Senza titolo: non ce ne sono più
Claudia Fanti - 11-05-2015
E ora siamo qui a provare a resistere ancora una volta all'attacco di una politica che definirla sconclusionata è un eufemismo.

Per chi insegna e apprende ogni giorno è una faticaccia dover sopportare una volta di più.

Sì, perché il dispendio di energie è eterno e infinito: da un lato c'è ogni bambino e bambina, ogni ragazzo e ragazza da affiancare e stimolare negli apprendimenti con accorgimenti e azioni volte a renderli autonomi, ad acquisire autostima, a non cedere se anche il mondo esterno invia messaggi violenti, disumani, contraddittori. Da un altro lato si deve tentare con ogni mezzo di non farsi portar via entusiasmo, saperi pedagogici e educativi da una politica rampante, veloce, arrogante, che tutto pretende di sapere e conoscere del mondo della scuola, una politica che detta ricette e non ne riceve bollando quelle altrui una volta come arretrate, una volta come antiquate, un'altra come perdenti, una come autoreferenziali e ciò senza entrare mai nel merito delle contestazioni.

Si ha un bel provare a far riflettere chi (politici al governo e loro aiutanti, opinionisti a vario titolo) non è ora in situazione di lavoro effettivo nelle aule, con manifestazioni e scioperi, sulla complessità del sistema scolastico composto da soggetti adulti e giovanissimi che nella quotidianità devono interagire per ovvi motivi di tenuta del sistema e lavorare in relazione costante; si ha un bel dire che nell'attuale società ciò che conta nella formazione della persona non è un'ennesima riforma, ma un approccio delicato e lento alla consuetudine a riconoscere le emozioni o i propri gesti mentali, per dirla con De La Garanderie, o al fare tesoro della Pedagogia Istituzionale, per ricordare Canevaro, due grandi fra i grandi che hanno sviscerato e rivoltato come un calzino l'idea di insegnamento-apprendimento.

Nulla, ascolto zero, pregiudizio verso le masse di docenti e studenti alle stelle. Esse sono invece chiamate a competere, a essere efficaci ed efficienti nelle scelte di indirizzo dentro il sistema scolastico, sia esso indirizzo della sede di lavoro sia delle scelte di metodologie sia quello relativo ai curricoli personalizzati e via dicendo...veloci è bello, veloci e allevati a batterie di quiz è ancor più bello, il tutto condito con raccomandazioni al favorire valutazioni a suon di voti, alla selezione sia di adulti, sia di studenti piccoli o meno che siano!

La mattina, quando ci si sveglia, la mente va al "cosa ci sarà di nuovo oggi per la scuola?". Si trema un po' e poi si ricomincia a credere che quel che si sta studiando, facendo, costruendo per il futuro, ha un senso che va oltre la politica contingente con i suoi diktat, con i suoi annunci e controannunci, con le sue farraginose elucubrazioni.

Gli anni passano e ai docenti vien detto una volta che son vecchi e un'altra che non lo sono abbastanza per essere collocati a riposo. Una volta si dice loro che non sono in grado di innovare e un'altra che sono il fulcro della società. Un balletto confusionario, un frullato di parole in libertà.

Ma si va avanti, perché si hanno delle certezze e cioè quelle relative a un tempo dell'apprendimento che raccolga le speranze di apprendere di ogni bambino e bambina, all'ascolto delle ipotesi su ogni segmento dell'apprendimento, dei ragionamenti dei bambini e delle bambine, i quali ci sono grati se li aspettiamo, se li induciamo a parlare, se dalle loro parole prendiamo spunto per affiancarli nei loro sforzi, grandi, per uscire dai bozzoli delle difficoltà di concentrazione, di espressione, per scrivere ciò che pensano e vivono. E mentre facciamo ciò, la mente quest'anno è presa dalla sensazione del pericolo incombente di un ennesimo stravolgimento epocale stile Gelmini. Non va bene sentirsi in pericolo, non fa bene alla scuola e al futuro. No, decisamente no, ma questo è ciò che accade a tanti che credono nella libertà di insegnamento di ognuno, anche di chi non la pensa allo stesso modo della politica scolastica in auge

So che a molti non interesserà minimamente il pensiero nascosto di tante maestre e a volte non interesserà perfino le maestre che un tempo simpatizzavano con slancio per le visioni di Gardner, Morin, Gordon, De La Garanderie, Perticari, Canevaro, per citarne soltanto alcuni Infatti alcune hanno cominciato a vacillare, a pensare al voto come a un segnale per le famiglie, a pensare che alcuni bambini non ce la faranno mai! E' così. E mi sembra impossibile lo sia! Si sentono discorsi che fan rabbrividire. Ci sono voluti anni, ma è ormai cosa diffusa udire frasi del tipo: "Se non ce la fanno ad ascoltare, sono fatti loro, io spiego e rispiego, quindi non ci posso far niente". C'è voluto quasi lo stesso numero di anni che tante e tanti impiegarono per abbandonare le certezze di una scuola cattedratica, trasmissiva, una scuola per alcuni e non per altri. Ogni riforma, un colpo verso il basso. Risultato: dispersione alle stelle.

Ma oggi la cosa è più nascosta: la si nasconde dietro ai progetti, alle feste, ai mercatini, alle fanfare o fanfaronate del mettersi in mostra. Perfino nell'organizzazione di eventi del territorio per l'infanzia, si invitano le scuole a produrre lavori di "eccellenza" per mostrare al pubblico di adulti adoranti le magnifiche produzioni dei figli e delle figlie, i quali inorgogliti gonfiano il petto per un giorno, prima un po' stupiti, poi convinti che "mostra" è bello!

Ma chi insegna sa che bambini e bambine godono molto di più quando ce la fanno a superare ostacoli, a comprendere passaggi, a scoprire regole, a scrivere un testo corretto, a ragionare su un problema, a realizzare forme, a dipingere, a danzare...Chi insegna sa che quell'alunno considerato l'ultimo dalla pedagogia della fretta, da quella dell'addestramento che sottrae tempo ai perché condivisi per capire, quello lì, quell' ultimo che nessuno ormai vorrebbe più in classe perché ne abbassa la media, è quello che dovrebbe dare il ritmo e la voglia di cambiare e approfondire ogni sapere, perché non c'è sapere che per essere tale non presupponga la revisione e l'adattamnto ai contesti di vita vissuta con l'altro che dovrebbe trovare con compagni e compagne la possibilità di produrre e imparare conversando, ragionando, scambiando idee e riflessione sui percorsi adottati da se stesso e dagli altri. L'arte dell'insegnare è quella che continuamente tenta e ritenta, si aggiorna per quell'ultimo e mentre lo fa per lui, trova incredibili strade per tutti gli altri e le perfeziona, le affina., ma non certo per essere insegnante più bravo e più richiesto dei colleghi e delle colleghe. Se invece il merito, tanto invocato da media e governi, dovesse essere la molla di un bravo docente, sarebbe l'ennesima motivazione estrinseca su cui si basano tanti meschini rapporti umani oggi, sarebbe veramente la fine della libertà d'insegnamento sancita dalla Costituzione. Si profilerebbe nel tempo, non subito per tutti, una figura di insegnante che applica alla lettera le ultime novità ministeriali, senza mettersi in discussione, senza inventare, senza più osare.

Il pericolo della libertà negata è il nostro mestiere, ed è un pericolo da casco dentro la mente, molto più grave del calcinaccio che piove sul fuori, senza nulla togliere anche a quello. E' il pericolo del rimbambimento a suon di semplificazioni dei rapporti e degli apprendimenti. Un pericolo costante di riduzione di tempi nella classe con i compagni e le compagne che cooperano: si sente parlare e si legge di possibili destrutturazioni della classe, ma essa in Italia è il luogo laboratorio di ogni apprendimento, delle età evolutive che vengono a confronto, non del grado di intelligenza! La classe è l'insieme strutturato che consente di interagire con compagni e compagne noti con i quali si va imparando come si può vivere e quali norme si possono conquistare insieme; la classe consente riflessioni profonde su cittadinanza e stili di apprendimento; i gruppi di vocazione o di livello invece sono, in una situazione come quella italiana, uno specchietto per le povere allodole del qui e ora, senza pensare alle conseguenze della frammentazione di una comunità, di un microcosmo ricco di stimoli, conflitti e diversità da riportare ad armonia.

Infine il pericolo è anche quello che schiere di genitori, a furia di sentirsi ripetere che quiz, voti, addestramenti, questionari di gradimento procureranno il vero innalzamento del livello di professionalità dei docenti, ci credano e comincino a far fare test a casa ai figli (a fronte dei tanti che hanno protestato contro le prove censuarie Invalsi, in molte case si stanno già esercitando i figli con libretti e schede invece di farli vivere dialogando, raccontando storie, giocando, riordinando i propri giocattoli...).

Il mondo degli adulti continua a far confusione, ad aggrapparsi a qualche mito e così facendo priva l'infanzia e l'adolescenza dell'arte del narrare, dell'osservare, dello spiegare ragioni, del misurare spazi con i propri corpi, dell'appassionarsi a una melodia, del riflettere sulle difficoltà familiari e degli altri...).

Una proposta comunque per la valutazione dei "risultati" già presente in un emendamento del ddl potrebbe essere questa: la frequenza dei corsi d'aggiornamento seguiti dagli insegnanti anche da parte dei genitori interessati a valutare i propri insegnanti con competenza e rigore. Sì, perché un comitato di valutazione che si definisca organo della scuola ovviamente richiede tempi di studio, di rielaborazione e di approfondimento delle sue componenti, le quali, se proprio non avessero pari competenze dei docenti di lungo corso, almeno qualche infarinatura dovrebbero formarsela. O no?

La scuola vorrebbe cambiare di nuovo per recuperare il buono che rimane nei libri e nelle idee, ma non a suon di annunci di soldi comunque dovuti o di confusione organizzativa, bensì a suon di persone-insegnanti che stiano in relazione continuativa e costante con studenti e colleghi e di pedagogia del cambiamento con la giusta serenità per fare ricerca. Invece si odono frasi fatte di opinionisti legati a una scuola inadatta alle problematiche della società frantumata. E ancora adesso si sente ripetere che la scuola è in mano alla sinistra, la quale poveretta è frantumata e confusa come la società, invece di udire parole di riflessione su un'autonomia di ricerca che possa scegliere modalità didattiche e pedagogiche all'altezza dei tempi e delle richieste di attenzione per ogni stile di apprendimento, in classi numerose con la presenza di molteplici diversità. E per realizzare ciò i docenti dovrebbero essere messi nelle condizioni di realizzare il cambiamento collaborando e studiando insieme dentro le scuole, ritornando a parlare di qualcosa che vale senza spendere tempo inutile in stesure di protocolli, programmazioni per competenze, registri elettronici e addestramento alle prove Invalsi e obiettivi da raggiungere nel tempo voluto dalle stesse, invece di quelli dei soggetti in apprendimento-insegnamento.

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