Se mi Invalsi non vale
Claudia Pepe - 04-06-2014
Caro Dott. Augias, sono un'insegnante e l'ho sempre stimata per la sua intelligenza, per la sua forma per i contenuti che proponeva nelle sue trasmissioni e nei suoi articoli. Ma oggi mi sento in un profondo disaccordo quando leggo la sua opinione su Repubblica riguardanti le prove Invalsi e il valore che attribuisce a questi test nozionistici che addirittura, secondo lei e il Signor Boeri, sarebbero decisivi e darebbero informazioni importanti per l'iscrizione dei propri figli a questa o a quella scuola.

Forse non avete ben letto la legge 15 marzo 1997, n, 59, riguardante l'Autonomia Scolastica di cui lo scopo è realizzare interventi educativi e fomativi mirati allo sviluppo della persona, ampliando l'offerta formativa, adeguandoli ai vari contesti e alle richieste delle famiglie e dell'economia del territorio, al fine di garantire il successo formativo in coerenza con le finalità generali del sistema di istruzione stabiliti a livello nazionale, adeguandolo al tipo di studi e al ritmo di apprendimento degli alunni. In assoluta antitesi con lo scopo dei test INVALSI.

Io sono un'insegnante che vive nella Scuola da vent'anni e che sta vivendo in prima persona le trasformazioni che hanno portato la nostra scuola da esempio illuminante per gran parte del mondo, allo stato attuale. Uno stato ridotto, allineato, livellato non dagli insegnanti ma da un potere politico che non si è prefisso l'obiettivo di andare oltre, di migliorarsi, di modificare un modello superato, ma si è adoperato per uniformare,appiattire quasi a fare un percorso a ritroso.

I test INVALSI danno un valore all'unico obiettivo che la Scuola non ha. Lo scopo della scuola è sviluppare armoniosamente la propria identità, conservare la memoria per costruire il futuro, e soprattutto coltivare la libertà che trasforma un ragazzo in un cittadino consapevole. Tutto ciò non si può misurare a crocette, ma è il percorso di un vissuto non tangibile e che può esprimersi in tante forme: verbali, non verbali, divergenti, comparate, creative ma soprattutto soggettive. L'oggettività non è prevista nella Scuola, quella che fa riferimento ai grandi pedagogisti.

Prendiamo il Maestro Manzi che aveva capito molto prima dei nostri funzionari amministrativi della Pubblica Istruzione, che i bambini sono tutti diversi e aveva non cambiato, ma modificato il suo modo d'insegnare: non più in cattedra ma dentro ad un cerchio di banchi dove sedevano i suoi alunni. E tanti altri ancora ce ne sono che che danno alla Scuola, ma vengono studiati e presi in considerazioni solo da quegli insegnanti che nonostante la Scuola stia cadendo a pezzi, la tengono unita con il sudore delle mani sporche di gesso.

La scuola italiana è ammalata il che vuol dire che non è in salute e, non certo attraverso test assolutamente non rappresentativi della preparazione, e per favore non chiamiamola solo culturale, ma anche partecipativa, reciproca, sempre diversa per ogni storia, può essere valutata da ignote persone che vagano nelle scuole ad osservare. Perché se osservassero meglio vedrebbero insegnanti che per andare avanti con il loro "Programma" altrimenti l'Invalsi va male, escludono ragazzi che proprio in questo momento storico e nel loro momento più delicato, avrebbero bisogno di quella mano che aspettano da loro.

Vedrebbero, se guardassero meglio, che non si deve cambiare (cambiare è reversibile) ma modificare ( modificare è irreversibile) il contesto in cui viviamo. E il contesto siamo noi.

Siamo noi, mondo, società che abbiamo chiuso gli occhi per non vedere quello che non ci rappresenta , quello che non è uguale a noi.

Quello che non è uguale a noi è diverso e su questo conta la Scuola , perché avvenga quella contaminazione culturale che trasforma l'idea facendola correre da una mano all'altra e rendendo così il mondo sempre in movimento.

Gli opinionisti che parlano di scuola mi ricordano tanto gli uomini di fronte al referendum per l'aborto; contrari perché non capivano il corpo, la coscienza e la sensibilità femminile che è solo donna. Così come per la Scuola, tutti bravi a parlare ma nessuno ha mai insegnato in una scuola media dove le case sono costruite su una strada , o in una scuola elementare di periferia dove si devono superare barriere di spazzatura per entrare dal portone o in un liceo in pieno centro dove per dimenticarsi di loro stessi si fumano una canna prima di entrare. Noi insegnanti non abbiamo paura di farci verificare, perché ne sappiamo più di tutti, ma solo perché dopo gli studi accademici, abbiamo vissuto nella Scuola magari anche aggiustando un lavandino.

Ecco cosa manca all'INVALSI, la verità e la coerenza. Quella che non si può scrivere e fanno di tutto per nascondere. Naturalmente dietro un test a crocette.
E tutto ciò lo so perché ancora non ho finito di studiare: mi aggiorno con i miei soldi oramai finiti, ma mai spesi meglio. Perché anche chi parla di Scuola non ritorna a studiare ad aggiornarsi, oppure rendere l'aggiornamento gratis e obbligatorio per tutti?

Anche i giornalisti, gli opinionisti e soprattutto i politici dovrebbero tornare nei banchi di scuola. Imparerebbero meglio quello di cui scrivono o legiferano.


Articolo pubblicato in "ComUnità, la community de l'Unità"


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