Parole non pagan dazio
Francesco di Lorenzo - 30-01-2016

L'ultima dichiarazione di Renzi sulla scuola è in qualche modo veramente stupefacente. Ha detto che il prossimo concorso per l'assunzione di 63mila docenti sarà duro perché vuole in cattedra solo i migliori.
Ad accompagnare la dichiarazione c'è l'affermazione che vuole così 'per i nostri figli, per i nostri ragazzi'. Retorica fuori luogo e oltretutto imbarazzante, per la contraddizione e la domanda che ingenera: e allora gli 80mila che sono stati appena assunti sarebbero lo scarto? E perché non li ha selezionati?
Ha detto, inoltre, che vuole mettere in cattedra 'i più bravi, i più appassionati, i più tenaci'. Bene, allora il concorso serve a poco. Anzi, non serve. Sa che i partecipanti al concorso insegnano da anni e che spesso lo hanno già vinto (un concorso)? E che tenerli così sulla graticola non aumenta la loro autostima, né la loro passione, né la loro tenacia? Immetta qualche novità seria e non solo parole nel dibattito e nel corpo sano della scuola, e vedrà la che fiducia spunterà e fiorirà come non si era mai visto. E soprattutto non si accontenti di selezionare (male) 63mila bravi, mentre lascia sopravvivere e probabilmente, secondo il suo ragionamento, anche nell'ignoranza, altri circa settecentomila docenti (secondo il suo ragionamento) meno bravi.
Insomma, sparare parole al vento senza conoscere o conoscendo male i termini delle questioni, non fa che confondere di più le cose. Come se ce ne fosse bisogno.
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Per non essere da meno, subito, il ministro dell'Istruzione Giannini ha sparato anche la sua. A Torino, nel corso dell'inaugurazione dell'anno accademico al Politecnico, ha elencato alcuni punti critici della scuola italiana, tra cui, ci sarebbe, secondo lei, il problema della dispersione. Perché, parole sue, abbiamo perso 75mila studenti negli ultimi anni. Ora, o Renzi fa scuola, e allora ognuno dica quello che vuole senza preoccuparsi della verità. Oppure ciascuno si prenda la responsabilità delle proprie parole. Al ministro ha risposto il sito di 'Tuttoscuola', ricordando che la cifra dei 75mila dispersi è pura fantasia, perché secondo i calcoli, negli ultimi anni, si sarebbero persi per strada più di un milione di ragazzi. Solo quest'anno nelle quinte delle secondarie superiori mancano 161.734, dei 614.302 che si erano iscritti cinque anni fa. E così negli anni scorsi. Per esempio, lo scorso anno ne risultavano dispersi 163.589; e su queste cifre si era anche negli anni precedenti. Insomma, i conti con le cifre del ministro non tornano.
Per gli altri due punti critici elencati dal ministro Giannini che sono, nell'ordine, l'invecchiamento del corpo docente e la scarsa 'occupabilità' dei nostri diplomati e laureati, invece, sarebbe bello che fossero delle 'boutade', cose dette così, tanto per dire. Purtroppo sia dalla percezione che dai riscontri, sembra proprio di no. Peccato!
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Sull'argomento mai del tutto definito dell 'inclusività del nostro sistema scolastico, torna con un suo intervento l'ex ministro dell'istruzione Tullio De Mauro. Per la precisione il professor De Mauro, insigne linguista, fu ministro per scarsi due anni nel secondo governo Amato. Erano gli anni 2000-2001.
Il professor De Mauro ci ricorda che seppure l'articolo 38 della nostra Costituzione recita che 'la scuola è aperta a tutti', ciò non sempre è vero.
E, se anche dopo settanta anni molto è stato fatto, altrettanto resta ancora da fare. De Mauro spiega che il nostro indice di scolarità, cioè gli anni di scuola fatti dalla popolazione, è molto migliorato: nel 1948 il nostro indice era di circa tre anni, e ci collocavamo nell'elenco dei paesi sottosviluppati.
Oggi, nel primo decennio del nuovo millennio, siamo arrivati ad un indice di scolarità di 12 anni e siamo di fatto passati alla fascia superiore.
Ma, nell'elenco stilato dall'ex ministro delle mancanze per la piena e vera inclusione, ci sono alcune cose importanti. Tra le altre, ad esempio, i supporti didattici ed edilizi per i disabili e per gli alunni stranieri.
Inoltre, quello che mette più in risalto De Mauro è la mancanza 'nella scuola media superiore di quel ripensamento radicale di metodi e programmi da gran tempo inutilmente richiesto: l'impianto soprattutto didattico e culturale resta quello della scuola riservata a percentuali minoritarie di un Paese contadino concepita ad inizio Novecento'. Parole che fanno riflettere, ma che non si trovano nel documenti attualmente prodotti dal Miur. E se non le abbiamo mai sentite, probabilmente non stanno neanche nella mente del ministro e del suo staff. Chissà perché?


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