breve di cronaca
Collegi solidali contro la repressione
Il Piccolo - 08-12-2002
La contestazione pacifica contro il ministro Moratti degenerata nella violenza quando alcuni ragazzi sono stati fatti uscire a forza dalla polizia
Studenti picchiati, «così li si allontana dalle istituzioni»
Docenti di Oberdan e Galilei stigmatizzano i fatti di Udine: «Forme sproporzionate di repressione»



Due distinti documenti mirati a esprimere sconcerto per quanto avvenuto mercoledì scorso a Udine. Li firmano numerosi docenti dei due licei scientifici cittadini, l’Oberdan e il Galilei, richiamandosi appunto alla pacifica contestazione attuata da alcuni studenti contro il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti in occasione degli Stati generali della scuola tenutisi nel capoluogo friulano. Una contestazione interrotta con violenza, quando quattro ragazzi delle Consulte provinciali studentesche, tutti minorenni e con in mano l’invito della Regione agli Stati generali, sono stati trascinati fuori della sala a forza dagli agenti. Uno di loro, un triestino, ha raccontato di aver ricevuto degli schiaffi.
In una nota corredata di oltre 40 firme e inviata all’assessore regionale all’Istruzione Alessandra Guerra e al direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale Cataldi, il Collegio docenti dell’Oberdan manifesta la sua «preoccupazione». «Prescindendo dalle diverse collocazioni politico-ideologiche, il Collegio ritiene che il pluralismo delle idee, anche qualora si esprima nelle forme di un aperto dissenso, purché pacifico, sia uno dei valori fondamentali nel processo di formazione dei giovani». Il Collegio teme inoltre «che una carente disponibilità al dialogo o forme sproporzionate di repressione possano alimentare sfiducia o addirittura rifiuto nei confronti delle istituzioni».
Nettissima anche la presa di posizione del Galilei, con oltre trenta insegnanti che in una nota esprimono «piena solidarietà ai rappresentanti degli studenti (tra i quali anche un ragazzo del nostro istituto)» che mercoledì «sono stati oggetto delle ”attenzioni” della polizia, solo perché colpevoli di voler esprimere - in forme civili e assolutamente non violente - il proprio dissenso nei confronti del ministro Moratti e della sua politica nei confronti della scuola pubblica».
Nessuna volontà di «stabilire facili e forse arbitrarie connessioni con altri ben più rilevanti interventi repressivi compiuti di recente dagli organi di polizia in altre parti d’Italia», precisano i docenti, «ma ci pare ugualmente inaccettabile il tentativo di minimizzare la gravità dell’accaduto, riducendolo quasi a una sorta di bonaria messa in riga (cosa sono in fondo alcuni schiaffi?) di qualche testa calda recalcitrante. Riteniamo invece - prosegue la nota - che al di là delle discussioni sulla ”modica quantità” di violenza o meno usata nella circostanza, la gravità del fatto risieda soprattutto nella pessima lezione che sulla libertà di espressione e sul significato del confronto democratico è stata impartita a tutti quei giovani che - come i rappresentanti studenteschi democraticamente eletti colpiti a Udine - si affacciano, tra timori e speranze, alla dimensione del politico e del sociale invece di restarsene confinati nel loro ghetto di ”adolescenti consumatori”». I docenti giudicano i fatti di Udine «un altro brutto e concreto segnale, inoltre, dell’involuzione in senso autoritario della politica verso la scuola, verso quello cioè che dovrebbe essere il luogo privilegiato della crescita democratica e della partecipazione responsabile per i cittadini di domani».


«Il pluralismo delle idee, anche se si esprime nel dissenso, purché pacifico, è uno dei valori fondamentali nel processo di formazione dei giovani»

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 Claudia Alessandrini    - 09-12-2002
Non nascondo che la notizia mi ha provocato una sensazione di rabbia e di
angoscia profonda, come del resto tutto quanto sta accadendo da un certo
periodo. Ecco quanto ho trovato scritto su "L'Unità" del 6 dicembre 2002.


" Caro Direttore,
leggo sulla prima pagina del Piccolo di Trieste la cronaca, non dubi­to
fedele, di una giornata di antidemocrazia bieca, serpeggiante, ipocrita,
presuntuosa e supponente e fin qui siamo più o meno nella norma, coi tempi
che corrono. Ma quel che peggiora tutto sono il luogo, l'occasione, il
motivo e chi ci è andato di mezzo. I fatti, come si leggono: un gruppo di
studenti appende all'Ente Fiera di Udine uno striscione per dissentire sulla
visita della «ministra» Moratti. Cito la scritta perché non sorgano
equivoci: «Scuola di padroni, via la ministra, dimissioni».
Roba da educandi politici, semplice, schietta, inoffensiva, papale papale
e correttissima. I ragazzi hanno avuto il permesso di appendere lo
striscione; i ragazzi hanno tutti in mano l'invito della Regione per gli
stati generali, sono iscritti a parlare non rumoreggiano più del lecito, non
hanno addosso né temperini, né pistole ad acqua, non brandiscono bastoni né,
si fa per dire, strani estintori.
La «ministra» comincia a parlare e la polizia leva di mezzo lo striscione
(«abbiamo permesso di esporlo ma non si era detto quanto»); la polizia
invita alcuni ragazzi a uscire dalla sala. Loro, ingenui, o ignari, o
soltanto increduli escono e vengono menati. Non so come, non so quanto. Non
mi importa se son state botte (come loro dicono) o solo schiaffi.
Interrogato il questore Celentano dà una risposta da fratelli Marx: «C'è
forse qualcuno in ospedale? E allora?».
Ci sono le foto, c'è un filmato. C'è una ragazza presa per i capelli e
trascinata via come fosse un'invasata.
Inutile riparlare di Genova: l'ha fatto già bene gente assai più
qualificata di me. Ma qui non si era a Genova duran­te il 68: qui eravamo in
una tranquilla sala di una tranquilla città, dove invece di accogliere la
«ministra» con striscioni del tipo: «Buon Natale e benvenuta signora
maestra», si è preferito dal profondo del cuore scriverle «Tornatene al
paesello», e nemmeno. «vaffanculo», che sarebbe stato temerario nonché di
poca classe. .
Mi spaventa, m'inorridisce questa rea­zione poliziesca sul niente, perché
allora sì vien da pensare che dietro tutto ci sia una strategia disposta,
preordinata (e anche spalleggiata?) che parte dall'alto e opera sulla nostra
polizia, e che quindi siamo ben oltre le «prove tecniche di regime».
Questi ragazzi avevano come armi solo parole, parole dette, parole
scritte: sanno di poterle e doverle usare appena si apra un varco, uno
spazio, soprattutto oggi che i secondi bruciano e i minuti sono raramente
concessi nei luoghi d'ascolto, d'opinione.
Questi ragazzi rappresentavano, in perfetta coerenza col dizionario, la
voce «democrazia» che significa libertà di dissenso e per giunta pacifica.
Ripeto: non importa l'entità fisica della reazione della polizia (leggi
«ospedale»), conta l'atteggiamento, la prevaricazione, la giustificazione
che l'ufficialità di un ruolo dà a se stessa, al proprio atto di forza. Per
assurdo morire e prender botte da chi ti deve lasciar manifestare sono cose
molto simili, molto vicine.
In 35 anni di scuola non ho mai visto un insegnante picchiare uno
studente, per quanto fosse incanaglito, strafottente, persino in torto
marcio.
E da oltre trent'anni non ho più visto la polizia farlo.
Gli studenti, i ragazzi non si toccano. E soprattutto non si toccano mai
quando parlano, urlano, dissentono,. scrivono, sbeffeggiano, ridicolizzano,
argomentano, soffrono e ricambiano. I ragazzi, tutti i nostri ragazzi devono
avere la certezza di poterlo fare; non esiste giustificazione qualunquistica
a questa tragica pagliacciata del potere (li abbiamo calmati un po'», «due
sberle gli fan solo bene»); le mani usatele in casa vostra, tra voi, se vi
fa tanto piacere.
Bene hanno fatto i quaranta insegnanti che hanno lasciato la sala. Se
l'avesse lasciata subito, una volta appreso il fatto, anche la Moratti,
forse in qualche sparuta scuola, in qualche angolo d'Italia, potrebbe ogni
tanto apparire lo striscione: «Buon Natale, benvenuta signora maestra»." (Roberto Vecchioni)

 Michele Sorbara    - 09-12-2002
Tralascio quello che è scritto precedente ma mi soffermo su quanto segue:
"Mi spaventa, m'inorridisce questa rea­zione poliziesca sul niente, perché allora mì viene da pensare che dietro tutto ci sia una strategia disposta, preordinata (e anche spalleggiata?) che parte dall'alto e opera sulla nostra polizia, e che quindi siamo ben oltre le «prove tecniche di regime». Prima che ci fosse questo governo c'era gia un lieve pulviscolo qua e la per l'Italia, di fascismo bianco, cioè quella negazione dei diritti civili che ogni cittadino dovrebbe potere esercitare. Qualcuno con l'uso dei propri poteri a volte nemmeno tanto concreti ma irrisori, riusciva a vessare i cittadini con l'uso della politica o del potere piccolo o grande che fosse che gli permetteva di schiaffeggiare moralmente che chiedeva i suoi diritti.
Da quando c'è questo governo oltre al fascismo bianco sta avanzando l'uso di comportamenti famosi in Italia in un certo periodo, pre bellico e bellico. A
Genova abbiamo potuto constatare quanto siano efficienti i sistemi di marca fascista, la cosa è stata organizzata in modo da provocare poi quello che è
successo lo hanno potuto vedere in tutto il mondo, hanno usato gli infiltrati, lasciato fare i forti per torturare i deboli. Si stanno preparando a qualcosa di losco, vedi gli arresti inutili anti NO GLOBAL con
successive scarcerazioni, si vuole intimorire, d'altronde è stato sempre palese la natura fascista di grosse frange della polizia. Mi auguro che in
presenza di chiare testimonianze i genitori di quei ragazzi portino rispetto ai loro figli denunciando alle autorità gli autori anche di un solo schiaffo. Poi vorrei dire alla signora ministra che dovrebbe vergognarsi,
lei che è cattolica e dovrebbero vergognarsi anche quegli alti prelati che sicuramente venuti a conoscenza di questi fatti non protestano per ciò che è
avvenuto. Ma ci dovremmo vergognare anche noi che avendo assistito magari, non abbiamo avuto il coraggio di denunciare o testimoniare. servirsi della
propria divisa della propria autorità per dare sfogo alle proprie frustrazioni e reazioni dai fallimenti della vita, usando violenza e non
importa in che misura e di quale natura, a liberi cittadini, nella circostanza dei giovani inermi ed inesperti. Se si fosse trattato di delinquenti non avrebbero avuto il coraggio di alzare le mani, avrebbero avuto paura, sappiamo benissimo perchè. Li vediamo quasi giornalmente come si girano dall'altro lato e non fermano quelli che andrebbero controllati, ma magari intimoriscono un povero disgraziato. Certamente non sono tutti così i poliziotti italiani, ma mi viene da dire : chi di loro è senza
peccato scagli la prima pietra, anche se ...