Mentana e il buco della serratura. Una lettera aperta
Giuseppe Aragno - 26-11-2013
Legga queste mie parole, direttore, come una lettera aperta a un giornalista indipendente, che d'un tratto mostra i sintomi di un singolare restringimento del campo visivo. Pare ormai che lei osservi il mondo guardandolo dal buco di una serratura e ci racconti la parte per il tutto. Le violenze dei No Tav, per dirne una, che non servono «degnamente una causa democratica». Si direbbe che lei non veda la crisi in cui versa la democrazia nel nostro Paese.
L'incostituzionalità dell'attività di governo è una violenza esercitata su principi fondanti e regole della nostra democrazia; non penso alle occupazioni militari imposte là dove mancano argomenti da opporre alle ragioni incontestabili di chi protesta: dalla Campania del biocidio alla Val di Susa, schieriamo contro i diritti più uomini di quanti combattono guerre sedicenti«umanitarie», talora disumane, spesso in odore di incostituzionalità. Certo, questo sarebbe un tema su cui riflettere, ma io penso piuttosto allo stato comatoso in cui versano le Istituzioni nel Paese. Si fermi solo al 2013. Si va al voto con una legge elettorale incostituzionale, di gran lunga peggiore di quella Acerbo, che consegnò il Paese a Mussolini. Sceglie la destra chi si sente tutelato dall'impegno preso durante la campagna elettorale: mai con la sinistra. Vota il PD chi gli crede: non faremo governi con la destra. Dopo il voto, ecco il ceffone agli elettori: si fa il governo delle «larghe intese»": destra e sinistra unite con la fiducia accordata da un Parlamento di «nominati», gente che nessuno ha votato, scelta dai segretari di partito secondo criteri che non tutelano l'interesse del Paese. Non basta. La Camera dei Deputati, nata scandalosamente da una legge truffaldina - di fatto illegittima - non si fa scrupolo di contribuire alla rielezione di Napolitano che, a meno di patti col diavolo, diventa così non solo Presidente della Repubblica per la seconda volta - mai accaduto nella storia della Repubblica - ma Presidente a vita.
Ce n'è quanto basta per guardare preoccupati alla salute della democrazia in Italia, tanto più che la violenza esercitata contro il «popolo sovrano» non si ferma qui. Il Parlamento dei «nominati», infatti - un'assemblea autorevole quanto la mussoliniana Camera dei Fasci e delle Corporazioni - decide di cambiare le regole del gioco, modificando l'articolo 138 della Costituzione: proprio quello che ne faceva uno «Statuto rigido». A chiudere il cerchio pensa, infine, Napolitano, che ha già voluto la cancellazione di alcune sue conversazioni con un imputato per reati in cui si vede spuntare la mafia. L'ha fatto, sostiene, per difendere le prerogative del ruolo istituzionale. Una questione di principio, insomma, che non avrebbe minato la sua credibilità, già indebolita dalla vicenda Monti, se, ottenuto lo scopo, avesse avuto la «sensibilità democratica» di divulgare «sua sponte» il contenuto delle telefonate intercettate per caso. Conversazioni di per sé censurabili, dal momento che un Capo dello Stato non dovrebbe intrattenere rapporti con imputati eccellenti, tanto più se indagati per ragioni di mafia. E' stato proprio lui, Giorgio Napolitano, campione di trasparenza, ad avviare una prassi obliqua, se non incostituzionale, per cambiare la legge fondamentale dello Stato, inventandosi una «Commissione di saggi», qualcuno scelto anche tra i «creduloni» della tragicomica faccenda Ruby-Mubarak. Cambiato l'articolo 138 e affidata la sorte della Costituzione a uomini che nessuno ha eletto, a un Parlamento di «nominati» e a un governo sostenuto da forzitalioti e neocentrisiti di ventennale militanza berlusconiana - è questa la nostra nuova Costituente - il gioco è fatto e la Costituzione rischia l'oltraggio estremo. Non è un'opinione peregrina; lo affermano giuristi di chiara fama come Rodotà e Zagrebelsky, per fare dei nomi.
Un clima di così inaudita violenza verso le Istituzioni del Paese si è registrato solo con l'avvento del fascismo, caro Mentana, ma lei insiste sulla democrazia minacciata dai No Tav. Così, direttore, fa torto alla sua intelligenza e a quella di chi l'ascolta, credendola diverso dai pennivendoli e velinari che costituiscono purtroppo il nerbo della sua categoria. La crisi della democrazia esiste, direttore, è gravissima e i No Tav ne sono al più l'inevitabile conseguenza. Le cause, quelle vere e preoccupanti sono da cercare tutte tra partiti e uomini delle Istituzioni. Questo, però, evidentemente non si vede dal buco della sua serratura.

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