Folgorato sulla via di Comenio
Raffaele Iosa - 01-12-2002


…Insegnare tutto a tutti
nel senso che tutti
senza distinzione di sesso o ceto sociale,
devono apprendere le stesse cose
in maniera diversa, gradualmente..


Lunedì sera, università popolare, corso di inglese per principianti. E’ la mia quarta lezione. Tocca a me dire "Hello, Brigitte, qual è il tuo telephon number?" Sapete, quelle prime frasette che si imparano e che qui non oso scrivere tutta in inglese. Sarà perché sono stanco, fatto sta che invece dico "Hello, Brigitte, qual è il tuo nome?". Risata generale di tutti i miei compagni di classe (una bidella, pensionati, artigiani, un contadino, un architetto, ecc…). Risata generale.

Da parte mia, rido con loro (così pare si debba fare) ma insieme provo disappunto, pudore strappato, quasi un trauma. Fortunatamente la mia insegnante Silvia reagisce bene: ride anche lei, ma è un riso indulgente. Sbagliando si impara, dice, e perché voi non vi sbagliate mai? Ma soprattutto fa la magia: interpreta l’errore e lo considera un risultato: ho almeno imparato come si chiede il nome a una persona –dice- e non lo dimenticherò più. Magica Silvia!

Sa che adulti stanchi, la sera, possono anche sbagliare. Fortunatamente qui non riceviamo voti, né certificati, forse ci piace di più condividere un’esperienza comunitaria di apprendimento (e di comune sbagliamento) che di imparare a chiedere in modo british da Harrod’s l’afternoon the. Veniamo volontariamente, la mamma non ci obbliga. Eppure, e forse per questo, il trauma rimane: quello della propria stima, lenito bene da Silvia. E da adesso in poi, prima di dire un’altra frase in inglese ci penso settanta sette volte sette. A meno che Silvia…..

Facessi il meccanico o il geometra sarebbe forse stato solo un piccolo trauma, freudianamente un lapsus. Ma per me, uomo di scuola, è invece una folgorazione.

Penso subito alle migliaia di ragazzini e ragazzine che questa mattina, presi dalla distrazione, dalla superficialità, dalla noia o da altri accidenti, abbiano avuto in faccia dai compagni risate simili.

Penso anche alle tante insegnanti non-Silvie distratte, nervose, superficiali che sottovalutano quel piccolo trauma e tirano avanti, magari aggiungendo all’amaro della risata dei pari la cinica ironia degli adulti (cose del tipo: "sei un testone", parole tante volte sentite nelle aule).

Tornato a casa cerco consolazione nel mio vecchio e caro Comenio e nel primo libro di lettura per bambini al mondo, l’Orbis sensualium pictus, lascio parlarmi le sue parole dell’incipit:

"Vieni, ragazzo, impara a conoscere"

"Che cosa vuol dire conoscere?"

"Capire bene, agire bene, saper dire bene tutto ciò che è necessario"

"Chi me lo insegnerà?"

"Io, con l’aiuto di Dio"

"In che modo?"

"Ti condurrò dappertutto, ti mostrerò ogni cosa, ti indicherò ogni cosa"

"Eccomi pronto, guidami nel nome di Dio"

"Prima di tutto devi imparare i suoni semplici di cui si compone la parola umana, quei suoni che gli animali sanno articolare, la tua lingua sa imitare, la tua mano sa scrivere. Poi entreremo nel mondo e contempleremo ogni cosa".

Folgorato sulla via di Comenio da un pensiero antico, che mi viene fin dal primo lontano giorno in cui, ormai più di trent’anni fa, ho avuto nelle mie mani una classe, una quarta elementare.



Apologia della didattica

Forse pochi sanno –e pochi ci crederanno- al fatto che io, pur facendone parte, abbia frequentato pochissimo la cosiddetta "Commissione De Mauro dei 200" per i curricoli della scuola di base.

La ragione stava nel fatto che lì dominavano professori e cattedratici, sgomitanti tra loro, dediti a declinare in scale astrattamente armoniche la propria "santa disciplina" secondo canoni che poco avevano a che fare con la conoscenza, né con l’io bambino che voleva entrare nel mondo. Furoreggiava invece quell’astratta deposizione dall’alto del pianeta platonico del disciplinismo secondo la teoria del salame: dicesi curricolo il suo taglio in tante fettine.

La discussione stava tutta in quante, di quale grossezza, quante per giorno mangiarne.

Naturalmente (quasi) tutti eguali, professori destri e sinistri. Oggi l’unica cosa cambiata è che ne rimane solo uno a fare il salumiere, gli altri sono passati a far girelle.

Feci un unico intervento, ovviamente smarrito: "Tagliate le fette di salame come volete, a me dell’ingegneria delle vostre discipline importa poco. Ciò che a me interessa, ciò che a me pare importante per la scuola italiana non è cosa si insegna, ma come si impara".

E poi, addio nella primavera romana che andava tiepida verso le elezioni.

Avevo due amici matti, con i quali ce n’eravamo andati in montagna (a spese nostre) a scrivere qualcosa sulla filogenesi della vita individuale che incontra l’ontogenesi del mondo. La nostra pazza teoria era che l’essere umano naturalmente parla, fa conti, misura, ha il senso del tempo e così via. Compito della scuola non era tanto il pignolo dividere fette di salame, ma l’incontro tra il mondo genetico interiore e il mondo del mondo di chi è venuto prima di chi impara. Appunto quel "guidarsi reciprocamente", per capire bene, agire bene, saper dire bene.

Perché l’insegnare sia condurre dappertutto, mostrare ogni cosa, indicare ogni cosa a tutti e a tutte, nessuno escluso, con l’aiuto di Dio. L’insegnante errante per l’alunno errante nel comune mondo.

Naturalmente era meglio che restassimo in montagna. Roma infatti ci respinse sbigottita da tanta "pedagogia" e da tanta "puerologia". Un mio amico se ne è andato in pensione, l’altro è rimasto in montagna, dove fa sempre più freddo.

Vivo nella mia periferica amata provincia, e vado spesso felicemente nelle aule a sentire odore di gesso, grembiuli, mense, grida di bambini, recite e tabelloni. Girare per le scuole fa solo bene, vedere i bambini come imparano (e come non imparano) mi fa ripetere l’antico dialogo di Comenio.

Nella regione dove abito, un assessore sta preparando una proposta regionale sui cicli scolastici. C’è della politica ma anche un po’ di pedagogia. L’ipotesi punta (dopo la scuola media) più sul biennio integrato e meno sul duale. Cose che possono sembrare pura ingegneria, ma c’è anche un po’ di anima. L’idea è che così va meglio a tutti, agli intelligenti e agli svogliati. Oggetto, questo, che se depurato dai pregiudizi, meriterebbe pensieri realistici e saggi.

Vado al convegno di presentazione, la sala è quasi girotondina, eppure appena parlano i professores barbudos rispuntano fuori di nuovo le discipline: quali, quante, quando, gli orari, cose così.

Spunta fuori il solito buon salesiano che pro domo sua fa l’apologia della pedagogia della salvezza dei ragazzi che noi scartiamo (imparino almeno un lavoro! almeno un lavoro!).

In realtà, rimane sullo sfondo la domanda delle domande: ma i ragazzi sbagliano sempre loro? E’ sempre colpa della mamma? O della pubertà imbecille come pensa Lodoli?

Un preside dice che da quando c’è il Nos il suo istituto professionale ha abbassato le performances di tutti (dice proprio così, come se la scuola fosse la prova delle veline per andare a Striscia).

Mi viene di parlare e dico due cose. La prima che sogno il giorno in cui il fighetto del classico proverà a fare un bignè con la crema chantilly copiando quello che ha fatto un ragazzo Down nel vicino istituto alberghiero, così l’integrazione diventa una bella esperienza per entrare nel mondo sapendo le cose necessarie; per la seconda, a proposito della solita querelle sui ragazzi che faticano, cito una frase di Don Milani (il mio Comenio secondo):

"..Solo i figlioli degli altri qualche volta paiono cretini. I nostri no. Standogli accanto ci si accorge che non sono. E neppure svogliati. O per lo meno sentiamo che sarà un momento, che gli passerà, che ci deve essere un rimedio. Allora è più onesto dire che tutti i ragazzi nascono uguali e se in seguito non lo sono più, è colpa nostra e dobbiamo rimediare".

Appunto: rimediare, perché è solo un momento. Come il mio errore nella mia classe di inglese.

Io intanto contemplo Sara. Ha ormai sei mesi, e mi è un poco parente. Sorride, ci sorride, perché noi sorridiamo a lei. Sa già un po’ come andare nel mondo. Mugola primi versi, quando piange sa cosa vuole, prende le cose con tutte e due la manine. Vedo la sua filogenesi che si fa ontogenesi perché Sara sa già, vedo che è già cominciata per lei la conoscenza del mondo.

E’ Sara che mi insegna il mondo, devo io adeguarmi a lei, non mi posso stancare e lasciarla a frignare nel box. Io devo capirla. Devo guidarla. Devo rimediare, se serve. Con l’aiuto di Dio.

Da nove mesi non parlo più di cicli scolastici e riforme di organizzazione, perché folgorato sulla via di Comenio. Ho cinquant’anni e non ho interesse per le ingegnerie senz’anima dei disciplinisti.

A me intriga capire come si fa a guidare e riparare –se ci sono guasti- provando a insegnare per capire bene, agire bene, saper dire bene tutto (e forse solo) ciò che è necessario.

Che c’entra tutto questo con i discorsi su cicli, portafogli, anticipi, prevalente, scuola di base o media, curricoli o discipline? Non ne sono favorevole o contrario, ne sono quasi del tutto estraneo!

Questo non vuol dire che non partecipo alla cronaca del presente. Vorrei però andare più in là di una discussione ingrippata, che forse contiene altro che la pedagogia (forse questioni economiche?), con il coraggio di una visione che vada oltre alle ingegnerie ideologiche, per riproporre la sostanza del cambiamento che considero necessario.

Non che la discussione sui cicli scolastici non sia utile, per carità. Il fatto è che è una discussione ingannevole, perché non va all’essenziale. Pensate alla storia del Porfolio, nata male per me già dal nomignolo bancario, come se sulla valutazione non avessimo già dilagato e nascessimo ex novo.

La bontà del nostro sistema scolastico non sta su quale mese si entra in prima o quante volte si ripetono le guerre puniche, ma su come si impara. E il come si impara si chiama didattica.

Parola rara oggi, ma non molto apprezzata neppure prima. Confusa con "metodo", o peggio "tecnica", insomma lo strumentismo di cui si parla sempre in coda, mai all’inizio.

La qualità didattica viene prima, molto prima, dei cicli, qualsiasi sia la proposta politica. Naturalmente una o l’altra favoriscono o deprimono la buona didattica, ma prima c’è altro!

Perché non dirci onestamente che siamo settecentomila dilettanti? Che la didattica non la si impara mai, la si scambia poco, non ha statuto scientifico perché non fa denari? Che l’insegnare conta (nel nostro paese) per la disciplina che insegni e non per la bravura che hai nell’insegnarla a tutti? Perché prima di dare la colpa a loro che non imparano non guardiamo i nostri limiti?

E come possiamo fare a migliorarli? Con una nuova ingegneria di cicli? Non basta, anzi può portare fuori strada. Con nuovi curricoli? Forse, ma non lasciamo la scuola ai disciplinisti!

E’ l’insegnare bene il segreto del futuro della scuola italiana, non tanto il cosa, il quando, il dove.

E non è neppure l’insegnare in tanti, come troppe volte abbiamo fatto per nascondere i nostri limiti. C’è un problema? Un insegnante in più! Questa è stata spesso la soluzione corporativa italiana degli ultimi quarant’anni. Il numero conta, ovviamente, ma un insegnante "più maestro" quando?

Sia chiaro: non ho alcuna nostalgia del maestro unico, credo anzi che la pluralità sia un patrimonio pedagogico irrinunciabile. Qui mi interessa altro, mi interessa cosa vuol dire "bravo maestro".

Secondo me, si deve mettere al centro la didattica anche perché non bastano più le tante o poche conquiste professionali di questi anni. Il fatto nuovo, che impone ancora di più un rilancio della didattica come cuore strutturale della scuola, è che sono profondamente mutati i modi, i tempi e i luoghi dell’apprendere. Nell’epoca della penuria alfabetica (la nostra infanzia) i numeri in colore e il ciclostile erano modernità. Ma oggi con la televisione sempre accesa, Internet, il dominio del pensiero simultaneo, le nuove diseguaglianze cognitive, le nuove opportunità assieme alle nuove stupidità, la velocità e il vacumm immaginario, l’epoca dell’obesità cognitiva dei bambini ci chiede una didattica più attenta, paradossalmente non nutriente ma disintossicante, capace di dominare la modernità globalizzata senza schiavitù tecnicistiche, con una nuova attenzione alle menti che apprendono, agli strumenti, agli ambienti, per una ontogenesi più solida, pena il neo analfabetismo della stupidità, che prenderà –come sempre- di più i più poveri.

C’è una nuova sfida, che il fotocopiatore sta rovinando, per una scuola più criticamente capace di critica del mondo e di creatività. Solo questo meriterebbe un decennio di impegno pieno.

Si capisce, quindi, perchè mi ha sempre molto di più appassionato l’autonomia scolastica che la questione dei cicli. Perché almeno l’autonomia voleva scompaginare le classi, i tabelloni orari, le stanche ritualità delle lezioni direttive, insomma rendere possibile l’incontro creativo e flessibile tra le mente che insegna e la mente che impara. L’autonomia era la freschezza della didattica come viaggio in due nel mondo e nella contemplazione del mondo, con l’aiuto di Dio.



Se c’è un destino della scuola

Se qualcuno ha ancora interesse a seguirmi, vorrei parlarvi di Martino e del suo impegno a leggere e a scrivere. Martino è Down, porta gli occhiali, gioca a pallone e tifa il Ravenna in serie D.

Martino spesso sbaglia, ma le sue maestre, come la Silvia, non si arrendono e non ci ridono sopra.

Per me il destino della scuola, almeno di quella che io so fare e dire, è che ognuno che insegna pensi alla riparazione che ci chiede Don Milani. Abbiamo un solo modo: insegnando meglio, non arrendendoci mai, credendo che il nostro piacere è trovare la strada giusta, provando e riprovando.

La sfida oggi è migliorare le nostre performances (ancora quelle!) didattiche, che non sono legate tanto ad una o ad un’altra tecnologia, o ad uno o l’altro modello di ciclo, ma all’incontro felice tra la sua filogenesi e la nostra ontogenesi, per entrare nel mondo insieme.

Alcune parole mi vengono per suggerire una piccola mappa di strane discipline. Disciplina per il maestro, non per l’alunno, piani di insegnamento prima che di studio.

Leggerezza. Non si insegna mai nel duro, ogni cosa va presa alla leggera perché così li accarezza ed entra dentro di loro senza far male. Non dobbiamo essere invasi, ma contemplare. Anche la valutazione deve essere leggera, perché tocca insieme i miei rimedi e i suoi errori, ci deve aiutare a volare più alto, non a misurare scale.

Sobrietà. Non occorre sapere molto, occorre essere saggi. La Saggezza è la cosa più assente in questa confusa post-modernità. Per diventare saggi bisogna imparare facendo, non ascoltando, si fa provando e riprovando. Si fa scoprendo le cose veramente necessarie.

Lentezza. Non c’è alcun bisogno di andare di fretta quando si può andare più piano, che come dice il proverbio, rende più sano e fa andare più lontano. Diamo tempo al tempo. Passi ai passi.

Pazienza. La vita è dura, ci vuole pazienza, e un po’ di coraggio. Poi si arriva.

Curiosità. Magia di un maestro è creare curiosità, non domandare risposte da scegliere tra cinque items, così qualcuno dirà che la scuola italiana è così così. Lo sapevamo già, grazie.

Difficile. Non dobbiamo avere paura delle cose difficili, né delle difficoltà. Semplificando si resta superficiali. Al bambino le difficoltà non fanno paura, fa paura non sapere perché le fa.

Ricerca. Detta nel modo bello di Freinet: "Ciò che è grande non è il sapere, non è neppure la scoperta: è la ricerca".

Attesa. Il bello dell’apprendere è come quando a teatro aspettiamo, appena spente le luci, che si apra il sipario. La sorpresa fa l’apprendimento vero. E’ la meraviglia del mondo il sapere vero.

Distacco. Per capire le cose ogni tanto conviene staccarle dall’io, così capiamo che altri io le vedono con occhi diversi. Staccare le cose da noi è la politica che entra in noi, quella del dover dividere i destini del mondo con gli altri umani vicini a noi. Possibilmente senza calpestarli.

Memoria. Perché non siamo i primi, neppure gli ultimi, ma certamente siamo unici.

Tradimento. Nessuno di noi, per fortuna, è uguale ai desideri di mamma e papà. La storia umana è fortunatamente storia di disobbedienze. Aiutiamoli a disobbedire alle nostre pigre certezze, così il mondo andrà avanti.

Parole strane, che formano un triangolo tra la mente che impara, la mente che insegna, gli oggetti del mondo. Questo triplice incontro era per noi tre matti in montagna la parola curricolo.

Studiare e provare come insegnare meglio, questa è per me la vera sfida del futuro.

Le menti che imparano hanno bisogno dalla scuola di questo: che pensiamo a loro, non ad altro.

Le menti che imparano chiedono alla scuola italiana attenzione, soprattutto quando siamo noi i distratti e crediamo che le cose per noi semplici debbano per forza essere semplici anche per loro.

Soprattutto di quei "loro" che ci paiono cretini.

Perché è la giustizia che fa giusto il mondo, la libertà che lo fa libero, la fraternità fraterno.



interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Patrizia Cau    - 07-12-2002
Salve,sono Patrizia Cau,insegnante in una scuola dell'infanzia (3/6 anni)di Genova.
Ho letto di corsa e con grande curiosità l'articolo.
Ciò non mi ha impedito di scorire punti veramente stimolanti ,anche per me che insegno da 30 anni,ma che non ho ancora perso la passione e l'entusiasmo per il lavoro.
Ho stampato l'articolo perchè voglio leggerlo con calma .
La nostra scuola è inserita per la seconda volta in un progetto Europeo(che io coordino).Ciò oltre ad allargare la dimensione scolastica ci sta convincendo sempre di più che non esiste la verità assoluta ,ma c'è ,per chi lo vuole, una crescita costante,fatta di riflessioni,rispetto, ricerca, condivisioni,ect.
Grazie per tutti gli spunti.
A presto
Patrizia Cau

 Gabriele Boselli    - 08-12-2002
Articolo eccellente, come se ne leggono sempre più di rado e decisamente più alto di quelli che l'ispettore dettava quando siedeva alla destra del Padre. Prova ulteriore che la lontananza dal potere favorisce l'intelligenza delle cose che valgono.
Bisogna però distinguere tra Comenio e i comeniani, al cui interno si annida gran parte dei disciplinaristi e di quei didatticisti che considerano inutile la pedagogia come scienza filosofica dell'educazione. Io penso al contrario che nel momento attuale e per i prossimi vent'anni solo una pedagogia epistemologicamente gentiliana ci potrà salvare dal non-pensiero.
Sottoscrivo integralmente le "parole" finali dell'articolo; ne farei un "manifesto" da scolpire nel marmo in tutte le scuole. Così Iosa, quando fra vent'anni sarà di nuovo a Roma, avrà difficoltà a farle cancellare.


 Cosimo De Nitto    - 09-12-2002
Folgorato sulla via di Iosa

Mi ha fatto molto piacere tornare a leggere Iosa. Nel suo saggio "Folgorato
sulla via di Comenio", come al solito, mostra tutta la sua bravura nello
scavare dentro le coscienze, prima ancora che nelle menti. La sua scrittura
è, come al solito intelligente, leggera, talvolta (auto)ironica, in un
panorama di bla-bla-bla al quale anche a me pare che "i nuovi barbari" (o
"talibani" come spesso li chiama Maurizio Tiriticco) stiano inducendo tutti,
anche coloro che tali non sono.

Io non scrivo, di solito; a me piace di più raccogliere ed offrire quello
che altri scrivono, come servizio alla riflessione e ad un uso proprio della
"testa" (molti la usano impropriamente, purtroppo).

Ma questa volta non riesco proprio a starmene zitto e certamente mi sarà
perdonato uno scritto lungo come il mio, poco rispettoso della usability.

Dal tempo in cui Iosa ha scritto "Da Erode a Topolinia" è passato tanto
tempo (com'è relativo il sentimento del tempo). E' passato anche il rullo
compressore dello spoils-system (non ha fatto certamente male a Iosa
imparare l'Inglese).

Leggo nell'articolo, al di là dell'apparente "chiusura a riccio nell'aula" e
dall'apparente "fuga dalla politica" una tensione etica, pedagogica,
deontologica, civile (e per ciò stesso "politica") che scuote e "vuole"
intenzionalmente scuotere.

E' questa intezionalità che mi fa pensare ad una posizione che non vuole
essere di fuga e chiusura, di disimpegno, di autocensura. Se Iosa vuole
richiamarci al nostro ruolo primario di significativa ed "appassionata"
guida all'apprendimento, fa bene. Ne abbiamo bisogno; tra progettini,
concorsi, mostre, incontri e visite, manifestazioni, esposizioni,
rappresentazioni e quant'altro sembra che ce ne siamo dimenticati, e, quel
che è peggio, spesso chiamiamo tutto ciò qualità della scuola. Ha ragione.
Ma la sua riflessione è talmente stimolante, che, preso da essa e
continuandola, in un certo senso, senza volere assolutamente fare forzature,
non posso fare a meno di chiedermi:


- quando il ministro toglie a me docente, e agli studenti gli spazi, gli
ambienti, le condizioni per un dignitoso apprendimento ed insegnamento
(Didattica, Papert propone di ribattezzarla Matetica), quando mi ostacola o
addirittura mi impedisce di essere "folgorato sulla via di Comenio" come
rispondo? o non devo rispondere per non debordare sul terreno della
"politica"?


- e quando i miei studenti, sia pure in modo non del tutto consapevole,
patiscono e talvolta accusano il malessere da ciò derivato, come mi devo
comportare? devo mettere a freno la mia "passione" e accettare con
rassegnazione il "nonostantetutto"?


- e quando il ministro mi dice che il mio ruolo di insegnante consiste
nell'insegnamento "frontale" di 18-24 ore, come se la scuola di oggi non
richiedesse altro, come può non venirmi in mente il "qui si lavora e non si
fa politica" di una certa memoria? Come faccio a non sentirmi amputato(!)
della complessità di cui si è arricchita nel tempo la mia professionalità? E
questa amputazione ingiustamente subita non ho il diritto-dovere di
criticarla, combatterla senza per questo essere accusato di "fare politica"?


- e quando il ministro riduce gli insegnanti di sostegno scaricando sulla
comunità scolastica tutto il peso e il dramma delle difficoltà per una
serena, competente, pertinente ed "appassionata" didattica? Che ne sarà del
suo, dei nostri tanti Martino? Silvia e le altre maestre potranno ancora
continuare a seguirlo e guidarlo nelle sue conquiste senza arrendersi?


- E se al più alto e nobile livello i confini tra "Didattica" e "Politica"
non fossero così netti come il giorno e la notte, la luce ed il buio?


Io penso di non fare del male se ai miei studenti, oltre che il mio sapere
disciplinare, pedagogico, didattico, tecnico offro la mia "parziale" e
"personale" passione civile e professionale, vissuta con onestà
intellettuale e nel massimo rispetto delle altrui convinzioni e sensibilità,
e nel più alto rispetto della specificità costituzionale del mio ruolo.

Non dico cose che vanno in direzione contraria alle meravigliose e poetiche
parole di Comenio, anche senza l'aiuto di Dio, nel quale io non ho la
fortuna di credere.

Io penso che la nostra verità, per quanto sia solo nostra, non debba essere
taciuta, per non venire meno a quello che ritengo essere il pilastro e
fondamento del nostro "mestiere": la responsabilità.


Io sono profondamente d'accordo con Iosa sulla centralità della Didattica,
ma non ora, non solo ora, almeno, e con questo governo, ma sempre e con
tutti i governi. Mi piacerebbe tanto che ci fosse un qualche governo che
rendesse inutile il nostro occuparsi di politica scolastica per poter
dedicare tutto il nostro impegno unicamente alla didattica. D'altronde
immediatamente dopo la "catastrofe" del 13 giugno (chiedo scusa per
l'autocitazione) in un clima di elaborazione del lutto scrivevo il breve
intervento "Dall'alto nè riforme, nè controriforme", che è consultabile
presso il sito. Lo spirito che anima quell'articolo non è lontano da quello
che anima il saggio di Iosa. Che, sia pure alla fine e tra mille difficoltà
che rendono drammatica l'impresa, l'ultima (per me la prima) e fondamentale
parola spetta ai docenti, cioè alla didattica.

Agire solo sul "sistema" non basta, ma non basta nemmeno agire solo sulla e
con la didattica, che tuttavia è e resta il senso primario della scuola.
Cosa voglio dire?

Che, secondo me, dobbiamo essere sempre più bravi "insegnanti", ma anche
bravi "sindacalisti", "politici", "cittadini", che esercitano il ruolo di
docenti, ma l'interpretano con "l'anima", con una coscienza civile, sociale,
politica che arricchisce, rende umana, fonda ed integra la professione, e le
dà senso, valore, spessore. Discutiamone. Proprio perché viviamo in
quell'oggi di cui parla Iosa.


> Ma oggi con la televisione sempre accesa, Internet, il dominio del
pensiero simultaneo, le nuove diseguaglianze cognitive, le nuove opportunità
assieme alle nuove stupidità, la velocità e il vacuum immaginario, l'epoca
dell'obesità cognitiva dei bambini ci chiede una didattica più attenta,
paradossalmente non nutriente ma disintossicante, capace di dominare la
modernità globalizzata senza schiavitù tecnicistiche, con una nuova
attenzione alle menti che apprendono, agli strumenti, agli ambienti, per una
ontogenesi più solida e contemplativa, pena il neo analfabetismo della
stupidità, che prenderà - come sempre - di più i più poveri.


Avendone avuto il permesso dall'autore, essendo uno strillone più che un
giornalista, (che per fortuna sua non deve fare il mestiere per denaro, ma
per motivazioni che sarebbe troppo lungo spiegare) ho pubblicato sul nostro
sito il breve saggio di Iosa, convinto come sono che sia cosa buona ed utile
dare la possibilità a qualcuno dei nostri 44 lettori di rimanere anche lui
folgorato sulla via di Comenio. E magari non disdegnare di dare ogni tanto
un'occhiata a quella di Tommaso Moro.

L'idea ci è piaciuta tanto che abbiamo aperto un forum specifico, sul quale
abbiamo pubblicato anche gli interventi, tutti significativi, che ci sono
stati sulle mailing di edscuola-didaweb. Sul forum, così come sulle mailing,
invitiamo tutti ad intervenire e continuare a riflettere insieme. Di questi
tempi non è poco.

Cosimo De Nitto