Clemenza per il popolo degli sconfitti
Vincenzo Andraous - 29-11-2002



Mi è stato chiesto cosa penso dell’intervento del Santo Padre svolto alle Camere riunite a MonteCitorio. Confesso che mi sento imbarazzato quando debbo parlare del Pontefice, perché non c’è niente che possa essere messo in discussione del suo pensiero, persino le ideologie perdono (giustamente) l’urto, così è anche per il pensiero aperto del razionalismo che non può opporre armi di offesa. Sarebbe sufficiente quel Suo sguardo stanco e martoriato, per piegare il busto e ogni dura cervice, al suono di quella voce che non è mai superata da quanto non è più, ma irrompe ogni volta dall’alto per donare non parole, ma segni di speranza che non hanno necessità di convincere, di accodare, di illudere, bensì di coinvolgere le coscienze nel valore del bene. Ho seguito il Suo discorso e ascoltato l’applauso fragoroso che i Parlamentari gli hanno tributato. Inizio questo contributo da quel discorso e da quell’applauso, perché meritano davvero una riflessione profonda. Infatti ascoltare sottende capacità di ascolto, è udire intenzionalmente, immergendo il senso primario dell’udito, quale volontà di udire. Il messaggio svolto dal Papa è stato un abbraccio che ha avvolto l’intero sistema Italia, e, più in là, il mondo che ci circonda, che noi spesso tentiamo di ingabbiare per renderlo supino ai nostri interessi. Guerre tutte ingiuste, povertà ingiustificabili, poteri impropri non accompagnati da servizio, pari opportunità e pari dignità per tutti, questo ho inteso nel Suo verbo. Poi ho sentito la Sua preghiera nell’auspicio di un atto di clemenza verso il popolo detenuto, ho ascoltato in silenzio quelle parole, un silenzio che mi ha attraversato in una emozione nuova, forte e intima. Una emozione non certamente riconducibile al calcolo derivante dall’incasso di una eventuale riduzione di pena, personalmente non ho mai beneficiato di indulti né di amnistie a causa dei reati commessi (ciò la dice lunga sulla gran cassa mediatica che indica l’esercito di malfattori che ne godrebbero gli effetti ). No, l’emozione che mi ha assalito deriva dall’attenzione che il Pontefice ha circoscritto e sottolineato, una attenzione che pare essere sfuggita ai molti. Purtroppo. Papa buonista e iper garantista? Dai facili sentimenti solidaristici, tutti improntati alle comode scorciatoie, ai perdonismi che consentono USCITE di emergenza ai soliti furbi o ignoti fin troppo conosciuti? Quell’applauso scoccato all’unisono da destra e da sinistra, dal mezzo, dal sopra e dal sotto di ogni pensiero differente, pareva indicare una comprensione frontale, diretta, non derogabile nel tempo, eppure in pochi istanti si è ridotto l’Uomo nella sola espressione di fede e di buona Novella. Ho ascoltato il Santo Padre, e quella richiesta per un atto di clemenza per i detenuti, e mi ero convinto fosse stata percepita l’essenza del ragionamento. Invece, nel momento stesso in cui Egli faceva ritorno in Vaticano, le gabbie di partenza sono state immediatamente ricomposte, anzi fornite di nuove serrature. Le dialettiche stantie, sepolcrali, hanno ricoperto l’uditorio, e gli slogans si sono sprecati in nome di una Giustizia divenuta una coperta stretta, stiracchiata a tal punto da non soddisfare alcuno. Eppure in quella preghiera del Santo Padre non c’è polemica per un carcere ormai ridotto a un mero contenitore di…numeri, per una pena che imprigiona e abbruttisce, e abbandona a se stessa la persona, costringendola ad arrangiarsi, perché di rieducazione c’è solamente una discrezione in qualche operatore…anch’esso avvilito e in sottonumero. Non c’è neanche disattenzione per le vittime del reato, perché in quell’attenzione per la istanza di clemenza vi è il senso e la spinta di una attesa in cui collocarsi, ora, adesso, in una seppur minima prospettiva futura, come ha ben detto S. Agostino: “ciò che mi interessa in questo momento, nasce prima di esso; e si estende oltre di esso, come tempo squisitamente umano“, che appartiene anche alla coscienza del recluso. Infatti se io faccio attenzione a te, se imparo a rispettarti, vuol dire che ti attendo, tendo verso di te e mi prendo cura anche di te, e nel contempo ti sto aspettando ( perché la pena ha un suo termine e poi ricomincia il viaggio ).Ciò è rieducazione, è forma pratica e costruttiva di recupero, ciò è soprattutto, una pena che, sì, toglie la libertà, ma promuove la persona, la quale entra in possesso di capacità e strumenti per non tornare a delinquere. Sì, sono imbarazzato a parlare del Papa, perché ognuno ha le proprie ragioni, le proprie verità, spesso coniate come somme di scambio. Quell’applauso così sentito, così parente prossimo di una empatia ontologica, forse non ha colto l’importanza di tanto amore e di tanta vista prospettica, in un atto di clemenza che non ha vincolo alcuno con la bonarietà di un incontro Istituzionale, bensì possiede intrinseco l’invito, non a concedere metri al delitto, ma a recuperare chilometri di dignità per chi l’offesa l’ha recata, attraverso una clemenza che vuole, deve, sarà un punto di partenza per tentare una riconciliazione con se stessi e con gli altri, una ricomposizione di tante fratture, non ultima quella di un art. 27 della nostra Costituzione che rimane solo un segno incerto, che però scopre il fallimento di una rieducazione, che le leggi indicano inequivocabilmente, ma mancando gli strumenti appropriati e idonei per poter essere correttamente applicate. C’è tanto e di più da dire, ma forse è più opportuno limitarsi ad affermare che il Pontefice ha tracciato per tutti la condotta morale per trasformare la speranza in pazienza del possibile, e ai presenti in MonteCitorio, ha consegnato le chiavi di accesso per formulare un patto sociale di responsabilità operativa delle coscienze.


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