La polemica sulla filosofia
Giuseppe Aragno - 10-03-2014
Probabilmente sono chiacchiere, ma l'apologia del «privato» e le affermazioni sibilline di Stefania Giannini preoccupano. Vedere nella svalutazione della riflessione sull'uomo, sull'esistenza umana, sulla natura e sui limiti della conoscenza, un attacco mirato al sapere umanistico è fuorviante. Dietro l'idea che la filosofia sia una disciplina specialistica, che non educa gli educatori, si cela in realtà una filosofia politica che ha radici nella peggiore storia del Paese. Da lì, dalle sue pieghe buie, nasce il filo che lega la ventilata abolizione della filosofia dai corsi di laurea in Pedagogia e Scienze dell'Educazione al progetto di «scuola breve» - un anno in meno e solo due di filosofia - e conduce difilato all'attuale crisi della democrazia.
Questa non è l'ennesima trovata di un ceto politico rozzo e culturalmente povero, che mira a «far cassa» come comanda il dio dei liberisti. E' molto peggio. C'è, e si vede chiaro, il fastidio che ogni progetto politico autoritario prova per quella riflessione teorica che forma e nutre il pensiero critico, educa al dubbio e mette alla prova presunte certezze. Ben lo sapeva Giovanni Gentile, quando, in tema di filosofia del fascismo, non solo sosteneva che «ogni concezione politica degna veramente di questo nome è una filosofia», ma si fermava sulla «polemica di cui si compiacciono molti scrittori fascisti contro la filosofia». Una polemica di impressionante attualità, sia per perché, non a caso, Gentile se ne occupava su una rivista intitolata «Educazione Fascista». Sia per la stretto legame che instaurava con un «pensiero che [...] si enuncia ed afferma non con le formule ma con l'azione». Una sorta di antenata di quella «politica del fare», oggi così alla moda, che ben risponderebbe alle attesa degli intellettuali fascisti e della loro polemica con la filosofia. Una polemica che Gentile spiegava con parole molto simili a quelle che ci ripete ogni giorno chi afferma che è l'ora dei fatti, che la «ricreazione è finita» e occorre agire, muoversi a ogni costo, senza cavillare. Le critiche non sono all'ordine del giorno; fatele, se non rubano tempo, tuttavia sia chiaro: poi decide il capo. «Il sospetto e l'avversione di molti fascisti contro la filosofia sono essi stessi indizi e manifestazioni del carattere proprio del pensiero fascista», spiegava Gentile, «sono la polemica di una filosofia contro altre filosofie. Il Fascismo, infatti polemizza contro le filosofia astratte e intellettualistiche».
Oggi sappiamo che la condanna dell'intellettualismo, degli intralci della democrazia e degli impicci del pensiero critico non fu solo un punto fermo del regime, ma si tradusse in una scienza della storia priva del crociano «problema storico» e perciò incapace di interrogare le coscienze, una cultura del diritto che rinnegò Beccaria e costrinse i rapporti tra classi sociali nella camicia di forza corporativa e persino in una scienza della razza che ci marchiò d'infamia.
Qui non si tratta di difendere solo la cultura umanistica. In gioco è l'autonomia stessa del pensiero, sempre più a rischio in un Paese in cui il filosofo dei padroni si chiama Marchionne e tutto si va schiacciando su una verità che non ammette dubbi, come insegnano i sacerdoti di fede liberista. E' naturale che, quando una filosofia politica autoritaria prevale sul libero pensiero, la propaganda ci presenti Socrate come un perditempo; la storia però ricorda un uomo così temuto dai padroni della verità, che gli toccò di bere la cicuta.
Gli esiti dell'educazione di Gentile li raccontò Giacomo Ulivi, prima di essere fucilato dai camerati del filosofo. Non aveva vent'anni, il partigiano, ma la tragedia seguita al trionfo di chi non voleva troppa filosofia, era stata tragica maestra : «È il più tremendo risultato di un'opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per venti anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi», scrisse il giovane partigiano. «Ci hanno detto che la politica è lavoro di specialisti. [...] Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, ci dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica ci siamo stati scaraventati dagli eventi». Occorre perder tempo con la filosofia, spiegava il giovane ai compagni, «dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere». Ulivi fu ucciso il 10 novembre 1944. Settant'anni dopo, le sue parole sono più attuali che mai.

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