Nomadi della didattica in relazioni precarie
Salvatore e Caterina - 12-05-2015
Chi sono i docenti che la "Buona scuola" caccerà a pedate nel sedere? Iniziamo la nostra rassegna con due brevi interventi di Salvatore e Caterina, precari della scuola primaria di Bologna che sarebbero a spasso dal 30 giugno. Anni di esperienza e conoscenze che rischiano di venire espulsi dalla Scuola Pubblica.
Cesp Bologna


Lazio, Toscana, Romagna ed Emilia-Romagna: viaggi d'andata senza biglietti di ritorno.
Riflessioni di un nomade della didattica.


Sono nato in un'epoca in cui ci insegnavano che la cultura era un diritto.
Qualcuno aveva lottato per noi, destinandoci ad un futuro migliore, più democratico e colto di quanto non fosse stato prima.
Ho vissuto da studente la nostra scuola pubblica formativa e integrante, inclusiva e meticcia, dove ho imparato ad imparare, a scoprire, ad esplorare.
Per questo ho voluto diventare insegnante.
Poi la Moratti e la Gelmini a falciare e distruggere questo sogno.
Nessun concorso dal 1999 al 2012, il taglio progressivo e selvaggio dei posti, l'aumento del numero dei bambini nelle classi, il maestro unico: via i posti, via le speranze.
E dunque? Cosa rimane?
IL PRECARIATO.
Un precariato che si prospetta eterno.
Oggi ho 39 anni, il mio viaggio di maestro è iniziato partendo dalla Calabria, passando per il Lazio, la Toscana e l'Emilia Romagna, sono dunque un maestro nomade.
Più volte ho cambiato casa spendendo una fortuna in affitti, lasciato amicizie e conoscenze, rimettendomi costantemente in gioco.
Ho lavorato nelle pluriclassi di montagna in posti dimenticati da Dio e dagli uomini, solo per avere un po' di punteggio in più, che poi mi è stato tolto per decreto e dopo anni restituito.
Non sono l'unico, siamo tantissimi, siamo in buona compagnia, siamo qualificati e siamo nomadi, siamo dei viaggiatori con un biglietto di sola andata.
Dopo più di un decennio è tempo di bilanci.
Se ripercorro le tappe del mio "viaggio itinerante" tra le classi della scuola elementare scopro che questo viaggio mi ha portato a comprendere quanto sia forte, da parte dei bambini, il bisogno di trovare accoglimento, di essere guidati e spronati a vivere la propria dimensione emotiva senza aver timore di essere giudicati, colpevolizzati ed il valore della collaborazione e della condivisione tra colleghi.
Da una parte, un grande bagaglio di conoscenze ed esperienze didattiche maturate sul campo; dall'altra, il disagio che vivono molti altri insegnanti, sempre più demotivati e stanchi.
Ora, con l'arrivo della "Buona Scuola" renziana, mi si dice che non servo più, che la mia esperienza e professionalità non sono importanti.
Faccio parte di quel gran numero di precari che non ha, secondo il governo, diritto ad essere stabilizzato.
Ma alla faccia vostra, di arroganti politicanti da due soldi che volete fare della scuola pubblica un luogo di potere e di competizione, in questi anni sono diventato un insegnante: non lo si è in partenza solo per avere in tasca un titolo di studio.
Insegnare, quel verbo che dà significato all'azione dell'insegnante, dal momento che spinge chi insegna a reinventarsi ogni giorno, a decostruirsi e a riprogettarsi continuamente, non solo come docente ma come persona.
Questo, almeno, non potrete mai togliermelo.

Salvatore Iocca, insegnante abilitato, precario, graduatorie d'istituto di II fascia - Bologna

Relazioni precarie
Insegnare cambiando scuola ogni anno


Lavoro come insegnante da otto anni.
La scuola nel suo insieme dovrebbe essere il centro vitale in cui si instaurano relazioni, in cui si valorizza l'individuo, in cui, insieme, si crescere nell'ottica di un vivere dove ognuno possa sentirsi responsabile del conseguimento del bene comune.
Dalla riforma Moratti ad oggi si è voluto inglobare anche la scuola in quel modello stile aziendale, fatto di "rapporti personali" basati sull'interesse, il privilegio, il favoritismo, il potere.
Vorrebbero che anche noi insegnanti ci adattassimo e dimenticassimo i valori più importanti che sono alla base del nostro lavoro: il dialogo, il rispetto, la collaborazione, la solidarietà.
Ormai è evidente che si voglia intervenire sulla libertà e qualità d'insegnamento del singolo docente, perché ci vogliono tutti omologati ad un certo standard che deve seguire le leggi del mercato, perché la scuola deve essere competitiva, deve preparare le persone ad entrare nel mondo del lavoro in modo adeguato alle logiche dominanti.
Idee, queste, che portano ad un accentuarsi della conflittualità a partire dagli insegnanti precari che lottano per accaparrarsi un posto a scapito dell'altro, che diventa inevitabilmente tuo avversario.
La scuola è fatta di relazioni e nello stesso tempo è costruttrice di relazioni col mondo esterno, ma queste relazioni devono essere paritarie non gerarchiche e autoritarie, rispettose delle individualità e peculiarità di ogni individuo, non omologanti e manipolatorie.
Purtroppo, le relazioni che si stanno consolidando nelle nostre scuole tendono a deformare e non tollerano il riconoscimento delle singole personalità.
Ora, con la "Buona Scuola" si vuol istituzionalizzare tutto questo, dando potere e discrezionalità assoluta ai dirigenti e stabilendo che è meritevole non chi più collabora e mette a disposizione degli altri quello che è e quello che sa, ma chi più compete, chi più è servile.
Non è affatto un caso che gli abilitati, inseriti come me nelle graduatorie d'istituto, dopo anni di sudato e faticato lavoro precario, vengano sbattuti fuori dalla scuola renziana senza alcuno scrupolo.
E' il segno dei tempi: siamo stati strumento e merce non persone e professionisti.
La nostra data di scadenza si sta avvicinando.

Caterina Bertozzi, maestra precaria
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