Quando esercitare autorità impegna
Lorena Alunni - 24-03-2017
E' di pochi giorni fa l'episodio di una collega che, ormai prossima al pensionamento, ha apertamente dichiarato a colleghi e genitori le personali difficoltà nel " tenere a bada" bambini di 10 anni, in una classe nella quale presta servizio solo tre ore settimanali. Esprimendo pubblicamente, fra l'imbarazzo e la stizza, questa personale criticità, è come se si fosse autodenunciata postulando così il diritto ad "uno sconto di pena" sul giudizio negativo più o meno inespresso dei presenti. Il fatto è: anche l'autorevolezza presuppone un' assunzione di responsabilità; si tratta di una responsabilità professionale, non esente da impegno a livello personale. Un insegnante accomodante, che non prende posizioni, che non controlla il gruppo classe, spesso cerca inconsapevolmente di ricevere un pari trattamento: se io non mi occupo di te neanche tu puoi avanzare richieste nei miei confronti. Può apparire strano, ma questo tipo di comportamento fatto di anomia destabilizza il soggetto che cresce, il quale ha bisogno di punti di riferimento ben precisi sia in fatto di persone che di norme. Quello che voglio dire è che la maturazione di un individuo può essere paragonata ad una costante ricerca di equilibrio, nel passaggio dallo stato temporaneo di discrasia emotiva a quello di ridefinizione della propria identità. E questi due momenti si susseguono senza soluzione di continuità nei primi venti anni - ma forse anche di più - della vita di una persona. In un siffatto percorso, non alieno da tortuosità, quale ruolo compete all'insegnante? L'insegnante non può fare a meno di tenere la disciplina, dal momento che nel caos è difficile che si possa co-costruire apprendimento; per dirla con Vygotskij, il clima positivo è essenziale per un apprendimento socializzato nell'area di sviluppo prossimale; in poche parole il clima positivo è dato dall'atteggiamento coinvolto di leader imparziale, che il docente dovrebbe assumere. Un atteggiamento "interessato" che si alimenta dell'empatia che lega docente e discenti, dove l'uno comunica la fedeltà alla propria professione, l'intenzione di operare nell'interesse dei ragazzi che gli sono stati affidati, coinvolgendoli nella costruzione del sapere ma ponendo anche le basi per il loro essere nella vita; in tutto questo i ragazzi cercano nell'insegnante il loro punto di riferimento, colui che si dimostra disposto a guidarli, ad ascoltarli, ad offrirsi in loro aiuto, lasciando inalterato in ciascuno il bisogno di dipendenza nella ricerca di indipendenza. Dopo il 1968, molti insegnanti hanno rifiutato il modello di insegnamento autoritario, secondo la classica definizione di Lewin (1936), per abbracciarne uno antiautoritario, che spesso è diventato permissivo, piuttosto che democratico come è stato postulato. E dietro il nome di siffatta presupposta democrazia si sono celati i docenti che hanno rinunciato ad assumersi la responsabilità di un' autorevolezza impregnata di buon senso e cura (Silvano Tagliagambe, Dall'insegnamento come processo unidirezionale al prendersi cura come circolarità di insegnamento/apprendimento) verso il soggetto che apprende. Thomas Homberger (da Il quadernone della via Clericetti, 1997) suggerisce: "È necessario che nel suo sviluppo il bambino faccia i conti con dei limiti, ma i limiti che noi diamo ai bambini e ai giovani devono essere davvero necessari e non imposti perché fanno comodo a noi." Un'affermazione che si sposa bene con la tesi secondo la quale le regole sono prima di tutto un gesto di riguardo e di attenzione nei confronti dei bambini e dei ragazzi. Stabilire regole e fare in modo che siano rispettate rientra a pieno diritto nelle funzioni del docente, non quelle dettate dalla norma bensì dal buon senso. Alla base di tutto c'è una fiducia reciproca, quella che deve legare allievo e docente, e una piena consapevolezza in quest'ultimo del messaggio che implicitamente comunica agli studenti: sono qui per voi, nel vostro interesse; credo in me stesso, in quello che faccio e in voi. Può sembrare retorica, ma l'atteggiamento di un insegnante comunica ben più delle sue parole. Un gruppo classe indisciplinato è un gruppo di ragazzi che non stanno ricevendo la cura che gli è dovuta e forse avvertono che chi dovrebbe guidarli verso mete di apprendimento, non intende assumersi la responsabilità connessa al ruolo.
Significative sono in tal senso le parole del docente di pedagogia sociale Raniero Regni (Essere insegnanti, divenire maestri, Atti del Convegno di Studi 'Educare oggi..."): " Coloro che vengono chiamati maestri devono la loro autorità meno all'istituzione che a se stessi; il loro carisma attinente meno alla loro funzione che alla loro persona; non li si subisce, li si segue. Un maestro è qualcuno che insegna ciò che non si trova nei libri. Il maestro è l'uomo il cui insegnamento mi libera e mi permette di essere me stesso. Un maestro è colui che insegna la sua specialità e qualche altra cosa che è la sicurezza dei gesti e del pensiero, l'onestà, il gusto, il desiderio di sapere, il coraggio di riflettere, l'attitudine a giudicare, l'orgoglio di essere un po' più adulto e la gioia di disporre di se stesso. Il vero maestro è l'uomo che educa insegnando."

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