Uno spettacolo inutile e dannoso
Francesco di Lorenzo - 12-10-2013
Ormai è un'abitudine. Ciclicamente ritornano i dati Ocse (organizzazione per cooperazione e lo sviluppo economico) che ci ricordano i nostri endemici ritardi nell'istruzione e nella formazione, e tutti - telegiornali, giornali e pubblicazioni specializzate - danno la notizia come se fosse una novità. Ci sarebbe bisogno di un'indagine per scoprire da quanto tempo arriviamo ultimi (o non ci classifichiamo bene) nelle ricerche su competenze, conoscenze e abilità che la nostra scuola dovrebbe fornirci. E, ancora, servirebbe un supplemento di indagine per scoprire da quanti anni in Italia tutti si mostrino scandalizzati dei dati che ci danno perdenti e poi, dal giorno seguente, continuino a non far niente per cercare di mutarli in meglio. Insomma, se qualche giornale ha sparato nel titolo che gli italiani non sanno né leggere né scrivere, puntando più sul colore, la verità è che ci resta appiccicato addosso il dato negativo. E poiché sappiamo che per noi arrivare ultimi in questo campo non è una novità, le questioni sono due: o non si è mai fatto niente, oppure i provvedimenti e le decisioni che si sono prese in questi anni non sono serviti a nulla.
Naturalmente, dopo la lettura dei dati, tutte le polemiche che sono scoppiate tra le varie interpretazioni e le dichiarazioni di alcuni ministri (poi ritirate) fanno parte del gioco, della finzione che si porta in scena da troppo tempo e che attiene alla competizione (o disputa) sul nulla: quello che non si capisce è a chi interessano questi residui di teatro e per quanto tempo ancora attori e scenari possano aspirare ad avere un qualche minimo pubblico.
Come coda a tutto il discorso fatto, spuntano ad hoc le analisi, già usate in passato, di economisti riconosciuti i quali ci dicono solennemente che per risolvere il problema si deve puntare sul merito (nella carriera dei docenti) e sull'incremento delle ore lavorative (dando forza alla vulgata che l'insegnante italiano lavora poco). Che è come dire che tutto torna, il cerchio si chiude, si riparte per non andare da nessuna parte: il serpente si morde la coda con buona pace di tutti quelli che avevano sperato in una inversione di tendenza (qualcuno ricorda?).
E allora lo slogan che gli studenti romani hanno scelto per le loro manifestazioni 'Il tempo è scaduto, riprendiamoci tutto', dovrebbe farci riflettere: se le parole dello slogan a qualche anziano evocano tempi andati, ai più dovrebbe suonare come utile avvertimento, al limite, anche come una richiesta di aiuto lanciata dai giovani. Ma chi li prende in considerazione? Letta, Alfano o Brunetta?

Tanto per sparare un po' nel mucchio, alzare un po' di polvere e perdere altro tempo, un'associazione di cultura liberale 'Società libera' ha lanciato la proposta di far eleggere i dirigenti scolastici dalle stesse scuole, cioè dai docenti all'interno dei collegi, invece che sceglierli, come succede attualmente, con un concorso. Tutte la maggiori associazioni di presidi sono in disaccordo. Ora, a partire dal fatto che l'ultimo concorso del 2011 ha creato vari problemi sia di trasparenza sia di altro genere, e che sono ancora in corso dispute e controversie, una proposta di questo tipo, cioè far eleggere il preside dai colleghi, era già stata fatta parecchi anni fa, ma non aveva trovato neppure allora i sostenitori necessari per andare avanti.
Invece, al sottosegretario all'istruzione Toccafondi la proposta piace e, anzi, ha detto che l'avrebbe presa in seria considerazione. La risposta di Gregorio Iannaccone, presidente dell'Andis (Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici) non si è fatta attendere. In pratica, il presidente dell'Andis ha fatto notare al sottosegretario che nell'ultimo decreto sulla scuola del suo governo, in merito al reclutamento dei presidi, c'è scritto qualcosa di diverso. Infatti il testo recita che il reclutamento dei Dirigenti Scolastici si realizzi mediante corso - concorso, bandito annualmente per tutti i posti vacanti e gestito dalla Scuola Nazionale di Amministrazione.
E allora? Qualcosa non funziona, o il sottosegretario non conosce il testo del decreto del suo stesso governo, o ha cambiato idea prima ancora di vederla applicata, visto che la conversione del decreto è ancora in via di approvazione.
Viene subito in mente che il sottosegretario, senza volerlo, ha scoperto le carte, ha dato la chiave per capire la finzione messa in atto dal governo delle larghe intese, far finta di dar ascolto a tutti, ben sapendo che alla fine nulla si farà.
Spaventa solo la perdita di tempo e lo spreco di uno spettacolino della/sulla scuola, via via sempre più inutile, dannoso e ridicolo.

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