La strumentale meridionalizzazione del voto
Giuseppe Aragno - 07-12-2016
Lascio agli specialisti l'analisi del voto, ma non rinuncio a richiamare una regola generale: gli intellettuali di regime non propongono ipotesi da verificare nei fatti; ricevono dal potere che li ha sul libro paga una tesi da far passare e si studiano di dimostrarla. Se necessario, contro l'evidenza dei fatti. Valgano per tutti l'esempio di nullità come l'onnipresente Paolo Mieli, che continua a fare di Renzi una sorta di "leader rosso", sicché la vittoria del no è "un meteorite caduto sull'intera sinistra", o il delirante Vittorio Sgarbi che, con virulenza fondata su chiacchiere, chiarisce la tesi di fondo: Renzi ha vinto. Senza usare toni da squadrista cui fa ricorso Sgarbi, ogni volta che si può, qualche "analista indipendente" fa passare l'idea: esistono solo un fronte del sì e uno del no. Il primo, pur apparentemente battuto, ha una sua compattezza e potrebbe guidare il Paese nonostante l'esito del referendum, l'altro, che ha vinto sulla spinta forte dell'antipolitica, era e resta disgregato e impossibilitato a diventare forza di governo. Come se milioni e milioni di elettori si fossero espressi, andando dietro a Salvini, Berlusconi e Renzi - la "politica" - e tutti gli altri avessero "votato contro", senza avere nulla che li tenga uniti.

In realtà, il primo dato che emerge chiaro dal referendum, racconta una storia completamente diversa. Il referendum l'hanno perso assieme Renzi e l'élite osannata dall'ex giovane fascista Napolitano e l'hanno vinto soprattutto milioni di italiani che, disgustati dalle esternazioni dell'ex Presidente e dalle indicazioni dei cosiddetti "leader", non andavano più a votare, ma stavolta l'hanno fatto. La scelta di votare è per sua natura politica e ti dice che gli elettori sanno benissimo che l'antipolitica oggi è incarnata soprattutto da personaggi come Renzi. La gente ha votato perché ha colto il carattere alternativo e ultimativo della sfida e la possibilità di assestare un ceffone alla sedicente classe dirigente. No a Salvini, no a Brunetta, no a Renzi, no a Verdini, che non hanno alcuna legittimità per rappresentarla. In questa scelta, che si vorrebbe di "pancia", c'è invece un dato politico che riguarda proprio quella Costituzione, che si tende ormai a far sparire; il referendum sullo Statuto del '48 ha restituito per una volta la "sovranità" in mano al popolo, e l'elettore ha voluto esercitare questo suo diritto nella consapevolezza piena di poter dire la sua in modo decisivo. Non si trattava di un voto "inutile", tanto poi fanno il governo come gli pare. Qui non c'erano carte da imbrogliare, sicché il voto referendario aveva un alto valore "rappresentativo"; il referendum è diventato così il "partito che non c'è più", l'organizzazione che si fa interprete di bisogni, speranze, dissenso, rifiuto della disoccupazione e della precarietà. In questo senso, quindi, un voto "costituzionalissimo". Nella tesi minimalistica e del tutto astratta, assegnata dal potere ai suoi intellettuali, il no è diventato, invece, "meridionale" nel senso più deteriore della parola, conservatore e quasi "monarchico", come ai tempi del referendum istituzionale del 1946.

Una lettura comoda, ma totalmente falsa e fuorviante. Intanto perché Milano non è più - ammesso che lo sia mai stata - la "capitale morale" del Paese. Mai come oggi essa è la capitale dei privilegi e uno dei gangli vitali dell'intreccio tra politica e malaffare. Meridionale, poi, oggi significa soprattutto volontà di riscatto e di emancipazione - questo è forse il senso profondo del no - e Napoli è, in questo senso, molto più avanti di Milano. A ben vedere, i risultati del 4 dicembre contengono anche segnali forti di un voto di classe, come dimostrano il rilievo che ha assunto nella battaglia il "no sociale" e la collocazione nella trincea del no di quella "borghesia progressista", stavolta sì lombarda in senso "turatiano". Una borghesia che ha contestato al progetto delle banche, della finanza e dell'ala più reazionaria del padronato, il significato stesso della parola che ha malaccortamente definito il pasticcio Boschi: riforma. La sedicente nuova Costituzione era tutto, meno che "riforma". Nella cultura e nelle radici storiche della borghesia progressista, una riforma o contiene una forte carica popolare e allarga la partecipazione e i diritti, o è strumento della reazione.

Naturalmente gli "intellettuali organici" si stanno sforzando di negare il dato più lampante di tutti: il no non avrebbe mai vinto, se non avesse portato con sé la consapevolezza che solo tenendo fermo l'impianto della Costituzione così com'è si potranno rimettere in discussione il Jobs Act, la Buona Scuola, l'abolizione dello Statuto dei Lavoratori e il pareggio di bilancio; in altri termini, le leggi di una dittatura del capitale finanziario che nasce a Bruxelles e giunge a Roma, provincia di un nuovo Reich. Tocca ai movimenti che hanno conseguito questa vittoria federare interessi e costruire un programma politico, che si proponga l'abolizione delle peggiori leggi di questi ultimi anni e si colleghi a ogni altro movimento che nell'Europa contemporanea dà battaglia alla reazione. C'è una "internazionale del Capitale", occorre tornare all'internazionalismo delle classi lavoratrici. Per riuscirci, bisogna allargare la rete dei rapporti con i movimenti di altri Paesi, per affrontare e vincere, nello specifico della nostra realtà, la battaglia delle idee contro il "pensiero unico" e costruire progressivamente quella politica per il potere.

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