Dieci Dicembre 2002
Comunità di Gaggio - 10-12-2002
Uno dei nomi della pace è silenzio: quello con cui si ascolta, si accoglie: ci si ascolta, ci si accoglie: perché l'altro nome indissociabile del primo è condivisione di quello che si è e che si ha
(avendo dimenticato - per fiducia e non per smemoratezza le differenze dell'alterità e della lontananza), scoprendo lo stupore e l'allegria delle diversità che entrano in comunicazione.



Mino Cerezo. Iquitos, Perù


E' difficile, irreale (chiude la gola e la testa) parlare di pace mentre si fa la guerra, e se ne osservano nell'impotenza le conseguenze sui tanti che sono ingoiati dal suo rumore di morte, di esilio, di violenza, di assurdo. E' ancor più difficile perché è, tutto questo, un film già visto tante volte, nella storia, e nel presente, che ci ricorda perciò che le cose saranno sempre così: per missili o per fame o per diseguaglianza; per etnie, religioni, ideologie, interessi; per ragioni collettive o personali o di gruppo.

Forse è il nome della pace ad essere un'illusione. Penso occorra prendere in modo estremamente serio questa ipotesi. Così come non si deve lasciare riassorbire preventivamente il venerdì santo e il suo buoi, dalla trasparenza sognate e stupefatta del sabato. Forse è così che, sotto-dentro il fragore della guerra, si ri-ascolteranno (riscoprendo il senso duro, disincantato, senza tempo né consolazione) gli altri nomi della pace:

SPERANZA, ovvero il camminare verso, e in nome di cose che non si vedono, e che si incontreranno, né si giustificheranno ragionevolmente;

MINORANZA come qualcosa che noi siamo, come modo diverso, più diretto-doloroso perché ci toglie illusioni di arrivi-risultati di essere solidali con i non cittadini delle tante minoranze di cui ci interessiamo, e a cui auguriamo pace;

SPAESAMENTO chiama alla capacità-necessità di essere profughi come mestiere permanente nell'essere e nell'avere, e non come esercizio di solidarietà, per non divenire potenziali difensori di certezze e poteri, e per non essere, a tempo pieno, cittadini di un mondo che non è quello degli equilibri e dei confini, dei Sud obbligati e dei Nord inevitabili o sognati o proposti come modelli.

In questi nomi si ritroverà, forse, anche quello del "silenzio che accoglie": avrà il sapore ed il suono delle beatitudini (gridate nel vento e nel deserto, come nel Vangelo di Matteo di Pasolini), e ci abiterà talmente dentro da non lasciarci più soli. Forse, senza domande sul quando e sul come, in pace.



Mino Cerezo. Iquitos, Perù



Gianni Tognoni,
segretario Tribunale Permanente dei Popoli
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