Per chi ci prendono?
Francesco di Lorenzo - 20-02-2016
La ministra Giannini ha fatto una delle sue dichiarazioni a dir poco 'imprudenti'. La notizia è stata ormai riportata da tutti i giornali ed anche abbondantemente commentata. Il fatto è arcinoto: si è vantata della ricerca universitaria italiana, sperando di confondere le acque tra paese di provenienza e luogo dove tale ricerca si fa. I ricercatori sono intervenuti, una in particolare, si è risentita ed ha risposto per le rime, specificando che per il proprio lavoro, lei come altri, si sono dovuti spostare all'estero. Quindi la ricerca universitaria italiana non c'entra nulla, c'entra lo spreco di talenti e di energie e... tutto il resto.
La ministra ha pensato di rimediare dicendo che voleva solo esprimere soddisfazione. Per i risultati dei ragazzi italiani? Ma era il minimo. Solo che da un ministro, per lo più di un governo sedicente di centro-sinistra, uno si aspetta qualche cos'altro. Un minimo di rammarico, di riflessione o (al limite) anche di silenzio, per quello che non si riesce a fare in Italia. E poi, sentiti i fatti, uno si ri-aspetta un piano, un'idea, qualcosa che possa almeno tentare di invertire la rotta. Invece, no. Soddisfazione. Ma di che?
Domanda: sarà forse anche soddisfatta, la ministra Giannini, del licenziamento del prof di liceo Stefano Rho? Il prof di Bergamo, sappiamo che ha dimenticato di dichiarare che una certa sera, di dieci anni fa, gli scappava la pipì. Ecco. Non sappiamo, almeno fino a ieri, di qualcuno, tipo un ministro, che abbia preso le sue difese.
Conclusione. Cara ministra Giannini, lei pensa che i ragazzi delle scuole italiane non sappiano fare due più due, e pesare come si deve le sue dichiarazioni fuori luogo sui ricercatori e il suo silenzio così assordante sul prof Rho?
Ci restano del suo governo solo le parole (inutili).
Parole: 'investire nell'istruzione rende' , lo dicono tutti.
Fatti: 'da noi beneficiano di borse di studio sempre meno studenti, che, tra l'altro, neanche si iscrivono più all'Università (dal 2004 le iscrizioni sono calate di 11 punti).

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Ciclicamente arrivano notizie sempre più dettagliate sul fenomeno dell'educazione parentale. Anche da noi aumentano le famiglie che provvedono in casa all'educazione dei propri figli e non li mandano più a scuola. Il fenomeno che prende il nome di 'homeschooling', è riconosciuto dal ministero e prende il via, almeno per adesso, da una posizione critica verso il sistema scolastico.
Ma quali sono i numeri, in Italia e all'estero, di tale fenomeno? Da noi sono quasi mille i minori (638 nelle scuole secondarie) che hanno comunicato alla scuola di riferimento che restavano a casa a studiare (generalmente è un genitore che si prende la responsabilità di far svolgere al ragazzo il programma di studio). Negli Stati Uniti già nel 2012 erano quasi due milioni i ragazzi che venivano educati a casa; in Inghilterra sono 70mila, 60mila in Canada, 3mila in Francia e 2mila in Spagna.
Ma chi sceglie l'homeschooling? Genitori che vedono il proprio figlio alle prese con lo stress da troppi alunni nelle stessa classe, o con il cambio continuo ed ininterrotto degli insegnanti. Spesso sono persone-genitori che hanno avuto esperienze di insegnamento diretto e a maggior ragione decidono di provare questa soluzione. Alla fine di ogni anno se vogliono far rientrare il proprio figlio nel percorso scolastico normale devono fargli fare un esame.
Insomma, è chiaro che a casa, con tutte le comodità e con i tempi distesi, si può fare di tutto e di più. Manca però, alla fine, il contatto umano che solo la scuola riesce a darti. Non è solamente una questione di relazione o comunicazione. È il particolare clima che si crea in una classe, in un istituto, nell'ambiente scolastico in generale, che va vissuto ed esplorato.
Certo, ci sono anche i pro a favore della libertà. Alcuni genitori non vogliono che i loro figli si confrontino con la cultura della competizione, o anche con la massificazione del sapere che non fa scoprire le proprie passioni. E poi non vogliono far subire ai propri figli il confronto con i pari su mode imposte. insomma, tutte ragioni che sono all'apparenza di buon senso.
Certo ci vorrebbe una scuola diversa, ma i modi per averla sono due: o si fa qualcosa per darla a tutti o la si propone ai propri figli e basta. Che è una forma di indubbio egoismo Da qua non si scappa. O forse c'è qualche dubbio?
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