Derive
Francesco Di Lorenzo - 07-06-2014
E anche per quest'anno è fatta. Il Sole 24 Ore ha dato la notizia: il ministero ha messo a punto il decreto che stanzia 220milioni di euro per le scuole paritarie. Niente di nuovo, intendiamoci. Sono soldi promessi dal governo Letta con l'ultima legge di stabilità e che con un apposito articolo erano stati esentati dai vincoli imposti dall'Unione Europea. Un modo per mantenere gli impegni, un esercizio di coerenza che si vorrebbe fosse applicato anche in altre circostanze. Al ministero dell'Istruzione, ricordiamolo, che ci sia Profumo, Carrozza o Giannini, che si abbatta un uragano o che ci sia un'alluvione, non c'è scampo, i soldi per le scuole paritarie arrivano puntuali come i treni durante il fascismo. Nasce il sospetto che ci sia qualcosa di talmente potente e a cui è impossibile opporre un diniego, perché la crisi che in tutti gli altri settori della scuola ha fatto macelli, non ha sfiorato le scuole paritarie. Com'è possibile? Chiederlo al ministro Giannini, che ormai dalle notizie sulla scuola è quasi scomparsa (si è svaporata) è come chiederlo al vento. Ma che almeno il vento porti questa domanda al presidente del Consiglio (o a chi sostituirà il ministro Giannini). È questione di serietà, come si rispetta la puntualità e l'impegno con le scuole paritarie, si faccia lo sforzo di rispettare i tanti impegni presi e poi dimenticati con la scuola Statale. Si facciano seguire alle belle parole, che tutti pronunciano quando si arriva al governo, i fatti. Portare a compimento solo la metà degli impegni presi, sarebbe rivoluzionario. Ma forse questa non è proprio la parola adatta.

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Sono trascorsi 14 anni dall'inizio del progetto 'Il quotidiano in classe' e sono disponibili alcuni dati. L'esperimento fu proposto ed iniziato dall'Osservatorio giovani-editori nel 2000. Oggi coinvolge due milioni di studenti delle scuole secondarie superiori, vale a dire il 78% del totale, e 44mila insegnanti che sono la spina dorsale del progetto stesso e il perché è facilmente intuibile: senza l'insegnante che si incarica una volta a settimana di proporre una lezione fatta con l'ausilio del giornale, tutto sarebbe più difficile se non impossibile. I quotidiani che entrano in classe e che vengono letti dai ragazzi sono 17. Ma, poiché a sostenere il progetto ci sono le fondazioni bancarie (oltre che gli editori), bisognerebbe capire quali quotidiani sono ammessi e quali no. Se è vero che ai ragazzi bisogna dare la possibilità di approfondire e di discutere le notizie, di essere consapevoli e aggiornati su quanto avviene nel mondo, è anche vero che bisogna farlo a 360 gradi. Escludere una parte dell'informazione sarebbe un errore (oltre che un delitto) gravissimo, sarebbe contrario al principio stesso della democrazia e farebbe passare una concezione ristretta e parziale del concetto di cultura. Se poi a farlo in modo scorretto è la stessa scuola, allora la contraddizione è ancora più grande. Agli insegnanti quindi, ancora una volta, il compito di vigilare ed integrare quando si vengono a scoprire le parzialità (come se non avessero altro da fare...).

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Una breve riflessione su quest'anno scolastico che volge al termine. Abbiamo avuto un ministro per quadrimestre, il primo l'abbiamo trascorso con Maria Chiara Carrozza, il secondo con Stefania Giannini: nessuna delle due ha lasciato grandi tracce. Del resto neanche avrebbero potuto per la brevità del tempo a loro disposizione. Però, quello di cui si è sentita (e si sente) la mancanza riguarda una sfera più generale, appartiene ad un QUID che fa riferimento alle idee, ai pensieri, finanche agli ideali. Nessuna ha portato aria diversa, né ha introdotto parole nuove per la scuola. Stereotipi e luoghi comuni sugli insegnanti e sugli studenti hanno continuato ad imperversare, incrostazioni e vecchie concezioni della politica e del mondo hanno avuto vita facile.
A noi lavoratori della scuola spetta il compito di 'mettere in evidenza come l'istituzione scuola abbia bisogno di idee, di attenzione e di discussione, di avere, cioè, puntati su di sé fari potenti, se non si vuole abbandonare la nave, come si dice, in balia delle onde o addirittura lasciarla alla deriva'.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf