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La vita in manette di Khalid
Il manifesto - 01-12-2002

La storia del giovane marocchino affogato nel Po in un romanzo di Pierluigi Sullo



Non capita spesso d'imbattersi in un libro animati dal desiderio di leggere una storia per poi rendersi conto, pagina dopo pagina, che di storie ce ne sono altre. E' in questo affollamento narrativo tra minuteria umana e grandi tensioni ideali, tra incerti itinerari soggettivi e forti suggestioni collettive, lo spessore culturale del lavoro di Pierluigi Sullo, la qualità politica di Guerre minime (Edizioni Intra Moenia). E' il sottotilo - «Come Khalid annegò ai Murazzi di Torino» - a svelare l'intenzione: ricostruire la verità intorno a un tragico episodio di razzismo che i giornali liquidarono come un banale fatto di cronaca. Nell'estate del 1995 Khalid Moufaguid, un giovane immigrato marocchino, annega nel Po con le manette ai polsi. Ma quell'intenzione, motivata da un appassionato desiderio di lotta politica a favore dei tantissimi senzadiritti che si aggirano per l'Italia - lungo il minuzioso lavoro di inchiesta, verifica dei dati, accumulo di interviste, dichiarazioni - ben presto tende ad allargarsi, come in un delta che via via si sfrangia in piccoli e grandi rivoli, racchiudendo al suo interno territori franosi e nebbiosi, una specie di terra di nessuno che non ha né dà certezze. Ed è lo stesso autore, a confessare il suo spaesamento: «Ero andato a cercare un grande disegno, una geometria omicida - dice Sullo - e ho trovato una provvidenza umana, un groviglio di cause, di intenzioni ed errori». E questo «groviglio» altro non è che la violenta trasformazione sociale che ha travolto una città come Torino, nata e cresciuta nell'ossessiva ricerca di ordine e sicurezza, plasmata anche morfologicamente come una scacchiera dove ciascuno aveva un ruolo e un luogo. Si dà poi il caso che proprio in questi giorni, come ricorda Marco Revelli nel suo post-scriptum al volume, l'ennesima crisi della Fiat, dia un'ulteriore (e forse definitiva) spallata alla città che fu operaia e che oggi chissà.

Un intero mondo sgangherato si affolla nelle pagine del racconto. Traiettorie che, ora affiorando ora scomparendo, s'incrociano e sviluppano attrito. In una spirale di perversa complicità che tutto ingloba e giustifica: dallo spaccio di eroina alla violenza organizzata, dalle speculazioni sui locali ai Murazzi al permanente stato di bisogno di chi conduce una vita fuggiasca.

Ed è disordinato il panorama che il libro tratteggia. Esito del progressivo scivolamento di una città sempre più dubbiosa di sé e disabituata a misurarsi con le trasformazioni: una città che forse ha smesso di stupirsi ma che pure non si rassegna. Una città ormai «indecifrabile», come spiega Revelli: «dispersa in un'infinità di frammenti senza nesso apparente, di segmenti senza una visibile continuità, sommersa e opaca, disordinata e confusa, abitata da figure sfumate ed evanescenti, l'esatto opposto della vecchia company town, con la sua anima metallica e il suo tempo ben scandito dagli orari e dai ritmi delle fabbriche».

Forse ci voleva un non-torinese a bordo del mitico tram 16 per raccontare cos'è oggi Torino. Chi la conosce di più è frenato dal pudore. Quanto alla morte di Khalid, l'inchiesta giudiziaria non è arrivata ad alcuna conclusione. Quasi a confermare che - da noi - per gli immigrati non ci sono diritti da vivi, figuriamoci da morti. Qualcuno dei suoi probabili assassini in galera c'è comunque finito, ma nel `97 e per altre ragioni. Una sentenza da molti interpretata come una sorta di risarcimento verso il «naufrago» Khalid e verso tutti i Khalid d'Italia.

SANDRO MEDICI
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