breve di cronaca
La scuola devoluta


La scuola devoluta darà maggiori o minori opportunità alle nuove generazioni e a tutto il sistema di istruzione? Questo è il solo problema che il Parlamento deve porsi oggi. Non se la scuola debba servire alla Lega o al funzionamento dell'alleanza di governo - perché siamo arrivati anche a questo punto - ma se serve al Paese. Nei giorni scorsi il Senato ha approvato la legge del ministro Moratti sulla scuola che con i suoi anticipi, i suoi canali separati, la sua povertà di risorse conferma e accentua la differenziazione sociale tra i ragazzi italiani. A tutto ciò oggi con la devoluzione si aggiungono le differenziazioni territoriali: un ragazzo di una media famiglia del Sud sarà sicuramente ancor meno uguale davanti alla vita e alla scuola, di quanto non sia ora, di un ragazz o lombardo.
Bel risultato di governo. E il ministro Moratti non ha detto una parola. Tra Tremonti e Bossi si lascia sfilare dalle mani la scuola. Il governo ha interpellato la scuola e le famiglie? Non sa che esse hanno bisogno piuttosto di una società coesa, di unità dell'ordinamento, di valori condivisi per affrontare con coraggio e con forza le sfide della vita e del mondo? Non sa che vi è bisogno di più cultura europea ed internazionale perché la sfida non si gioca sul confine tra Lombardia e Piemonte o tra Abruzzo e Molise? Quale messaggio dà il governo con questa frammentazione che la legislazione esclusiva alle Regioni determinerà? E' in gioco con la devoluzione una questione essenziale di libertà: è a rischio la scuola come spazio di libertà. Il governo cancella l'autonomia delle istituzioni scolastiche per la prima volta in Costituzione col Titolo V.
Cancella con essa la libertà del curricolo: il curricolo che fanno gli insegnanti, non i piani di studio dei ministri di turno o peggio ancora dell'assessore regionale di turno. La scuola è un soggetto terzo, costituzionalmente protetto, autonomo, tra Stato, Regioni, Province, Comuni.
Non può essere il suddito politico di nessuno.
L'organizzazione scolastica, il progetto educativo, i percorsi didattici appartengono alle istituzioni scolastiche non alle Regioni. Qui è la Repubblica, qui è l'art. 33 della Costituzione che sancisce la libertà individuale e collegiale dei docenti, qui sono gli articoli 30-31 che tutelano i diritti e i doveri delle famiglie.
Con la devoluzione si altera il principio elementare della distinzione dei compiti e delle responsabilità nella società liberale e democratica, dove sono distinti e valorizzati nella loro autonomia le famiglie, la scuola, gli enti locali, le Regioni, lo Stato nel quadro dell'Europa.
Perdere questa visione vuol dire creare un danno enorme per il Paese. Qui si fa a pezzi l'Italia e la scuola.
Questo, peraltro, è lo specchio di un'alleanza che si pensa così, fatta di pezzi, con una visione brutalmente sommatoria: prima le leggi che toccano a Berlusconi, poi questa che tocca a Bossi, domani il presidenzialismo che tocca a Fini. Per l'Udc non si sa...
Quello che non c'è è l'unica cosa per cui questa maggioranza è stata eletta: dare un progetto al Paese, fare l'interesse del Paese.
L'esito della devoluzione sarà la frantumazione e la confusione. Perché domani i pezzi non armonizzati del Titolo V balleranno per aria in una colossale confusione in cui regnano arbitrio, scambio, prepotenza. Questa confusione è stata anche simbolicamente rappresentata nell'aula del Senato: l'uso improprio delle cose, delle parole, dei poteri, perfino degli scranni. Bossi ha ascoltato il dibattito e ha parlato dal luogo che appartiene al presidente del Consiglio. Come nelle favole: un giorno da re. Ma con le Istituzioni non si scherza, con la cultura non si gioca.
Mai come oggi, di fronte alla devoluzione la scuola si identifica con l'interesse del Paese, con il suo destino culturale, con la sua unità, con la sua coscienza civile. E la scuola resisterà. Dopo il discorso del ministro Bossi la scuola ha capito che il suo compito e la sua autonomia sono ancora più necessarie.

Albertina Soliani
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