Che cosa insegni?
Elena Duccillo - 01-12-2002


Prisma



Era luogo comune un tempo dire che la scelta di insegnare per una donna ben si conciliava con gli impegni familiari e regalava il miraggio di tre mesi di ferie. Ci penso ogni volta che mia figlia in macchina mi chiede candidamente: “Mamma oggi ce l’hai la riunione?”
La sua difficoltà maggiore è capire che materia insegno, così come mi capita di vedere perplessità negli occhi di quelli che totalmente estranei all’ambiente scolastico mi domandano che lavoro faccio. Forse non è entrata a pieno titolo nell’immaginario collettivo la figura dell’insegnante specializzata e forse non vi entrerà mai, visto che potrebbe essere una professione che si andrà ad estinguere presto. Eppure di tutti i ruoli che ho ricoperto nella scuola è quello che mi ha dato più difficoltà ma soprattutto più gratificazione
Ricordo che quando iniziai a lavorare nella scuola dell’Infanzia come insegnante di sezione, benché mi affascinasse molto l’attività, spesso mi invadeva il pensiero di non aver studiato per svolgere quel tipo di lavoro. Quando ho maturato la scelta di lavorare per quello per cui avevo studiato ero già da diversi anni di ruolo e insegnavo come curricolare nei moduli della scuola elementare. Una sperimentazione che solo pochi anni fa aveva avuto attenzione e mezzi da parte del provveditorato ( oggi non avrebbe ricevuto la benché minima attenzione visti i tempi ) a.s.1996/97 mi vide coinvolta insieme agli altri docenti in un percorso di didattica laboratoriale che mi segnò per l’esperienza positiva e mi fece ritrovare un entusiasmo nell’insegnare che credevo perso da quando ero passata al ruolo di docente elementare. Un' isola felice, così si poteva definire la nostra scuola in quel periodo, quando sperimentare voleva dire dare una risposta adeguata per tutte le ore di frequenza di ogni bambino senza distinzione. Era tanto gratificante studiare “buone prassi” e aspirare ad innalzare la qualità dell’integrazione che malgrado la stanchezza, le difficoltà e le giornate intere passate a scuola che si moltiplicavano. Tutt’ora mi succede di passare la giornata interamente a scuola, ma la gratificazione e i risultati non sono quelli di allora. Ora si lavora ad oltranza per “fronteggiare”, perché l’attenzione e i mezzi sono ridotti al lumicino, soddisfare l’esigenze degli allievi equivale ad arrampicarsi sugli specchi, ad innescare dinamiche contorte con colleghe e genitori. Di fronte alla scarsità degli operatori scattano le discussioni anche sulla distribuzione delle risorse, quasi che lo sviluppo delle potenzialità sia un diritto solo di quei bambini che hanno alle spalle docenti e famiglie più pressanti ed ancora una volta a rimetterci sono i più deboli. Mi chiedo spesso dove sono andati a finire i nostri cumuli di materiale di ogni genere prodotto per documentare i risultati della sperimentazione e ricevere in premio posti in organico. Non credo che ci sia stato un esame e uno studio della miriade di progetti approvati, finanziati, pubblicati
sull’integrazione scolastica in Italia e lo penso perché l’orientamento nella politica dell’integrazione sta smantellando tutti i punti cardine di trenta anni di storia in questo campo.
Fare l’insegnante specializzata di questi tempi non è facile ma sono orgogliosa del mio lavoro. Mi schiacciano soltanto le difficoltà di contendere con le colleghe le ore o le non ore da assegnare a una classe piuttosto che all’altra : lavorerei molto meglio con qualche collega di più per quanto i maghi dell’integrazione vogliano far sparire in fretta il mio mestiere.
Cosa risponderò secondo voi tra qualche anno all’interrogativo iniziale?
Dovrei desumere, dalla relazione alla Commissione Bicamerale Infanzia del 22 ottobre sull’integrazione e il sostegno, che dal prossimo anno ci sarà un giro di vite sulle certificazioni, ma quanti altri bambini seguirò oltre a quelli con certificazione?
Io sono consapevole che essere contitolare di una classe significa farsi carico comunque di tutti gli alunni al pari delle altre insegnanti, non chiedo ad un bambino l’esibizione di un certificato per interessarmi dei suoi bisogni educativi.
Mi chiedo: è un modo per farmene seguire otto di bambini in una sorta di lascia e raddoppia?
“Lascia”. Si, perché poi si abbandona la professione anche per questi motivi.
I dati della relazione dicono che solo l’1,8% degli insegnanti specializzati hanno più di 10 anni di servizio. Detesto anche io il meccanismo attuale che fa diventare buoni samaritani i docenti che cercano un canale per entrare in ruolo, ma esistono anche insegnanti di tutto rispetto che gettano la spugna perché non sono pronti tutti ad assumere il loro ruolo nella presa in carico di un progetto per l’inclusione di questi nostri figli e se il peso gravoso spetta solo all’insegnante delegata, questa invoca il primo giorno utile per ottenere il passaggio e sentirsi un’insegnante di serie A piuttosto che di serie B.
A farne le spese ancora una volta il bambino, il nostro datore di lavoro, un soggetto di diritti o il fulcro di un business senza argini.
Imparare a guardare alla diversità in tema di scuola significa chinarsi all’altezza del bambino e guardarlo negli occhi e promettergli che sarà al centro lui degli interessi di noi adulti, prima dell’interesse per tutto il resto che gli orbita attorno.
Ora posso rispondere alla domanda iniziale: Io insegno ai bambini che sono Elena e basta ma non mi è quasi mancato mai il loro rispetto. Mi chiamano signora maestra solo quando mi mancano di rispetto e accettano sempre volentieri questa ammenda.
Che cosa vorrei insegnare?
Che dovremmo chiamare in tanti signor bambino migliaia dei nostri alunni ai quali manchiamo tutti i giorni di rispetto.


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