Il futuro della scuola
Sulla scuola, in queste giornate, ci stiamo esercitando forse un po' troppo su alcuni aspetti importanti ma non essenziali. È stato da più parti rilevato che l'emergenza non può e non deve essere sprecata. Non si può, in sintesi, accettare che una volta tornata la normalità, si continui a pensare e ad agire come si è fatto finora. Sarebbe uno spreco enorme, un'ennesima ingiustizia. Si è detto che cercare nuovi modelli di sviluppo dovrebbe essere un imperativo categorico e morale da cui non si dovrà prescindere. In caso contrario la catastrofe sarà lì ad attenderci.
Su questo naturalmente ci sono gli scettici che non credono ad una nostra metamorfosi improvvisa, né ad una palingenesi auspicabile ma poco realistica. E mettono le mani avanti. Certo bisognerebbe pensare in positivo, ma è difficile. È difficile anche in considerazione di alcune scelte già fatte sul corpo della scuola e che ne hanno determinato le caratteristiche.
Non dimentichiamoci che poco più di dieci anni fa, precisamente nel 2008, con un decreto legge congiunto tra il ministero dell'economia e quello della pubblica istruzione, fu effettuato il più grande taglio di fondi mai fatto alla scuola italiana.
Si trattava di 7,8 miliardi di euro che in tre anni furono falciati. E questo su un bilancio che non era mai stato prodigo. Da ciò derivò un restringimento delle ore di scuola in tutti gli ordini e gradi, il ritorno del maestro unico alle elementari, la fine di tutte le sperimentazioni didattiche e strutturali interessanti. Il tutto fatto passare come razionalizzazione. Parola feticcio, per dire che prima si sprecava e da quel momento non più. Non solo, nello stesso decreto, i due ministeri rendevano noto un piano di attuazione nel quale, senza nessuna vergogna, si parlava di conoscenza come crescita personale e collettiva, di capitale umano da valorizzare e di qualità delle risorse umane da salvaguardare. Il tutto in palese contraddizione con le restrizioni in atto.
Con queste premesse, pensare in positivo, non è proprio facile. Magari può aiutarci a riflettere la massima gramsciana che ci indica nell'ottimismo della volontà e nel pessimismo dell'intelligenza una via, se non di uscita, almeno un'indicazione provvisoria?
Intanto docenti e studenti sono in contatto attraverso gli strumenti digitali. Ed una ricognizione meno a caldo sulla didattica a distanza, va fatta. Per ora, però, alcune riflessione sull'argomento, si spera, non sarà inutile proporle.
Che nella scuola italiana ci sia stata una forte accelerazione dell'uso degli strumenti tecnologici di natura digitale negli ultimi due mesi, è un dato di fatto.
E tenuto conto che tale uso ha coinvolto non solo gli studenti, che potevano in teoria essere più pronti e preparati, ma ha coinvolto anche i docenti che in maggioranza o non ne conoscevano il funzionamento o comunque non erano abituati ad utilizzarli. Tutto questo, naturalmente con le dovute eccezioni.
In pratica chi obiettivamente poteva trovarsi o effettivamente si è trovato in difficoltà sono stati proprio gli insegnanti. Che però, proprio per quanto detto prima, hanno recuperato subito, hanno dovuto accelerare una pratica che senza l'emergenza poteva avere sviluppi e tempi diversi. Da questo punto di vista la tecnologia digitale ci ha salvati. Lezioni online, corsi ed esami, riunioni, discussioni di laurea, hanno potuto continuare ad essere fatte con pochi problemi, perlopiù superabili. E questo è stato veramente un beneficio per il sistema, la scuola, gli insegnanti e gli studenti, alla fine per tutto e per tutti.
E fin qui siamo nella parte positiva della questione. C'è però da considerare anche un risvolto. Una parte che finora è stata minimizzata e che forse è bene porre come argomento fin da ora.
Si è letto di alcune scuole dove i docenti non hanno aderito all'invito di procedere con la didattica a distanza, che, se pure non è obbligatoria, non è certo un optional. Non è un qualcosa da applicare a discrezione. Attiene semmai più semplicemente, senza scomodare concetti altisonanti come l'etica o cose del genere, all'applicazione di un sano e corretto buon senso.
Del resto, però, se finora nulla o poco è stato fatto per investire in formazione e aggiornamento, c'era da attendersi che tale mancanza venisse fuori. Come è venuto fuori che esiste una percentuale di studenti con problemi sia di connessione che di mancanza di strumenti tecnologici. Per il ministero si tratterebbe del 6% della popolazione studentesca. Mentre per alcune organizzazioni, di una percentuale almeno doppia. Va da sé che la questione va affrontata con serietà. Soprattutto perché lasciare indietro una parte della società, significa scavare un fossato, come pure è stato detto, che sarebbe non solo deleterio ma esiziale per tutti e per tutto. Il futuro della scuola passa allora per un'organizzazione inclusiva e pluralistica, capace di fornire a tutti i cittadini le stesse potenzialità di crescita, che persegue gli interessi dell'intera collettività e non di una singola parte. Parole banali? Troppe volte sentite? Forse questa volta non lo sono. O comunque non lo devono diventare. L'inclusione o è fatta dando senso alla stessa parola, o non è. Il solo pensare di lasciare indietro una parte degli studenti è un errore gravissimo. È nascondere le difficoltà di una parte della popolazione scolastica già sofferente, e che l'istituzione scuola semmai dovrebbe già essere in grado di risolvere, attrezzarsi a farlo, non agire come se nulla fosse.
Se continuiamo a scontraci sui dati dell'Invalsi che fotografano una scuola italiana a due velocità, quella del sud e quella del nord, salvo poi, nord e sud uniti, finire agli ultimi posti nelle statistiche europee OCSE-PISA che misurano varie competenze dei nostri studenti, un segnale di allarme va pure lanciato.


Tags: DaD, connessione, quarantena, scuola selettiva, strumenti digitali


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