Il dovere di informare
Francesco di Lorenzo - 05-10-2013
Tra una decadenza finalmente arrivata e un governo che continuerà con tutta probabilità a vivacchiare, si inserisce con prepotenza la notizia della morte di decine di persone innocenti. L'ennesima e ultima strage di Lampedusa dovrebbe far riflettere (ma lo farà) tutto il mondo della scuola che dovrà assumersi il compito di informare sul perché esiste ancora in Italia una legge (Bossi-Fini e successive modifiche) che produce solo morti. Fa rabbia il sorriso stupido di coloro che hanno pensato tali norme. Persone chiuse nel recinto del proprio benessere e del piccolo potere a fatica raggiunto, che continuano a pontificare. Assolutamente inascoltabili le loro ragioni: la percentuale altissima di ragazzi (in un'età in cui avrebbero dovuto frequentare una scuola) tra quei morti, dovrebbe indurre a rivedere o almeno a dubitare dei presupposti che sono alla base dei loro ragionamenti: ma forse è chiedere troppo sperare che questi signori cambino idea.

La notizia non proviene da un'unica fonte, anzi, ma tutte confermano un dato abbastanza inquietante: la scuola italiana è sempre meno internazionale. Una delle ricerche che ci condanna e che conferma a suon di dati che siamo poco cittadini del mondo, ci dà anche la possibilità di un confronto con gli altri paesi europei dal quale usciamo perdenti senza alcuna scusante. La ricerca realizzata da Ipsos e denominata 'Generazione In Europa' dice che appena il 53% delle scuole italiane si attiva con un'iniziativa di internazionalizzazione in un anno scolastico. È troppo? È poco? È già abbastanza? Basti sapere che in Germania la percentuale delle scuole che propongono programmi di scambio internazionale sale al 97%, in Francia è all'81%, in Svezia al 79%. Per completezza di informazione, la ricerca continua con il dirci che solo il 32% degli studenti italiani è a conoscenza dei vari programmi sulla mobilità studentesca, sul fatto cioè che si possa chiedere o aspirare ad uno scambio di esperienze con scuole o studenti di altri paesi. La conseguenza è che incide sulle nostre basse percentuali anche la mancanza di informazione che ci preclude un'apertura utile sia per i partecipanti che per tutti gli altri. Questo però, volenti o nolenti, ci dà indicazioni su alcune altre cose e ci fa porre la seguente domanda: una scuola che non incita all'apertura e allo scambio di conoscenze, viene meno sì o no al suo compito?
Quindi, se è vero che nei momenti di crisi si deve fare appello a tutte le risorse per risollevarsi, questo è il momento di attivarle.

Tra Napoli e Bologna dove sono avvenuti gli episodi più eclatanti, si sono consumate la maggior parte delle notizie sulle nuove ondate di bullismo e violenza, così dicono i giornali facendo un po' di tutt'erba un fascio, che si è abbattuta sulle scuole italiane.
Tutti sappiamo che le notizie sul bullismo hanno un andamento ciclico, questo è il periodo critico: inizio anno scolastico con aggiunta del momento confuso che vive la politica e quindi la società. Naturalmente bullismo e violenza non sono fenomeni circoscritti a due sole città, ma naturalmente li si nota di più quando il tutto ha origine da un avvenimento che colpisce perché eclatante. A Napoli, dove un ragazzo di 15 anni è stato accoltellato nel cortile della scuola, è accaduto il fatto che più colpisce. E infatti le notizie sull'episodio si sprecano. Come, del resto, si sprecano le analisi del fenomeno, alcune sicuramente ottime e meditate, altre sinceramente stantie, usuali, inutili. Analisi ascoltate da troppi anni, sempre le stesse e fatte da chi dice una cosa e ne fa sostanzialmente un'altra. Un buon metodo per avere la possibilità di apparire a rimorchio di un fenomeno che non smette perché alimentato dagli stessi che dicono di volerlo eliminare.Naturalmente la notizia apparsa su un settimanale a larga diffusione che il bullismo fa male alla salute di chi lo subisce, sembra una barzelletta. Certo non ci vuole tanto a capire che subire lo scherno, la derisione e la violenza di tuoi coetanei non è come fare una passeggiata.
Sul versante violenza, leggiamo la notizia che a Bologna 600 giovani studenti di un collettivo autonomo hanno durante un corteo imbrattato e colpito con lanci di uova le sedi di alcune banche, negozi e sindacati incontrate sul loro percorso, creando caos e disagi. Peccato, lo slogan era interessante: "Ripresa economica solo a parole, scendiamo nelle piazze prendiamoci le scuole!". Ma si sa che il dialogo non funziona se la violenza è fine a se stessa...
Andrà meglio il 19 ottobre?

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