non ha mai pensato alla formazione culturale se non in termini letterari; ancora oggi in università molti colleghi ritengono le materie storico-artistiche come aggiunte, possibili integrazioni a una cultura che è strutturalmente legata alla civiltà della parola. Ma come possiamo formare dei giovani insegnando loro soltanto questo quando il mondo comunica attraverso la macchina della città, le campagne pubblicitarie, gli oggetti di design, i racconti lunghi e gli spot tv, il film, la foto, la videomusic? No, non si deve insegnare ai ragazzi a distinguere il bello dal brutto, come fatti storici, interpretazioni che mutano nel tempo a seconda delle prospettive delle classi sociali o delle culture.
Ci si chiederà: ma che c’entra questo con l’insegnamento della storia dell’arte? C’entra perché la storia dell’arte non è contemplazione dei capolavori ma sistema di linguaggi e, come tale, deve essere insegnata cominciando dalle lingue del presente, da quelle della tv e dei film, degli oggetti del quotidiano e della pubblicità, e dopo, e soltanto dopo, si potrà far capire il senso delle lingue del passato, la storia dell’arte appunto, ma a principiare dalla urbanistica che, sempre nella relazione guida, non viene neppure per sbaglio nominata. E anche questo è un problema visto che poi, dentro le città, o sul territorio, dobbiamo vivere tutti.
A questo punto appare indispensabile pensare la riforma della Scuola dei due cicli, fino ai 18 anni, in termini di struttura, ribaltando la centralità della sola cultura letteraria e disegnando accanto ad essa, dal primo ciclo in poi, un forte blocco di insegnamenti sui linguaggi delle immagini, e non per favorire la creatività dei ragazzi ma per costruire in loro una capacità di lettura e quindi di comprensione delle figure che, come le parole, nel tempo mutano di significato.
Siamo davanti a una riforma importante della scuola, ma dobbiamo anche saperla gestire, mantenere in vita una scuola ottocentesca con al centro la parola ed emarginando l’immagine come mezzo di comunicazione, vuol dire fare perdere alla generazione dei giovani almeno dieci anni rispetto alla cultura europea e statunitense, ma vuol dire soprattutto disconoscere le nostre stesse radici. Che cosa mai potranno fare, sul territorio, nelle città, dei giovani che non sanno nulla del come oggi la città comunica, e tantomeno di come comunicava nel passato?
Gli affreschi, le sculture, le architetture dal mondo antico al Medioevo al Rinascimento e oltre, erano la televisione dei poveri ma anche, non si dimentichi, quella delle classi abbienti. Vediamo di spiegarli, questi linguaggi, moltiplicando le ore di insegnamento ma, soprattutto, ribaltando la centralità della lingua letteraria. E cominciamo dal contemporaneo per capire il passato.

Arturo Carlo Quintavalle

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