Essere insegnanti di sinistra
Emanuela Cerutti - 01-01-2003
La domanda, posta in una lista di discussione l'ultimo giorno dell'anno passato, stimola ad una risposta che, in un primo gennaio tutto nuovo,
diventa in fondo l'occasione per rifare il punto su di sè
tra un panettone e mille auguri di felicità:

cosa significa essere insegnanti di sinistra?


Come insegnante e di sinistra, sollecitata ad "identificarmi" ( che è sempre una bella cosa per non correre il rischio della scontatezza ) credo nella cooperazione più che nella competizione, nella collegialità più che nell'individualismo, nella ricercazione come scoperta e metodo più che nella "trasmissione" del sapere, nella scelta per il passo del più lento, nella progettualità più che nei programmi, nell'assoluta laicità della pubblica istituzione, nell'accoglienza come diritto inalienabile, nella differenza come valore, nell'autonomia come forma decentrata del potere statale e non nelle maschere particolariste.

Non so e non vorrei generalizzare, ma forse la logica dell'efficacia competitiva è un po' il discrimine tra posizioni definibili di destra, più legate agli interessi/bene/successo del singolo o del suo gruppo e posizioni definibili di sinistra, che tendono a salvaguardare interessi collettivi. E qui si potrebbero innestare ragionamenti sulla valutazione, sui "premi e castighi", sui ruoli sociali.
Immediatamente dopo sono a favore di tutte le risorse che permettano il maggior livello possibile di individualizzazione, che non è mai un rapporto uno a uno (questo sarebbe ancora non-integrazione ed allontanamento) ma scommessa sulle potenzalità di tutti e di ciascuno, scommessa testarda ed irrinunciabile, perchè il collettivo è fatto di tante individualità non deterministicamente preimpostate, ma che trovano nel gioco di intrecci il necessario equilibrio.

Credo in una scuola che prima di preparare al lavoro (non mi basta sapere che "un popolo si giudica dalla percentuale di gente che lavora, 4 su 10 sono troppo pochi..." come diceva il primo ministro), si preoccupa di formare le persone, dando strumenti per l'apprendimento, ed insegnando a stare con gli altri e ad immaginare e perseguire i comuni diritti; soprattutto a mantenere alto il senso delle proprie responsabilità. Credo in una scuola che insegna a guardare in faccia i problemi dell'oggi, la pace, l'ambiente, l'economia, e a cercare soluzioni per davvero e non per finta (siamo sicuri che l'incentivazione dei consumi natalizi sia un valore da perseguire con decisione?), a contestualizzare e a creare motivazioni, a finalizzare le analisi, tutte condizioni necessarie e sufficienti non solo per l'apprendimento, ma anche per le successive scelte di vita. In questo senso una scuola di altissima qualità.

Una scuola che formi, all'interno di un' "intenzione educativa" condivisa ed unitaria, soprattutto continuativa: dove la maestra d'asilo ed il docente universitario abbiano un identico riconoscimento sociale ed una sorta di fil rouge che accomuna il loro lavoro, per essere chiara.
Una scuola pubblica che non vuol dire totalitaria, ma nemmeno rinunciataria: e qui le priorità economiche dovrebbero cantare.
Una scuola che esca dalle logiche di mercato per poter inventare davvero modelli alternativi nuovi.

Ecco, la globalizzazione è stato un bel fossato da saltare per la sinistra: qualcuno la definisce un ossimoro, una specie di contraddizione in termini, questa globalizzazione paradossalmente frammentata, tra i pochissimi che possiedono ricchezza e i moltissimi che la producono senza neppure vederla, questa globalizzazione del "pensiero unico", che di globale ha molto poco, se teniamo buona la definizione che ne dà Ramonet come " traduzione in termini ideologici e con pretese universali degli interessi di un insieme di forze economiche, in particolare quelle del capitale internazionale" .
E il pensiero "progressista", tradizionalmente di sinistra, si è trovato un pò in difficoltà: da una parte perchè è difficile resistere alla sirene del benessere come mito, o della meritocrazia come metodo, o dell'ordine perchè il disordine crea sempre un pò di scombinamento; dall'altra perchè, rendendosi conto che alcune certezze anche costituzionali andavano perdendosi ha fatto opposizione, caricandosi dell'accusa di freno al progresso.
Credo che l'importante sia continuare sulla linea della costruzione di un pensiero sostenibile, che da "no" diventa "new", che dibatte e si confronta per trovare soluzioni valide in quanto globalmente e non solo parzialmente positive, cosa che, forse, rappresenta la vera grande contraddizione del sistema liberista, destinato a chiudere per fine delle risorse sul pianeta.

Ovviamente queste sono opinioni, apertissime alla discussione.

Ciao e buon anno!!!!
interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Laura la maleducata    - 06-01-2003
Ho letto il tuo articolo con interesse, e sono anch'io di quella banda anche se forse, meno intellettuale per cui ti ringrazio della spiegazione del termine ossimoro, che mi era sempre rimasto un po' indigesto.
La prossima volta però, ti prego, stai un po' più attenta a scrivere po' come si deve cioè con o e poi l'apostrofo

Scusa, ma non ce l'ho fatta a resistere(corretto il refuso, per nulla maleducata!!! grazie! Emanuela!)