Giorgio Israel: una difesa che ha il sapore di un'offesa
Giuseppe Aragno - 27-08-2013
Giorgio Israel, storico della matematica, membro della Académie Internationale d'Histoire des Sciences, discute spesso di scuola e ne parla con notevole competenza. Al paragone, Gelmini, Profumo e Carrozza fanno la figura degli analfabeti. In ciò che dice c'è quasi sempre un notevole equilibrio; ogni osservazione corretta, tuttavia, contiene spesso un'incredibile sciocchezza. L'ultimo esempio di questo singolare modo di ragionare l'ha dato ieri, lanciandosi senza esitazioni in un'appassionata difesa del liceo classico.
Immaginando l'inevitabile domanda del lettore - "Perché il liceo classico?" - la risposta dello studioso è subito nel titolo del suo articolo: "Perché se muore il liceo classico muore il paese". Letto il titolo, però, a me è venuta spontanea un'altra domanda: perché perdere tempo a leggere l'articolo? Se rimanesse in piedi solo il liceo classico, infatti, il Paese morirebbe più presto e di una più terribile morte. Come ha scritto oggi un'attenta osservatrice, "ogni scuola nei suoi indirizzi e nelle sue specialità va valorizzata per ciò che è senza graduatorie di merito". Il perché mi pare chiaro. La scuola, senza distinzione di indirizzi, infatti, ha la funzione specifica di dare ai giovani l'ampia formazione che Israel intende difendere. La scuola nel suo insieme - Israel non se n'è accorto, ma è già moribonda - la scuola come istituzione deve formare giovani capaci di quelle scelte "scelte autonome" di cui scrive Israel. Nessun indirizzo scolastico si deve e si può proporre di creare "polli di batteria formati per una sola funzione". Nessun indirizzo scolastico, nessun docente, nessun ministro, nessun accademico può pensare di assegnare al liceo classico il compito di salvare il Paese. Il Paese muore se muore la sua scuola, come purtroppo sta accadendo; muore, non si salva, non sopravvive, non va da nessuna parte se conserva il liceo classico e manda alla malora ogni altro indirizzo.
Israel coglie senza dubbio un grave problema reale di carattere generale ma, per risolverlo, sceglie una soluzione evidentemente parziale. Il liceo. Quindi, solo una élite. Così non si salva il paese, si torna a una scuola profondamente classista. No, non sarà questa difesa nostalgica di Gentile a tirarci fuori dal disastro incombente.
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 Giorgio Israel    - 27-08-2013
Gentile professore, ho l'abitudine di leggere i commenti ai miei articoli che mi vengono segnalati, non soltanto per un generico doveroso rispetto delle opinioni altrui, ma perché sono interessato soprattutto agli argomenti critici. La ringrazio quindi degli apprezzamenti, persino eccessivi. E di certo ogni tanto anch'io scrivo sciocchezze. Ma forse bisognerebbe pensarci prima di appioppare un'etichetta così pesante, perché altrimenti si rischia di incorrere non dico nella stessa accusa (me ne guardo) ma nelfare la figura di chi legge male (non mi sognerei di dire, travisa). Difatti, se avessi veramente detto "solo il liceo" avrei detto una sciocchezza. Ma non l'ho detto. Me l'ha appioppato lei, e addirittura l'ha virgolettato. Né ho detto mai e poi mai che che bisogna conservare il liceo classico mandando in malora ogni altro indirizzo: vera sciocchezza questa. Vuole una controprova? Sono pronto a scrivere un articolo intitolato "Perché se muore l'istruzione tecnico-professionale, muore il paese”. L'una e l'altro, sono indispensabili, lo dico con chiarezza e fermezza, e Gentile non c'entra proprio niente. Il piccolo dettaglio è che è il secondo sotto attacco, non la prima: in questo momento vi sono forze influenti (sostenute dalla Confindustria) che dicono che l'unica via è puntare tutto sull'istruzione tecnico-professionale a scapito dei licei e della formazione generalista e che, come primo passo, bisogna far fuori il liceo classico. Se non l'ha notato legga i giornali, per esempio l'articolo compiaciuto comparso sul Corriere il giorno prima del mio, e tanti tanti altri che manifestano un'aspra insofferenza per tutto ciò che non serve direttamente alle figure aziendali. Perciò è a questi che dicono "solo la formazione tecnica e professionale" – lei deve rivolgere la sua accusa. Non a me che non pretendo affatto di assegnare al classico il compito di salvare il paese: dico che se si cancella il classico crolla il paese, che è cosa ben diversa (proporrei l'analisi della differenza logica di questi due asserti come esercizio in classe). Per il resto, lo so benissimo che la scuola italiana è morente, e penso che oltretutto questa compagnia di giro che si aggira su di essa ne ha fatto davvero una scuola di classe. Ma non pensa che bisogna fare qualcosa, anche se la situazione è disperata?Diceva un certo Tale: "pessimismo della ragione, ottimismo della volontà". Oggi sono i licei sotto attacco e questi vanno difesi contro chi crede che l'intera istruzione italiana debba diventare un sistema di formazione di addetti per le PMI e non capisce che anche la Corea poggia sulla Samsung e non sulle imprese di sedie e piastrelle (con tutto il rispetto di chi non si sogna neanche alla lontana di combatterne la funzione egregia). Potevamo essere un paese leader nell'informatica, nella chimica e nella siderurgia. Abbiamo distrutto tutto. Ci salveremo trasformandolo in un paese di soli idraulici (con tutto il rispetto, visto che trovarne uno è un'impresa)?...

 Giuseppe Aragno    - 27-08-2013
Gentile professore, anch’io leggo i commenti ai miei articoli. Come a lei, anche a me interessa conoscere l’opinione di chi legge, perché spero che il dibattito mi aiuti a capire e magari correggere. Se sono eccessivi, gli apprezzamenti, mi scusi. Sono anche sinceri.
Ciò che scrive è senz’altro vero: sciocchezze ne scriviamo tutti e ammetterlo conta. Non era mio intento appiopparle etichette, ma non faccio fatica a riconoscere che ha ragione: le virgolette impropriamente le attribuiscono un’affermazione testualmente citata. Le tolgo, quindi. Tuttavia - posso sbagliare ancora naturalmente - non credo che si cancelli così la ragione del contendere e non trovo che il senso della critica che le ho rivolto cambi di molto.
Può darsi che mi sia spiegato malissimo e torni a farlo in questa replica al suo commento – se la prenda se vuole coi miei probabili limiti o col fatto che leggo poco i giornali - sta di fatto, però, che in un momento in cui la scuola nel suo insieme è a rischio di sopravvivenza, se torno sul suo titolo, continuo a dissentire. Non so chi legge male - nemmeno io mi sognerei di dire, travisa – però mi creda: se lei non aveva intenzione di difendere il liceo classico, nemmeno io pensavo di scendere lancia in resta a difesa dell’istruzione professionale, cui lei comunque non fa cenno. So degli attacchi, so di Confidustria, so di chi dice "solo la formazione tecnica e professionale"… So. Tuttavia, professore, ostinatamente sento e vedo che non il liceo, ma la scuola tutta si vuole distruggere e che, ridotta allo stremo quella di base, non c’è liceo che si possa salvare. Ecco perché, leggendo il suo articolo pro liceo classico, ho avuto la sensazione che di fronte a una sorta di Caporetto, invece di cercare immediatamente come attestare ciò che resta delle armate sulla linea del Piave, lei si sia attardato a difendere le salmerie. Ciò non toglie che condivido la sua angoscia e faccio mie le sue parole: potevamo essere un paese leader nell'informatica, nella chimica e nella siderurgia. Abbiamo distrutto tutto.