Democrazia del lavoro e Movimento dei Movimenti
Federico Repetto - 05-12-2002


La democrazia del lavoro

Le società dell’Europa occidentale per decenni (dalla fine della seconda guerra mondiale alla fine degli anni settanta) sono state regolate da un sistema che chiameremo “democrazia del lavoro”, il quale oggi è in panne, forse definitivamente. La democrazia del lavoro, in questa accezione, era la combinazione tra la democrazia rappresentativa e un particolare patto sociale, per cui il governo in carica promuoveva un certo livello di sviluppo economico e un basso tasso di disoccupazione, grazie ad una interazione (anche conflittuale) con le organizzazioni del padronato e dei lavoratori. A ciò si accompagnava un costoso sistema di infrastrutture per lo sviluppo economico, per l’assistenza sociale, la tutela della salute, la pubblica istruzione, ecc., che negli ultimi anni è stato in parte smantellato.
I partiti che avevano promosso questo assetto provenivano per lo più dalla tradizione socialdemocratica marxista, o marxista revisionista, della Seconda Internazionale: il partito socialdemocratico tedesco, il partito socialdemocratico svedese, il partito laburista inglese, il partito socialista francese, ecc.

Le cause del declino della democrazia del lavoro sono molteplici e complesse e le posso solo ricordare alla rinfusa:
- la sconfitta storica dei sindacati
- gli errori dei partiti politici legati al movimento sindacale
- il risentimento dei ceti medi
- la riscossa dell’ideologia liberista
- la ristrutturazione o la localizzazione in altri continenti di moltissime industrie e la conseguente riduzione del numero dei lavoratori industriali “tipici”
- ecc.

Col tempo, a questa serie di cause si è aggiunto ciò che Manuel Castells chiama la “frammentazione del lavoro” (Manuel Castells, La società in rete, Università Bocconi Editore, Milano 2002).
La frammentazione, che ha una certa parentela con la flessibilità, consiste nella riduzione progressiva della dimensione dell’unità produttiva in cui si lavora, nell’individualizzazione delle condizioni di lavoro e del contratto di lavoro, nell’isolamento progressivo dei lavoratori, ecc. Essa è conseguenza dello sviluppo, negli ultimi vent’anni, dell’”impresa in rete” (come la definisce sempre Castells), cioè dell’impresa non più organizzata in una rigida struttura unitaria costituita secondo una gerarchia burocratica verticale -il cui scalino più basso è la catena di montaggio di massa- ma invece costituita da unità produttive relativamente autonome, capaci di adattarsi alle continue trasformazioni del sistema, connesse da una potente rete di informazione e spesso situate in località diverse. Questa impresa è ben connessa in rete anche con imprese esterne giuridicamente (ma spesso legate da dipendenza economica), da cui riceve consulenza, beni strumentali e servizi in leasing o a cui affida in outsourcing particolari compiti produttivi.
E’ naturale, dunque che la frammentazione del processo produttivo (sempre dominato però da chi ha le adeguate risorse finanziarie e informative, cioè dalle multinazionali) comporti l’isolamento dei vari gruppi di lavoratori dipendenti, oltretutto sempre più mescolati a lavoratori ad interim, telelavoratori, consulenti, collaboratori esterni, ecc.
Nonostante lo sviluppo delle moderne tecniche dell’informatica e delle telecomunicazioni, nonostante una certa ripresa della piccola iniziativa privata (ma economicamente dipendente), credo che si possa affermare che l’attuale stato dell’economia globale renda per molti versi di nuovo attuale l’analisi economica di Marx. Nel terzo libro del Capitale egli sosteneva che il sistema di mercato capitalistico spontaneamente tende al sovrainvestimento e alla sovrapproduzione. Infatti i capitalisti, in condizioni di concorrenza pura, devono investire il più possibile se vogliono assicurarsi la possibilità di vincere la competizione con gli altri capitalisti, mentre il consumo degli operai salariati è limitato anch’esso dalla concorrenza che comprime il loro tenore di vita. Questa prognosi nel corso del Novecento aveva perso di valore, perché nelle condizioni della democrazia del lavoro – in conformità con le raccomandazioni di Keynes e di altri economisti liberali che temevano la carenza di domanda effettiva– la domanda operaia e la domanda dei pubblici poteri erano aumentate, limitando inoltre la concorrenza con la contrattazione sindacale e l’intervento dello Stato. E anche nel caso dei regimi totalitari capitalistici o comunque degli Stati capitalistici che avevano effettuato grosse spese militari la carenza di domanda non si era fatta sentire. Oggi la previsione di Marx ritorna attuale nell’economia globale, anche se non c’è assolutamente all’orizzonte della società mondiale globalizzata nulla di analogo alla classe operaia europea di fine ottocento, sindacalizzata e in qualche modo legata alla tradizione universalistica della rivoluzione francese e dell’illuminismo.
Oggi in effetti la globalizzazione dell’economia e della cultura e le sue contraddizioni, provoca, sempre secondo Castells, lo sviluppo, a livello locale, di movimenti in difesa di specifiche identità etniche, culturali e religiose, o in difesa di interessi locali aggrediti dalla globalizzazione sregolata: interessi di frazioni di classe operaia, di disoccupati, di disagiati e poveri, di consumatori ed utenti, degli abitanti di aree sottoposte a rischi ambientali, ecc. Le manifestazioni e i convegni lungo l’asse Seattle-Porto Alegre-Genova-Firenze contraddistinguono un nuovo tipo di movimento globale, un movimento di movimenti aperto alle differenze. In effetti le reazioni oggi più visibili alla globalizzazione delle multinazionali non sono di classe, ma di movimento (di solito non identificabile con interessi economici strettamente definiti).

Classe operaia e movimenti

Che differenza c’è dunque tra la posizione della classe operaia nel sistema capitalistico e quella dei movimenti?
Per Marx la classe operaia aveva una funzione centrale nella società moderna in quanto portatrice di interessi universali. Essendo priva di ogni tipo di risorsa oltre al proprio lavoro, non era possibile pensare che essa sfruttasse l’alleanza con altri ceti subalterni per sviluppare i suoi privilegi, come aveva fatto la borghesia con la rivoluzione borghese. Non intendo però riesumare su questo punto la teoria politica marxiana (che, tra l’altro, è stata indicata da Norberto Bobbio come la parte più discutibile del suo sistema teorico). In effetti essa non è perfettamente applicabile alla democrazia del lavoro perché la classe operaia, nelle condizioni storiche dello Stato Sociale, non si trova nella condizione di miseria dei tempi di Marx. La classe operaia ha almeno due ulteriori risorse: il voto (si consideri che il suffragio universale ha cominciato a diffondersi tra gli Stati europei solo dopo il 1871 e che la pubblicazione del primo libro del capitale è del 1867) e un’organizzazione sindacale potente e istituzionalizzata. Mentre la prima risorsa caratterizza gli operai non meno di qualunque altro gruppo sociale, la capacità di pressione dei sindacati è stata causa del risentimento (più o meno legittimo e più o meno influenzato dai media capitalistici) dei ceti medi. Tuttavia la classe operaia non ha puntato solo ad aumenti salariali che potevano in linea di principio danneggiare settori più deboli, ma ha promosso lo Stato Sociale a vantaggio di tutti i ceti meno favoriti, anche perché sindacati e partiti operai hanno mantenuto uno scambio dialettico con l’insieme dell’opinione pubblica libera all’interno del sistema della democrazia liberale.

Interessi universali e cultura universalistica

Infine, se l’universalità di classe - della classe operaia e, prima, della classe borghese che ha dato un fondamentale contributo alle rivoluzioni liberali - è oggettivamente collegata a interessi economico - sociali riconoscibili, essa è però pensabile solo nel quadro di un pensiero universalistico, le cui condizioni materiali di esistenza sono date, tra l’altro, dallo sviluppo moderno della stampa. Se la nozione puramente logica di universale nel pensiero occidentale risale alle sue origini greche, è stata però l’invenzione della stampa che ha stimolato la rivoluzione scientifica del seicento e lo sviluppo di tutte le scienze. Gli intellettuali della Galassia Gutenberg sono strutturalmente caratterizzati sia da spirito critico nei confronti delle autorità tradizionali (l’abbondanza di libri stampati permette un notevole sviluppo dello studio autodidattico e dell’autonomia dai maestri) sia da una specifica “tradizione critica”: è autorevole chi produce idee valide seguendo fedelmente le regole della critica: l’etica della comunità scientifica, secondo filosofi come Apel e Habermas, ci impone di argomentare portando prove logiche di valore universale e prove sperimentali pubblicamente osservabili e ripetibili, nel contesto di una discussione senza limiti, in cui non è possibile il raggiungimento di una verità definitiva. L’età della carta stampata ci ha fatto uscire dal nostro luogo natale dispiegandoci la carta geografica del mondo e dal mondo del pressappoco dispiegandoci l’universo della precisione.
Gli intellettuali gutenbergiani, pur non essendo una classe, sono un gruppo dotato di una identità (più o meno latente), quella di lavoratori intellettuali moderni dell’età del libro stampato, appartenenti alla tradizione critica. La democrazia liberale, e da ultimo la democrazia del lavoro, li ha visti non solo come protagonisti legati a questa o a quella classe o partito, ma come garanti delle regole del dibattito razionale. L’avvento dell’homo televidens (o semplicemente dell’homo videns, come lo chiama il politologo Giovanni Sartori) ha in gran parte scardinato l’autorità sociale degli intellettuali gutenberghiani, e anche quella microsociale degli “opinion leader da osteria” - rimando per questo al mio articolo su Tracciati: Per un nuovo “J’accuse” degli intellettuali

Molto in sintesi: da un lato, il “campo scientifico”, proprio degli scienziati di mestiere, regolato da norme etiche elaborate nel tempo dalla comunità di ricerca degli scienziati, tradizionalmente sottoposto al giudizio sanzionatorio dei competenti, è invaso oggi sempre più dal “campo giornalistico”, regolato dall’audience e dalla concorrenza commerciale, e il risultato finale di questa invasione rischia di essere l’imbastardimento del vecchio sistema di selezione per cooptazione corporativa con una selezione sulla base della rinomanza mediatica (vedi Pierre Bourdieu, Sulla televisione, Feltrinelli); non diversamente la critica letteraria e cinematografica, il mondo dell’arte, ecc. sono invasi dai media e dalla regola dell’audience, con conseguenze analoghe. D’altro lato, il prestigio dell’intellettuale di base (insegnante, parroco, farmacista, sindacalista o segretario di sezione) è eroso invece dall’illusione di apprendimento autodidattico creato dalla televisione, che, in apparenza, ci mette tutto il mondo, e addirittura tutto il sapere, a portata di mano, riuscendo così a minare il fascino e l’autorità dell’intellettuale di base, senza fornire strumenti veramente validi di conoscenza all’homo videns. Essa inoltre lo mette in diretto contatto con il grande leader politico, dandogli l’illusione di poter valutare il senso di un programma attraverso un’apparizione televisiva.
Internet però a sua volta sta scardinando almeno in parte l’autorità sociale della tv. Il mondo dell’ipertesto comprende anche il vecchio testo gutenberghiano. Ciò che da in più è da un lato un potenziamento (andare oltre la Galassia Gutenberg senza però rinunciare alle sue positive caratteristiche) e dall’altro una minaccia (l’illusione degli effetti speciali, la perdita dell’orientamento in uno zapping globale multimediale). Non è chiaro quale sarà il suo destino e se le grandi multinazionali riusciranno a capire la strategia giusta per condizionare internet massicciamente a loro favore - ma non sembra una cosa tanto vicina.

L’autorità degli intellettuali

La cultura globalizzata, sia nella versione televisiva che in quella digitale, provoca reazioni anche molto forti da parte delle culture e religioni tradizionali, consistenti spesso nel tentativo fondamentalistico di tornare alle origini. In un certo senso c’è da aspettarsi che anche il ceto degli intellettuali gutenberghiani reagisca all’invasione globale dei media dell’immagine elettronica e rivendichi un fondamentalismo della ragione. Se i religiosi delle varie fedi sono i custodi dei Libri particolari che contengono la Parola di Dio, gli intellettuali moderni sono i custodi della cultura del Libro e delle regole della discussione tra soggetti razionali autonomi. D’altra parte, la cultura del Libro è per sua natura aperta nei suoi confini e le sue regole sono continuamente in corso di ridefinizione. Cionondimeno, negli ultimi decenni la televisione ha minacciato lo zoccolo duro dell’identità degli intellettuali, mentre il declino della democrazia del lavoro e dello Stato Sociale stanno minacciando le istituzioni pubbliche della scuola, dell’università e della ricerca. Non meraviglia quindi che, anche se con esiti relativamente modesti, alcuni intellettuali abbiano fatto uso della loro autorità e del loro prestigio residui e abbiano mostrato di saper interpretare e animare alcuni movimenti di opposizione: in Italia, prima, i giudici antimafia e di manipulite, supportati da esponenti della società civile (professionisti, insegnanti, giornalisti), e ora i professori di Firenze, Flores D’Arcais, Nanni Moretti, ecc. A giudicare da notizie recenti, Noam Chomsky, Gore Vidal e altri intellettuali americani che si oppongono alla nuova guerra globale di Bush sembrano oggi incontrarsi con un movimento pacifista più consistente.
Seppur parziale, c’è quindi una convergenza tra alcune forze universalistiche:
- movimenti di opposizione globali e compositi (di cui la vecchia classe operaia è una componente)
- intellettuali che desiderano mantenere il loro ruolo
- quanti usano Internet in funzione di dibattito, informazione e organizzazione (perché è stata proprio la rete che ha fornito il supporto per la comunicazione politica e per l’organizzazione a questi compositi movimenti, dagli zapatisti ai girotondini).

Movimento di movimenti

E’ molto difficile fare un’analisi attendibile di questi movimenti. E’ chiaro almeno che essi sono caratterizzati da una molteplicità di tematiche e da un’apertura straordinarie, e che, differentemente dai movimenti degli anni sessanta – settanta, non aspirano ad un’unificazione politica in termini neomarxisti (pur nel loro litigio continuo, i gruppi extraparlamentari di allora erano per lo più caratterizzati dall’aspirazione a diventare il partito unico delle masse proletarie). Né per adesso sembrano pensabili forme di leadership forti (né il subcomandante Marcos, né Agnoletto, per esempio, hanno pretese di direzione comparabili a quelle dei leader fondamentalisti o, putacaso, leghisti).
Loro caratteristica ricorrente è quello di essere movimenti di difesa: di difesa delle fasce sociali deboli, dei paesi e delle etnie deboli, dei sottoccupati e dei disoccupati, della classe operaia residua, della legalità democratica, della pace. Si tratta, abbastanza plausibilmente, di reazioni difensive diverse ai guasti della globalizzazione. Anche l’attacco alla legalità democratica in Italia (ma negli USA la situazione, nonostante una maggiore attenzione per le forme, è anche peggiore) in qualche modo si ricollega ad una tendenza generale: la nuova politica televisiva e il progressivo declino di una cultura politica popolare sembrano fortemente in relazione con l’attacco alla democrazia del lavoro a favore della globalizzazione capitalistica.
Naturalmente, se l’attuale situazione apre uno spiraglio di speranza per i valori universalistici rispetto a quella di qualche anno fa, è inutile nascondersi che mancano forze rilevanti capaci di trasformare il movimento di difesa e di protesta in progetto politico. Purtroppo, particolarmente in Italia, i partiti sono stati usurati sia dalla loro strategia di rinuncia allo Stato Sociale e alla democrazia del lavoro, sia dalla egemonia della tv nell’opinione pubbli-ca e nelle campagne elettorali (e dalla loro accettazione colpevole di essa).
Un altro fattore che rende problematico qualunque progetto politico tradizionale e assai difficile la riproposizione pura e semplice della democrazia del lavoro è la debolezza dello Stato nazionale rispetto alla rete del capitalismo globale. Né è per domani mattina la trasformazione della Comunità Europea in una democrazia del lavoro.
Tuttavia alla debolezza dell’attuale opposizione di movimento (rispetto all’opposizione politica, capace di trasformarsi in governo) fa da contraltare il suo carattere globale, che, forse, è suscettibile di ulteriori spettacolari sviluppi. Lo stesso sistema di comunicazione globale, benché sia dominato da voci antimovimento, involontariamente gli fa da cassa di risonanza. Sarebbe veramente deterministico pensare che i media (tv compresa) siano veicoli passivi del messaggio di chi li possiede e che i riceventi (inclusi i telespettatori) siano masse eternamente passive incapaci di reinterpretare e magari di rovesciare - sotto particolari stimoli sociali - il senso del messaggio. Forse il momento della politica costruttiva è ancora lontano. Quello che conta, almeno, è che i movimenti si muovano nella prospettiva dell’universalismo, della democrazia e, non ultimo, della pace.

Movimenti universalistici e movimenti fondamentalistici

Un ulteriore fattore rende il quadro ancora più problematico. Ci sono anche altri movimenti (e perfino Stati) che si muovono contro il capitale globale in un modo che contraddice e contrasta l’universalismo “occidentale” del movimento di movimenti: in primo luogo i fondamentalisti islamici e di altre religioni, e i diversi fondamentalisti etnici (fino al caso tragicomico della Lega Nord). In teoria, è facile distinguere il fondamentalismo radicale dalla difesa delle identità deboli sulla base degli ideali universalistici: chi si collega a questa seconda posizione, rivendica non solo per sé, ma per qualunque identità locale il diritto a conservarsi e potenziarsi. Di questo diritto sono portatori non le gerarchie tradizionali, ma i singoli, cui, in certe condizioni, spetta un’istruzione anche nella propria lingua madre, che, sempre in certe condizioni, devono poter trovare dei servizi pubblici nella loro lingua, che devono avere la possibilità materiale di compiere i loro riti religiosi, ecc.
Naturalmente, come è difficile determinare esattamente quali sono le condizioni materiali in cui scattano certi diritti, è spesso altrettanto difficile stabilire quali sono le rivendicazioni fondamentalistiche che sono in contraddizione con i principi universalistici e quelle che non lo sono.
Ma il problema di fondo resta questo: il movimento dei movimenti, benché pacifista e “terzomondista” , è visibilmente legato alla tradizione illumininistica universalistica, occidentale e laica, mentre diversi fondamentalismi religiosi e etnici (non solo quello islamico: c’è anche quello induista, buddista, ecc.) vi si oppongono direttamente. Non credo che dietro questa contraddizione ci sia un insolubile problema teorico, come sostiene invece il pensiero relativista e scettico postmoderno. Per dirla in termini semplicistici, una cultura universalistica nonconfessionale è moralmente superiore ad una cultura fondamentalistica confessionale. Ma non intendo parafrasare il nostro geniale capo del governo. Il punto è che l’universalismo non è una proprietà privata dell’occidente, una sua esclusiva. Gandhi, strenuo difensore del valore della religione e della specificità indiana, può essere senza esitazione considerato esponente di una cultura universalistica nonconfessionale (e del resto non ha mancato di fare liberamente uso anche della tradizione occidentale). Gandhi, non meno di Tagore, fu un intellettuale gutenberghiano e perfettamente indiano.
Le difficoltà non sono di principio, ma pratiche. Lo strapotere economico e culturale dell’occidente dopo la caduta dell’URSS e la globalizzazione all’occidentale suscitano in continuazione reazioni contrarie. Sarebbe più semplice per noi se queste reazioni fossero tutte di legittima difesa e se l’occidente avesse il monopolio della prepotenza. Per fortuna, finora, che io sappia, il movimento dei movimenti non è ancora incappato in un conflitto diretto con qualche fondamentalismo. Ma il problema che gli si pone fin di subito, nel momento in cui richiede legittimamente la pace contro l’establishment occidentale della globalizzazione militare, è quello di fronteggiare l’accusa di disfattismo e di tradimento dei valori dell’universalismo democratico, che l’establishment usa oggi come propria bandiera.

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