Riflettere sulla città
Giuseppe Aragno - 30-11-2002
Che cosa vuol dire oggi parlare di politica e cosa chiedere che non se ne parli? Che si taccia sulle liste di Didaweb, sulle colonne virtuali di Fuoriregistro ed a scuola, come vorrebbero gli immancabili censori che farneticano di farneticazioni di chi esprime pacate e legittime opinioni e non si scandalizzano del delirio colpevole di ministri della repubblica ignoranti nel senso di misconoscenti, volutamente disinformati; ignoranti nel senso arrogante di non prendere in considerazione. Ministri che falsificano la verità della storia al fine evidente di giustificare il presente, laddove – e nessuno può consentirsi di ignorarlo – essa serve solo a spiegarlo.
Manca poco, poi sarà sospetto di antiberlusconismo o di sinistrismo anche Aristotele che – alcuni anni prima che ci impelagassimo nell’attuale degenerazione della politica – ebbe a firmare quel nobile trattato che intitolò Politica.
D’accordo, oggi non è più così, la nobiltà non è più di moda, benché ritornino i Savoia, e però per millenni politica è stata a significare polis in quanto città e quindi cittadino, civile, pubblico (ahimè bestemmio!) e, di conseguenza socievole e sociale – (bestemmio ancora, e per di più farnetico). Questo il senso della politica. Riflessione sulle cose della città. Importa poco se descrittiva o prescrittiva.
Ora, a voler ascoltare gli immancabili censori che farneticano di farneticazioni di chi esprime pacate e legittime opinioni, io dovrei rinunciare a riflettere sulla città. Un consiglio, per ora, un invito. Ma non ascoltarlo diventa già pericoloso. La sanzione si profila angosciante. Per quale motivo, se non per avere opposto un rifiuto Caruso e compagni sono finiti in galera? Reati d’opinione, ossia riflessioni sulla città. Se qualcuno non lo avesse capito, la polis moderna non lo consente.
Sarà che oggi, con buona pace di quel pericoloso sovversivo che fu Aristotele – tragico bestemmiatore che definì l’uomo un animale politico – oggi la politica è semplicemente potere. Accade così che il presidente è operaio e non si può quindi parlare dei lavoratori, il presidente ha le televisioni e non si parla di televisioni, il presidente è imprenditore e gli imprenditori sono tabù, il vicepresidente è un antico fascista e di fascismo non si parla più.
Che facciamo? Ascoltiamo l’invito e ce ne stiamo zitti?

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