E' urgente una visione umanistica dell'organizzazione sociale
Giocondo Talamonti - 18-12-2015
In un recente intervento, l'Osservatore Permanente della Santa sede presso l'Ufficio delle Nazioni Unite, l'Arcivescovo Silvano M. Tommasi, parlando della crisi economica e finanziaria che attanaglia il mondo e l'Europa in particolare, ha detto che essa è "provocata dall'avidità e dalla mancanza di responsabilità etica". Prima di condannare l'affermazione come generica, va sottolineato che l'assenza di responsabilità etica è figlia di una società che ha sdoganato e globalizzato la sopraffazione sociale e che agisce secondo regole più affini alla giungla che a una comunità di uomini. A differenza degli animali, poco inclini alla solidarietà, per quanto anche fra gli esseri umani questa qualità non ecceda, una qualsiasi società necessita di giustizia o, se si vuole, di uguaglianza fra i suoi componenti. In altri termini, se si pone come unico obbiettivo di una attività il profitto, va con sé che gli aspetti umani, che pure vengono coinvolti, si relegano ad un piano sottostante. La povertà nasce da un malinteso concetto di sviluppo che trascura la centralità dell'uomo, ne ignora i bisogni, ne tradisce le attese, concentrato com'è sulla risposta materiale che persegue. Preoccuparsi dell'entità delle pensioni d'importo medio è come concentrarsi sul dito che indica la luna. I problemi sono altrove: nella lotta alla corruzione, mai troppo spietata; all'evasione fiscale, mai troppo convinta; agli sprechi, mai troppo combattuti, ai privilegi, mai troppo debellati. Fin quando non verrà posto al centro di ogni scelta sociale il benessere collettivo e la salvaguardia dei diritti primari, giustizia, uguaglianza e solidarietà, non ci sarà progresso che potrà degnamente chiamarsi così. Si fa urgente una visione umanistica dell'organizzazione sociale, dove ciascun individuo sia educato a pensare ed agire in favore di se stesso e del suo prossimo. Non è anacronistico ritenere che la debolezza dei valori di riferimento che avevano in passato fatto crescere comunità meno ricche, ma sicuramente più umane, è alla base della crisi economica attuale, esasperatamente materialistica e priva di ogni ordine etico. Le vittime designate in un panorama di questo tipo sono, ovviamente, le più deboli e fra queste pensionati e lavoratori, oltre a disoccupati e inabili. Lo sviluppo sostenibile, le nuove tecnologie, i nuovi processi produttivi in un mondo globalizzato reclamano un modello di lavoro diverso a sostegno del quale si richiede un adeguato atteggiamento di unità da parte delle organizzazioni sindacali per affrontare il nuovo che avanza e proporre scelte rivolte con maggior rigore alla tutela della salute dei prestatori d'opera. Confrontarsi dialetticamente sul tema è fondamentale perché dalla discussione possono emergere idee utili alla crescita del territorio. La via migliore è evitare le etichettature preconcette, lo scontro fine a se stesso, le posizioni intransigenti, nella convinzione che la verità sia un dono del singolo. Ci attende una nuova società, capace di rimediare agli errori e agli eccessi, ma dovremo essere pronti a gestirla nella considerazione e nel rispetto di tutti, convincendoci che la soluzione non sta, come la verità, nelle linee politiche di questo o quel partito, ma in una visione equa dei diritti di ognuno.

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