breve di cronaca
Carnevale carioca
L'Unità - 01-01-2003
Un immenso carnevale carioca per Lula presidente




BRASILIA Una lunga giornata di abbracci, pianti e feste di piazza in tutto il Brasile ha sospinto Luiz Inacio Lula da Silva verso il punto più alto della sua incredibile carriera politica. L'ex tornitore meccanico nato nell'arido deserto del NordEst, l'ex sindacalista che sfidava a viso aperto la dittatura, l'ex eterno sconfitto della sinistra brasiliana è diventato il nuovo presidente del paese più grande e popoloso dell'America Latina e della nazione più importante del Sud del mondo. Lula ha parlato ieri per 42 minuti filati davanti al Congresso, è stato interrotto una ventina di volte dagli applausi dei parlamentari e dei capo di stato stranieri, ha stretto le mani di centinaia di compagni di partito, nuovi e vecchi alleati, amici e nemici politici. Per arrivare al bel Palazzo del parlamento ha impiegato più di mezz'ora a bordo della Rolls Royce scoperta che si faceva largo faticosamente nel mezzo di una folla entusiasta e allegra quasi come se fosse carnevale. Una lunga marea di bandiere rosse ha invaso gli ampi e asettici viali della futurista Brasilia, la capitale sorta dal nulla nel centro esatto di un paese immenso, grazie al genio architettonico di Oscar Niemmeyer e Lucio Costa. C'era tutto il popolo del Partido dos Trabalhadores, accalcato e felice tra le passerelle sospese, gettandosi dentro i laghetti artificiali per arrivare più vicino possibile all'auto scoperta, per toccare da vicino un momento storico nella storia del Brasile. "Mudança, cambio - ha esordito Lula nel suo discorso di insediamento - questa è la parola chiave. Questo è stato il messaggio che milioni di brasiliani hanno voluto dare nelle ultime elezioni. La speranza ha sconfitto la paura, la società ha deciso di intraprendere un nuovo cammino rifiutando energicamente il culto dell'individualismo, la disintegrazione dei valori sui quali è stato fondato questo straordinario e complesso paese". E' stato un discorso nazionalista, patriottico, capace di toccare i punti chiave della storia brasiliana: la proclamazione dell'indipendenza, l'abolizione della schiavitù, la scoperta della canna da zucchero, le miniere d'oro, il boom industriale, l'immigrazione. "I brasiliani hanno saputo fare tutte queste cose ma non hanno potuto sconfiggere la fame". Fome, la fame, la povertà assoluta come quella che colpisce oltre 50 milioni di persone nel paese più ingiusto e contraddittorio del mondo. Lula ricorda il suo progetto di sradicamento della miseria e ricorda anche la sua storia personale, la sua battaglia di vita e di politica, la sua scommessa affinché tutti i brasiliani possano avere tre pasti caldi al giorno. "Penso alla mia vita di lavoratore umile, di immigrato del Nordest, che un giorno entrò nel sindacato, che fondò un partito e che ha sempre creduto in quello che faceva. Ci penso e mi rendo conto che possiamo fare molte cose ancora, che dobbiamo fare tutto il possibile per cambiare la storia di questo paese". Gli applausi arrivano in ogni pausa significativa, il più lungo e a sorpresa quando il neopresidente tocca la questione mediorientale, affermando la necessità di trovare un accordo pacifico che metta fine al conflitto. In platea c'era il presidente venezuelano Hugo Chavez e anche Fidel Castro, la cui presenza era data in forse fino all'ultimo; al suo arrivo al Palazzo la folla è letteralmente impazzita. In prima fila fuori dal Planato la "carovana dei Silva", la comitiva dei parenti stretti del nuovo presidente, arrivati a Brasilia in autobus dallo stato di Pernambuco ripercorrendo un tragitto comune a milioni di immigrati nordestini. Avevano un lungo striscione rosso. "Lula, il presidente di chi non ha mai avuto un governo". Nel giorno più bello della sua vita, come l'ha definito più volte nel corso della lunga maratona, Lula ha pianto e sudato molto al punto da dover fermarsi per cambiare camicia prima di arrivare alla consegna della fascia presidenziale da parte del mandatario uscente Fernando Henrique Cardoso. Era il momento più atteso dai fotografi e cineoperatori di mezzo mondo, il simbolo del passaggio di poteri dal brillante sociologo socialdemocratico ammaliato dalle sirene dei poteri forti che da sempre guidano le sorti del Brasile e il nuovo Capo di Stato che potrebbe davvero aprire un capitolo nuovo nella storia dell'America Latina. Subito dopo le formalità di rito, Cardoso, così come le prescrive la Costituzione, se ne è andato all'aeroporto e ha preso il suo ultimo volo ufficiale per tornare a casa sua in uno dei più esclusivi quartieri di San Paolo. Nel suo futuro ci sarà sicuramente un posto di rilievo in organizzazioni internazionali, il suo sogno è diventare segretario generale dell'Onu. I suoi otto anni di governo sono stati di poche luci e molte ombre: da un lato una serie di brillanti innovazioni per la decentralizzazione e ristrutturazione dell'amministrazione pubblica: dall'altro una politica economica eccessivamente improntata alle privatizzazioni delle principali imprese pubbliche e allo smantellamento di buona parte dell'industria nazionale sempre a favore dei mercati finanziari e dei grossi speculatori come Gorge Soros. I tempi, ora, sono cambiati. Cardoso se ne va con un'indice di popolarità bassissima, sotto il 25%. Lula, invece, si insedia, con un appoggio record, il più alto degli ultimi vent'anni: secondo un sondaggio pubblicato dalla "Folha di Sao Paulo" il 76% dei brasiliani crede che il suo sarà un governo ottimo o buono, il 15% pensa che sarà così così e solo il 3% pensa che sarà una tragedia. Lula inizia con il piede giusto e con un gabinetto equilibrato, che vede una forte presenza di uomini del suo partito dei lavoratori ma anche con moderati alla guida dei dicasteri economici e personalità di spicco come il popolarissimo cantante Gilberto Gil, nuovo ministro della Cultura. Ma la sua è una sfida ciclopica, la più ardua mai tentata in 500 anni di storia brasiliana. Il primo anno di governo sarà chiave per capire se il "miracolo Lula" potrà avverarsi. "Oggi - ha detto - è il giorno in cui il Brasile si rincontra con se stesso. Dobbiamo trasformare questo paese partendo dalla sua principale forza, che è la sua gente. Possiamo davvero diventare una nazione che cammina solo con la fronte alta e che si afferma come la patria giusta per tutti i suoi abitanti, senza alcuna distinzione. Chiedo a Dio - ha chiuso visibilmente commosso - di darmi la saggezza per saper giudicare, la serenità nelle decisioni, il valore e la forza nei momenti difficili e soprattutto un cuore enorme. Un cuore grande come tutto il Brasile".

Emiliano Guanella
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