Scuola. Le voci delle reazione
Giuseppe Aragno - 03-12-2013
«Stanno sfasciando tutto», scrive con enfasi sospetta Alessandro Barbano sul «Mattino» del primo dicembre. Gli studenti, aggiunge, o, per dir meglio, «i teppisti», rubano computer, lavagne luminose e proiettore [...] sfogano il loro disprezzo spaccando cattedre e banchi, imbrattando muri [...] come un'orda barbarica». Dietro Carrozza e Letta spuntano ormai le voci della reazione e l'apologia della scuola degli anni Cinquanta è affidata a un anziano, nostalgico lettore che ricorda una società fondata «su categorie univoche, come il merito, il dovere e la responsabilità"».
In prima linea è «Il Mattino» che non smentisce se stesso. Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, che lo fondarono, non furono modelli di giornalismo indipendente e illuminato. Ebbero Bracco e Nitti in redazione, ma il giornale si qualificò subito come fortino dei ceti dominanti contro la democrazia «bestia elettiva», che punta «sull'abbassamento sistematico delle superiorità legittime acquisite». Di lì a poco, coinvolto nell'Inchiesta Saredo sui rapporti politica-camorra, Scarfoglio scelse la sua via: soffiare sul fuoco della reazione. E' questa la bussola del giornale. Le pagine sulla «bandiera rosso vino» in festa per il Primo Maggio, quelle dedicate alla «teppaglia scioperante»nel giugno del 1914, quando la protesta contro il militarismo e la guerra costa la vita a quattro operai, gli applausi per il capitano Aurelio Padovani, fanno parte della storia e mostrano un giornale in trincea, al servizio dell'ala più arretrata e reazionaria dei ceti dominanti. Il sostegno alle peggiori avventure coloniali e la scelta di schierarsi apertamente contro il «cadavere putrefatto della democrazia», non bastano a cancellare il guizzo neutralista per la «grande Guerra»; Mussolini non si fida e Paolo Scarfoglio è messo da parte. Paradossalmente, però, nel 1950, quando il giornale torna nelle edicole, lo dirige Giovanni Ansaldo, consigliere di Galeazzo Ciano e voce nota della radio fascista, passato dalle leggi razziali e la mistica fascista alla repubblica democratica.
Se si può capire un lettore ultrasettantenne che rimpiange la scuola degli anni Cinquanta - giunti alla fine del percorso, il passato pare spesso meraviglioso - è inaccettabile che un giornale ne utilizzi la nostalgia come strumento di misura di un processo storico durato oltre mezzo secolo. Volete capire chi sono i ragazzi che occupano le scuole? - chiede ai lettori il «Mattino». Fatevi dire da uno studente cos'era l' «Alessandro Volta» negli anni Cinquanta e andateci ora. Scoprirete che in pochi giorni di occupazione uno sparuto gruppo di studenti ha smantellato non solo la scuola, ma l'Istituzione, il Sistema Formativo e - perché no? - è diventato la causa vera del disastro del Paese. Per spiegare cinquant'anni di storia della scuola, il «Mattino» si limita a dare addosso agli studenti! Perché stupirsi? Teppisti erano nel 1914 gli operai in lotta per la pace, teppisti sono a maggior ragione gli studenti oggi, con un secolo d'esperienza accumulata e l'innata malizia della gioventù.
Sarà che talora si fanno brutti sogni, sarà che del passato ognuno ricorda ciò che gli conviene, ma c'è chi ha in mente un «Volta» che, dopo il terremoto dell'Ottanta, condivise per anni i locali con una scuola media inferiore e ricorda ancora lo spaccio di droga all'ordine del giorno, la montagna di fonogrammi che chiedevano l'intervento delle forze dell'ordine e la porta carraio senza custodi, ormai intimoriti dai camorristi, in una terra di nessuno che a Napoli chiamano «Siberia». Incubi che il «Mattino» si guarda bene dal raccontare.
In quanto alla scuola degli anni Cinquanta, qualcuno dovrebbe spiegare agli esperti del giornale che fin dal 1943 una commissione americana guidata da Washbume, allievo di Dewey, provò a rivedere gli osceni programmi fascisti. Partì dalle elementari e pensò a una scuola aperta, che rifiutava il primato della religione cattolica. Una scuola pluriconfessionale, che non fu possibile realizzare per l'opposizione dei cattolici. Tutto si fermò a metà del guado, con idee avanzate paralizzate dai clerico-fascisti. E' vero, la Costituzione si schierò per l'istruzione pubblica, gratuita e obbligatoria, ma nessuno modificò il sistema scolastico fascista: cinque anni di elementari, esame di ammissione costoso e selettivo per accedere alla «scuola media» col latino e passare alla media superiore; per le classi subalterne, invece, che il latino e l'esame non potevano permetterselo, c'era la «scuola di avviamento professionale» senza latino e senza prosecuzione degli studi; una scuola che riduceva l'obbligo scolastico all'addestramento della manodopera di bassa specializzazione, senza possibilità di accesso a ruoli decisionali. Anche l'iscrizione agli Istituti tecnici, infatti, prevedeva esami molto selettivi di italiano e latino.
Poiché si andò avanti così fino al 1965, è facile capire quale scuola rimpianga il «Mattino»: quella fatta a misura delle classi dirigenti, senza sezioni miste e senza la «scuola materna» statale. La scuola fascista, insomma, faticosamente cancellata negli anni Sessanta dalla media unificata e dai decreti delegati. Se le cose stanno così, perché tirare in ballo la nostalgia di un ultrasettantenne? Molto più onesto sarebbe dichiararlo: vogliamo la scuola che serve ai padroni. Nessuno si scandalizzerebbe, stia tranquillo Barbano. Il «Mattino» è sempre stato coi padroni.

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