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Grammatica aggiornata della libertà
Il Manifesto - 05-12-2002


Noam Chomsky è senz'altro il più grande linguista del `900 ma è anche l'impegnato intellettuale che - sin dai tempi della guerra in Vietnam - non ha mai mancato di esprimere il suo pensiero dissidente. Con noi ha deciso di parlare nella sua duplice veste di ricercatore scientifico e di commentatore politico.

Suo padre era un famoso linguista, oltre che un cultore dell'ebraico. La sua vocazione scientifica arriva da lui?

È molto difficile razionalizzare gli effetti degli accidenti che costituiscono la vita. Mio padre mi ha insegnato un po' di linguistica semitica quand'ero bambino, e io ho potuto usarla all'università. Ma quanto effetto abbia avuto la «predisposizione», come si fa a sapere?

Quando ha iniziato, conosceva già il lavoro dei precursori matematici di inizio secolo della linguistica generativa?

Certamente! Li ho studiati negli anni Cinquanta su Computability and Unsolvability (McGraw-Hill, New York 1958) di Martin Davis, e sono stato molto influenzato dai sistemi di Thue e Post. Ho anche studiato il libro di Kleene sulla metamatematica (Introduction to Metamathematics, Van Nostrand, Princeton 1950), e ho letto i classici: Gödel, Turing, Church, Herbrand, Hilbert e Bernays, Tarski, Carnap, Quine...

Dopo aver dato una classificazione dei linguaggi che oggi porta il suo nome, lei ne ha trovato una descrizione alternativa in termini informatici. La cosa l'ha sorpresa?

All'epoca c'era grande entusiasmo per una classe molto ristretta di processi di Markov, dalla quale si aspettavano miracoli. Io feci vedere che anche classi molto più ricche erano invece inadeguate, ma il mio interesse in queste cose era marginale: non avevano molto a che fare con il mio progetto sulle grammatiche generative. Non ne parlo nemmeno in La struttura logica della teoria linguistica, un enorme manoscritto del 1955 per uso privato che è stato pubblicato solo vent'anni dopo. Sono invece citate in Le strutture della sintassi, perché quello era un testo per studenti.

Qual è il bilancio dei successi e delle sconfitte della linguistica generativa dei linguaggi naturali e artificiali?

Per i «linguaggi» artificiali, se vogliamo adottare questa terminologia usuale ma inutile, io non ho mai avuto troppo interesse. Per quelli naturali ci sono stati enormi progressi, soprattutto negli ultimi vent'anni. Sono stati scoperti principî fondamentali, i cosiddetti universali linguistici, di un tipo completamente inaspettato. E si sono delimitati i possibili parametri, la cui variazione determina i particolari linguaggi: sorprendentemente, sembra che ce ne siano solo un numero finito. La mia opinione, peraltro minoritaria, è che ormai possiamo affrontare seriamente problemi che alcuni anni fa non potevamo neppure formulare. Il più importante di questi problemi, almeno per me, è la questione della «perfezione» del linguaggio umano. Cioè, quanto «ottimali» (nel senso dell'efficienza di calcolo) debbano essere le facoltà linguistiche del cervello, per poter generare il linguaggio. Il «programma minimalista» che è stato sviluppato negli ultimi anni ha ovvie implicazioni per le tradizionali questioni biologiche, alcune delle quali sono state oggetto degli ultimi lavori di Turing.

Quanto alle «sconfitte», risiedono sostanzialmente nei nuovi problemi insoluti che affiorano ogni volta che si raggiunge un certo livello di comprensione in una qualunque disciplina. Ma per essere più preciso dovrei entrare in dettagli tecnici.

Molti anni fa lei ha partecipato a un famoso dibattito con Piaget sulla natura dell'apprendimento linguistico, sostenendo la tesi del cosiddetto «innatismo». Alla luce delle nuove scoperte su macchine e animali, ha qualcosa da aggiungere alla sua posizione di allora?

Le ricerche sulle macchine non hanno detto niente di rilevante. E credere che possano dirlo è solo un fraintendimento del lavoro di Turing, che tra l'altro non tiene conto dei suoi espliciti avvertimenti. Gli studi comparati potrebbero invece, in teoria, mostrarci quali elementi del linguaggio umano sono presenti nel regno animale. Finora i risultati sono stati scarsi, sostanzialmente solo qualche idea suggestiva, ma questi sono problemi difficili. Per quanto riguarda ciò che viene chiamato «innatismo», un termine che io non uso e non capisco, i risultati maggiori derivano da una dettagliata ricerca empirica su quello specifico oggetto biologico che è il linguaggio umano. Ogni nuova scoperta sui principî del linguaggio e sulle sue possibili variazioni modifica la nostra posizione sull'innatismo, che non è altro che ciò che guida il cervello di mia nipote a «sviluppare» un linguaggio in maniera analoga allo sviluppo di qualunque altro sistema organico.

A partire dagli anni Sessanta, lei ha iniziato un'azione politica di dissidenza che continua ancor oggi. Quali difficoltà ha incontrato e incontra per far conoscere il suo messaggio?

In realtà ho cominciato l'attività politica sessant'anni fa, anche se la cosa è divenuta pubblica solo durante la guerra in Vietnam. A quei tempi era virtualmente impossibile raggiungere più di una fascia ridottissima di pubblico. Le cose sono diventate più facili con lo sviluppo di un movimento popolare di massa negli anni Settanta, che ha avuto effetti profondi sulla società e la cultura: i diritti umani, il femminismo, l'ambientalismo, il terzomondismo, l'antinucleare, il no global...Tutto questo ha portato a una prevedibile recrudescenza del potere, che ha cercato di scalzare quelli che percepiva e descriveva, molto francamente, come «i pericoli della democratizzazione». Benché raggiungere un pubblico vasto sia oggi molto più facile di quanto lo fosse quarant'anni fa, o anche solo dieci, gli intellettuali (media e giornalisti compresi) cercano di emarginare le opinioni popolari, e spesso ci riescono. È una lunga storia.

Come mai, secondo lei, ci sono state così poche voci dissonanti nell'isteria collettiva successiva ai fatti dell'11 settembre, anche fra gli intellettuali di sinistra europei? È solo paura della reazione statunitense, o il sintomo di una più profonda uniformizzazione del pensiero occidentale?

Lei parte da un'ipotesi che io non condivido. L'élite culturale è quasi sempre allineata a supporto della violenza statale! Ci si fanno illusioni al proposito, perché dopo tutto sono gli intellettuali a scrivere la storia, e naturalmente preferiscono presentare un'altra immagine del loro ruolo. Prendiamo la I guerra mondiale, ad esempio, che è abbastanza lontana da poterne parlare senza troppo coinvolgimento. Il numero degli intellettuali dissidenti su entrambi i fronti è così scarno, che possiamo addirittura elencarli: Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht, Bertrand Russell, Eugene Debs... E molti finirono in prigione. La sanguinosa guerra degli Stati Uniti nelle Filippine un secolo fa, che ha fatto centinaia di migliaia di morti, è stata criticata da Mark Twain, che certamente non era uno sconosciuto. Ebbene, i suoi saggi antimperialisti sono stati pubblicati solo novant'anni dopo!

La critica intellettuale delle guerre di Indocina è stata praticamente inesistente: la massima espressione di dissenso fu che la «difesa» del Vietnam del Sud era un «errore» commesso con le migliori intenzioni, ma era diventata troppo sanguinosa e costosa (per noi, soprattutto). Ancora adesso è difficile dire le cose più ovvie sul Vietnam, benché l'opinione pubblica la pensi diversamente: sondaggi molto precisi, effettuati dal 1969 a oggi, dicono che due terzi degli statunitensi hanno considerato e continuano a considerare quella guerra fondamentalmente sbagliata e immorale. Nel caso dell'11 settembre, l'opposizione pubblica alla guerra in Afghanistan è stata immediatamente molto maggiore di quella contro gli interventi in Vietnam o in America centrale. Il che è particolarmente significativo: non solo per i tempi molto più ristretti, ma anche perché è la prima volta nella storia che l'Occidente ha subito ciò che era solito infliggere. Ad esempio, una simile opposizione al Vietnam è maturata solo dopo cinque o sei anni di guerra, quando ormai centinaia di migliaia di vietnamiti erano stati uccisi e altrettanti statunitensi stavano al fronte.

Dalla pena di morte al numero sproporzionatamente alto di carcerati (uno su 140 abitanti: 15 volte superiore alla percentuale italiana), ho sempre pensato agli Stati Uniti come a un «fascismo dal volto umano». Non le sembra che alcune misure prese dopo l'11 settembre, quali i tribunali militari contro i sospetti di terrorismo, abbiano ora fatto cadere anche la maschera «umana»?

Certamente le sue premesse sono reali, ma le conclusioni mi sembrano sbagliate. Gli Stati Uniti rimangono molto più liberi e aperti dell'Europa, ad esempio nel campo della libertà di parola. È vero che in tutto il mondo i falchi hanno sfruttato la paura dell'11 settembre per cercare di far passare programmi reazionari: negli Stati Uniti i cosiddetti «conservatori» perseguono il loro obiettivo di costruire uno Stato forte che trasferisca ancor più risorse e potere ai ricchi e imponga disciplina e obbedienza, e lo stesso succede anche altrove. Ma io sospetto che questi sforzi, almeno negli Stati Uniti, avranno soltanto un successo temporaneo e limitato. Bisogna tenere in mente, ancora una volta, che l'11 settembre è stato qualcosa di nuovo nella storia moderna. È la prima volta che l'Europa in senso lato, incluse cioè le sue ramificazioni, è stata l'oggetto delle atrocità che gli europei hanno inflitto al resto del mondo per secoli. Non stupisce che gli europei trovino scioccante questa rottura della norma. Per contro, il fato degli afghani ha attratto poca attenzione perché è così normale, esattamente come la formula dei sedicenti «motivi umanitari». In altre parti del mondo, ad esempio in America latina, la vedono diversamente. Proprio a causa di questa radicale rottura col passato, dovrebbe sorprendere il fatto che ci sia stata un'opposizione così alta all'uso della forza. E una lettura attenta dei sondaggi, oltre che l'osservazione diretta, mostrano che effettivamente è stata molto alta. Naturalmente i titoli di giornali e telegiornali sono ben diversi. Lo stesso vale, non sorprendentemente, per le prese di posizione degli intellettuali.

Nel racconto Deutsches Requiem di Borges un gerarca dichiara che il nazismo ha vinto la guerra, perché era un'ideologia così perversamente congegnata che si poteva batterla solo adottandone gli stessi mezzi. Che ne pensa?

La stessa osservazione fu fatta da Juan José Arevalo, uno dei padri della democrazia nell'America centrale. Riferendosi al colpo di Stato organizzato dagli Stati Uniti in Guatemala, che distrusse il breve esperimento democratico che lui stesso aveva iniziato, Arevalo commentò che, guardando all'ideologia che aveva trionfato, si poteva dire che Hitler avesse vinto la guerra e Roosevelt (al quale lui si era ispirato) l'avesse persa. D'altronde è ben noto, o dovrebbe esserlo, che il primo compito degli Alleati dopo la seconda guerra mondiale, e in Italia anche prima, fu la restaurazione della società tradizionale, incluse le tendenze filofasciste, e la distruzione della Resistenza antifascista. O, più in generale, delle tendenze radicalmente democratiche. È anche ben noto, o dovrebbe esserlo, che il manuale di controinsurrezione statunitense degli anni Cinquanta prese a modello l'analogo manuale nazista, e fu scritto con l'assistenza di ex gerarchi. Il manuale fu applicato, con effetti tremendi, soprattutto in America latina da Stati neonazisti di «sicurezza nazionale», appoggiati dagli Stati Uniti.

Possiamo dire allora che gli Stati Uniti sono oggi il vero erede del nazismo, nel senso che dopo la caduta dell'Unione Sovietica sono l'unico Stato che abbia la capacità militare e la volontà politica di soggiogare l'intero mondo? Possono cantare: «Ieri l'Iraq, oggi l'Afghanistan, `und Morgen die ganze Welt'»?

Nonostante ciò che abbiamo appena detto, non credo che questa sia una conclusione accettabile. Sarebbe una distorsione di ciò che è accaduto sia nelle democrazie industriali, che nei paesi in cui sono stati eliminati brutali regimi coloniali, tipo l'India. Inoltre, benché la superiorità militare degli Stati Uniti sia schiacciante, in termini economici e sociali il mondo è sostanzialmente tripolare da molti anni, e la potenza economica degli Usa è dimezzata rispetto a 50 anni fa.

Tra il dominio di media onnipotenti da una parte, e il fanatismo politico e religioso dall'altra, che ruolo possono giocare gli intellettuali?

Io non sono un grande ammiratore degli intellettuali, sa? Ma se lo vogliono, possono certamente giocare un ruolo costruttivo partecipando ai movimenti popolari di massa che sono sbocciati in tutto il mondo, a volte in forme nuove e promettenti.

E la razionalità, sopravviverà o è destinata a soccombere?

Non credo che sia in maggior pericolo che nel passato. Quanto al futuro, è largamente una questione di volontà e scelta. Io credo che le speculazioni non abbiano molto senso: possiamo a mala pena predire il tempo di domani, figuriamoci qualcosa così complesso e misterioso come gli affari umani!

PIERGIORGIO ODIFREDDI
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