Memoria storica come antidoto al presente
Francesco Di Lorenzo - 03-12-2016
Il professor Roberto Maragliano è andato in pensione. Finisce la sua carriera universitaria lasciando però molte tracce delle sue idee nel mondo della scuola italiana.
Il primo atto del suo commiato dall'insegnamento è stato di estrema generosità: ha messo in rete la maggior parte della sue pubblicazioni, molte delle quali risalgono agli anni settanta ed oggi sono introvabili. Si tratta di uno scaffale informatico dal quale attingere senza problemi. Roberto Maragliano si è occupato principalmente di valutazione e di tecnologie didattiche, ma la sua ricerca ha toccato moltissime altre tematiche del mondo della scuola. Quello che però ha lui stesso sottolineato in un'intervista, il suo focus, l'argomento di cui si è interessato di più, è stato il conflittuale rapporto tra scuola e società.
Il professor Maragliano invita ad essere ottimisti, nonostante tutto. A guardare nel suo scaffale con l'intento di non ripetere gli errori del passato, formandosi invece una vera memoria storica che, spesso imputiamo ai ragazzi di non avere, mentre ne siamo carenti noi stessi. Sì, perché dimentichiamo facilmente che la storia della scuola italiana è costellata di sconfitte, una su tutte, il fallimento di una vera riforma forte e la conseguente rimozione dall'indagare sulle ragioni profonde di tale insolvenza. Infatti da noi si cambia solo superficialmente e si continua l'impari lotta per contrapporci o adeguarci alla società in perenne trasformazione.
Per quanto riguarda le nuove tecnologie e il nostro ritardo nell'applicarle, il suo pensiero è semplice. La premessa è che le tecnologie informatiche avrebbero potuto essere 'eversive degli assetti culturali e didattici che sappiamo' diventando fortemente innovative, ma non è stato così. Da noi è stata messa in campo un'idea astratta di alfabetizzazione informatica, come se si trattasse di insegnare il mero uso delle macchine, insomma qualcosa che serve in un laboratorio o in un'aula. E non invece farne una questione di vita della scuola, un problema 'civico'. Intanto la rappresentazione collettiva dell'uso di tecnologie è stata mostrata da tutti come un pericolo piuttosto che un'opportunità: un danno vissuto come destino.
Alla fine si è trattato di cambiare un abito, esibendolo con la stessa vecchia mentalità. E i risultati si vedono.

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Non ci voleva molto a capirlo. Ora finalmente siamo tutti contenti. I Soloni che hanno pontificato negli anni scorsi contro il modulo nella scuola elementare (tre insegnanti su due classi) sono stati accontentati. Infatti, i risultati dell'indagine internazionale sugli apprendimenti di matematica e scienze, ci dicono che la nostra scuola primaria è dietro a tutti i grandi Paesi. Spieghiamo.
Abbiamo smantellato quello che di buono era stato fatto, ed ora ne paghiamo le conseguenze. E pensare che agli inizi degli anni novanta la nostra scuola dell'infanzia era considerata la prima scuola al mondo (per modello didattico e organizzazione) e quella primaria (con nuovi programmi e nuova strutturazione) era tra le prime cinque al mondo. Erano, dunque, un modello che andava rafforzato, mentre invece, con scientifica determinazione, i ministri manager e seguenti, tipo Moratti, sono riusciti a demolire.
Il rapporto con cui sono stati presentati i risultati dell'indagine, curato dalla Fondazione Agnelli, mette in rilievo che mentre su questo specifico punto (conoscenze matematiche e scientifiche) gli altri paesi avanzano, noi regrediamo o al massimo siamo fermi. Il divario sta tutto nella nostra mancata scelta di proposte didattiche innovative. Tanto per capirci le invocate innovazioni che pure avevamo introdotto, le abbiamo abolite per tornare ad una scuola obsoleta.
Una scuola che non abitua al metodo scientifico, all'argomentazione logica, al ragionamento matematico è una scuola destinata al fallimento, dice il rapporto della Fondazione Agnelli, la stessa che da sempre sembra essersi schierata nella difesa del Liceo Classico e del primato della concezione umanistica nella scuola. È una contraddizione enorme. E che fa capire molte cose. Ognuno si inventi cosa.

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Succede a Palermo, ma ci sono notizie che provengono anche da altre parti d'Italia: i genitori degli alunni picchiano insegnanti e presidi. È in atto una sorta di democratizzazione del picchiare.. Una volta erano gli insegnanti che lo facevano a scapito degli alunni, ma giustificando il tutto come una scelta pedagogica. Per il benessere del fanciullo, si diceva. E qualcuno addirittura ci credeva.
Più difficile giustificare pedagogicamente gli ultimi episodi che invece si rivolgono contro docenti e dirigenti, se non pensando invece ad una specie di nemesi che incombe sulla nostra scuola.
Il risultato è che sembra proprio non si possa a fare a meno di picchiarsi, in ambio scolastico. Che vorrà dire?
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