Scuola: i giorni prima della felicità
Gianfranco Pignatelli - 04-05-2015
"C'era una generosità civile nella scuola pubblica, gratuita, che permetteva a uno come me di imparare. [...] L'istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi si sarebbero istruiti comunque. La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria però, tra le sue mura, permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori". Già, il dispari. Più rileggo il decreto sulla cosiddetta Buona scuola e più mi convinco che Renzi questo brano di Erri De Luca non l'abbia mai letto. È tratto - e non a caso - da "Il giorno prima della felicità". Già, perché se Buona scuola dev'essere dovrà condurre alla Buona vita. I suoi giorni per essere quelli prima della felicità, prepararla e favorirla, dovrebbero educare alla serenità e alla solidarietà, al piacere del sapere, all'orgoglio del saper essere e saper fare. Invece, i giorni della scuola che verrà saranno quelli dell'iniquità e della conflittualità. Come? Tra scuola statale e privata, dirottando risorse dalla scuola inclusiva a quella esclusiva, togliendo ai tanti per dare ai pochi ricchi e svogliati che scelgono i diplomifici. Dove? Tra centro e periferie, tra aree metropolitane e province, tra nord e sud. Con scuole ubicate in zone ricche, scelte da famiglie abbienti, nelle quali il mecenatismo privato forma predestinati da canalizzare al consumo e al lavoro nelle stesse aziende che, formalmente, finanziano e sponsorizzano gli istituti ma, in realtà, condizionano - in combutta col preside manager - il reclutamento dei docenti, i programmi, la libera espressione, le valutazioni e l'esito scolastico. Perché? La gerarchizzazione selvaggia traduce gli organi collegiali, democraticamente eletti, in consigli di amministrazione trasformando i docenti in pianisti, come quelli di Camera e Senato che pigiano e non pensano. Il Dirigente Scolastico avrà fidi collaboratori delatori, che supinamente metteranno in esecuzione le direttive, vigilando che siano scrupolosamente seguite da docenti ridotti a manovalanza didattica, ricattabile e licenziabile. Professori non più reclutati per merito e per diritto ma solo per nepotismo e clientelismo nelle mani di un preside burattinaio.

Renzi si convinca che la scuola è buona se è pubblica, ovvero diritto di tutti e patrimonio comune.

Perché sia buona per davvero deve mirare al pari e alla maggiore qualità. Il solo dispari tollerabile è quello della convinzione, della determinazione, della dedizione di ciascuno nel migliorarsi giorno dopo giorno, mettendoci nell'apprendere, la grinta, la passione, la lucidità di chi vuole che ogni giornata scolastica sia per davvero "Il giorno prima della felicità" per sé e per il Paese.

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 Giovanna Arnone    - 18-05-2015
Come genitore, più che come docente, assisto indignata all'agonia della scuola pubblica, dove la parità può essere considerata come limite da chi ne vorrebbe fare un uso privato.
È così che la buona scuola non potrà più insegnare cosa significhi democrazia e non sapremo più difenderla.