Età inquieta e motivazione allo studio
Francesco Mele - 07-12-2002
Questa sera, nonostante le numerose cose da fare ho deciso di scrivervi perché ho letto un interessante articolo di Charmet sull’ultimo numero di Valore Scuola (Gustavo Pietropolli Charmet - Adolescente o studente? La motivazione allo studio in un’età inquieta – Valore Scuola n° 19/2002) e ve ne voglio parlare.

La sua tesi è interessante e lo è altrettanto la soluzione che propone, e che io condivido pienamente anche se pare che la scuola non voglia proprio saperne.

Per quanto occorra sempre essere cauti ed evitare generalizzazioni, specie quando si tratta di persone, le riflessioni di Charmet mi sembrano stimolanti e possono dare spunti di riflessione per docenti alla ricerca del senso della propria professione e delle mission da perseguire.

Charmet afferma che sempre di più gli studenti adolescenti “si recano a scuola senza accettare, senza indossare il ruolo sociale di studenti”. Portano nella scuola solo il loro essere adolescenti, con tutto il bagaglio di problematiche che essere adolescenti comporta – relazioni, affettività, tensioni, conflitti … – ma il tutto sempre “senza la mediazione culturale del ruolo di studente”.
I nostri ragazzi decidono sempre meno di “affidare al ruolo di studente la regia del loro processo di crescita” e questo avviene semplicemente perché non si fidano della scuola, non le riconoscono la capacità di “nutrire” i loro bisogni, anzi, per come vengono su i nostri ragazzi e per come la scuola si pone nei loro confronti, il risultato è che spesso essa favorisce il senso di colpa e di inadeguatezza, cosa che quasi sempre porta all’emergere di un sé “anestetizzato eticamente ed affettivamente”.

Su come vengono su i nostri adolescenti (famiglia, modelli educativi e quant’altro) vi rimando all’articolo visto che Charmet è molto più bravo e io non voglio tediarvi più di tanto; dirò solo che, volendo andare per definizioni, egli parla di “ragazzi narcisisticamente fragili, non ragazzi da combattimento, ragazzi incapaci di affrontare il conflitto, la frustrazione, ragazzi permalosi”. Al di là delle generalizzazioni cui accennavo prima, direi che dal mio osservatorio mi sento di condividere questa interpretazione.

Ma quello che mi sembra interessante è la via d’uscita che il nostro propone.

Ovvio che, evidentemente, si tratta di rivalutare il ruolo che l’essere studente può svolgere come “strumento per l’affermazione del sé, per l’espressione del sé, per la socializzazione del sé … uno strumento cognitivo, uno strumento sociale”.
Ma come, appunto?

Sembra l’uovo di Colombo ma lascio a Charmet il compito di svelarvelo:

“Riconoscersi nel ruolo di studente è davvero uno strumento straordinario per favorire la socializzazione coi coetanei non per fare amicizia, ma per imparare a lavorare in gruppo, condividere l’esperienza della ricerca, compiere un’azione collettiva che dà vita a un grande oggetto culturale, un oggetto simbolico. Non può che essere cosi. E così è utile da tutti i punti di vista”.

Ecco l’uovo di Colombo: la classe, il gruppo!

La scuola dovrebbe progettare occasioni formative tendenti non tanto a stimolare situazioni relazionali facilitanti quanto a creare gruppi di lavoro, facendo cogliere a pieno tutti i vantaggi che derivano dal fare parte di un gruppo di lavoro.

Ecco allora la mission: costruire gruppi di lavoro e assisterli, sostenerli, supportarli q u o t i d i a n a m e n t e .

Non è semplice e richiede una professionalità e un coinvolgimento che forse chiama in causa la motivazione dei docenti, che non sempre c’è. Ma un fatto è certo, in una istituzione che è fondata sui gruppi di lavoro, a tutti i livelli, i professionisti dell’apprendimento conoscono molto poco questo strumento e, di conseguenza, molto poco lo usano nelle loro classi.

Ovviamente la cosa si avverte molto di più nelle scuole superiori dove, per contro, più serrato dovrebbe essere l’intervento per invertire una tendenza all’estraneità che tutti ravvisiamo nei nostri ragazzi.

Se vogliamo allora diventare *professionisti dell’apprendimento* (e l’uso dei termini non è casuale ed è mio, non di Charmet) ravviso come urgente e inderogabile una vera e propria rivoluzione culturale, fondata sulla formazione e stimolata da interventi mirati che abbiano lo scopo di produrre motivazione e condivisione ma, innanzitutto, la consapevolezza del problema.

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 Daniela Naldini    - 07-12-2002
Condivido in pieno l'analisi fatta a proposito degli studenti - adolescenti che non si identificano nel ruolo degli studenti. Oggi sono bombardati dai giochi di ruolo e si dedicano con passione ad essi, perché forse sentono il bisogno di giocare, di assumere il ruolo di qualcosa o qualcuno, in quanto non si riconoscono nel ruolo in cui sono stati confinati... quello di studenti. Il vero problema, secondo me, è che questo gioco di ruolo rappresenta l'anticamera della socialità, dell'essere adulto e cittadino di una comunità, che va da quella familiare a quella più estesa della società. A tutti noi è stato chiesto di farlo, implicitamente, ma ognuno di noi ha accettato e continua ad accettare il suo ruolo, in questo caso quello dell'educatore, con tutta la sofferenza che comporta. Io vedo proprio nell'incapacità dei giovani d'oggi di leggere il disagio degli adulti il paradosso del loro ruolo di studenti... perché il gioco presuppone impegno, regole e fiducia reciproca, anche se si tratta di nascondino... invece, sembra che la fatica di comunicare la faccia solo il docente, perché per lo studente mettersi in gioco è troppo faticoso... Questi sono solo i pensieri della domenica mattina, ma credo davvero che mettersi in gioco sia l'anticamera dell'autenticità, e che in fondo l'unica risposta che si possa dare alle provocazioni (cioé chiamate) degli studenti sia quella di giocare, non solo di mettersi in gioco, sperando che altri raccolgano il frutto del nostro lavoro nel tempo opportuno.

 Ceciarelli Aidi    - 16-12-2002
caro signor Mele, il suo testo tocca tasti dolenti e reali.
1. molti docenti cercano di diventare professionisti dell'apprendimento, ma trovano:
Solitudine Reale: il collega che conosci e che condivide ciò, è in un'altra scuola di diverso ordine e grado.
Solitudine Intellettuale:
-"devo fare il programma..."
- "ai nostri tempi..."
-- "...i ragazzi sono diversi, le famiglie..."
Solitudine Economica:
-"per quello che mi danno..."
- "ma che professionisti! Per quei quattro soldi, qua si deve sopravvivere (all'economia o agli studenti?)"
-"tu sarai ricca di tuo, la baby sitter mi costa e non ho tempo da perdere"
2. Molti docenti si pasciano di articoli come quello di Charmet, di pseudo inchieste sulle responsabilità delle famiglie e sul bourn out dei docenti e gettano (con orgoglio , sentendosi assolti) la spugna.
Continui a "seminare dubbi" la prego, signor Mele, e a fare proseliti (alla causa della "scuola-gioco" per tutti e dove il tempo non è quello economico della produzione aziendale). Le ho fatto conoscere la collega Chirizzi, ci ho impiegato un anno a "sgrossarla". Istruitemela bene, così qua saremo in due. Con curiosità e speranza attendo.

 Calogero Scilanga    - 27-02-2008
Caro sig. Mele,
condivido a pieno la sua teoria, le parlo da collega e da alunno, io sto vivendo un'altra realta', vivo in Polonia e mi sono fatto una mia idea. Qui, all'universita', un esame lo puoi dare 2 volte, la terza devi scrivere al magnifico rettore per chiedere di poter ripetere l'esame, dando delle valide motivazioni, e, se viene accettata, vieni esaminato da una commissione. Se anche questa volta non riesci a superare, detto in termini pratici, ti invitano a cercarti un'altro lavoro, o iscriverti ad un'altra facolta'. Quando invece torni a casa, i tuoi genitori ti portano in campagna, non per cattiveria, ma per insegnarti che nella vita non c'e' tempo da perdere. Credo che il male della nostra economia venga appunto dal fatto che i nostri giovani sono motivati ad essere sempre piu' dipendenti dalla famiglia e sempre meno responsabili. Io penso che la scuola e i genitori debbano riprendere un po' di potere per quanto riguarda il rigore, l'educazione.