Signori! In Carrozza!
Gabriele Attilio Turci - 25-08-2013
Con questo grido, i più vecchi di noi, ricorderanno come si sollecitavano pendolari, studenti, assonnati ed esausti fruitori dei treni che in lungo e in largo collegavano, assolutamente con maggiore frequenza, le periferie delle province alle città metropolitane. Non assomigliava ad un ordine, ma ad un bonario stimolo a fare presto, a mettersi in carica e in moto per il lavoro del giorno, quasi una seconda sveglia mattutina. E la sera poi, l'esortazione diventava la premessa per la cena che attendeva e il ricapitolo della giornata.
Oggi, perlomeno per chi vive del lavoro della scuola e nella scuola, "Carrozza" richiama, oltre che al ministro, la situazione stessa dell'organizzazione scolastica. Quasi un "nomina sunt omina", la comparsa della dottoressa Carrozza come ministro non ha eccitato, a suo tempo, gli animi di nessuno, probabilmente essendosi perduta da tempo, ogni speranza di rinnovamento e di visione centrale della scuola e della formazione culturale, da parte della classe politica italiana. Ma appunto "nomen omen": la scuola che brancola e arranca da decenni, percorsa da riforme che si accavallano e si contraddicono, ha messo "a cassetta" un vetturino con qualche lustrino, ha aggiunto qualche informatica balestra ancora cigolante che però fa tanto "trendy". Nella realtà però l'operazione di smantellamento di quanto negli anni si era raggiunto, coniugando ricerca universitaria e sperimentazione sul campo, prosegue tranquilla, senza che nessuno osi fiatare.
Il molle e devastato corpo docente, poco aduso del resto, per pratica e formazione a viversi come classe e come ambito strategico, ha tutto subito, tutto caricato sulle spalle, provando a digerire quel che poteva, espungendo i veleni con iniziative individuali e moltiplicando il senso straziante di sentirsi sempre più un "minus habens", non perché si ritenga un soggetto di scarsa intelligenza o meno dotato dalla natura e dalla vita, ma piuttosto per aver definitivamente introiettato l'idea d'essere parte di quel mondo che ha, di fatto, meno diritti e solo doveri.
Siamo arrivati ai docenti che tentano di darsi fuoco in piazza, alla categoria (vedi ricerche del team di Vittorio Lodolo D'Oria) che farebbe, causa pesantissimo burnout, un uso significativo di psicofarmaci, alla gogna mediatica.
Ma nulla, assolutamente nulla si muove.
Qualcuno ricorderà gli anni '70-80 del secolo scorso; le ricerche di diverse università (Bologna in testa, ma anche Padova, Milano, Roma) che sospinsero la riforma della scuola dell'infanzia e di quella elementare, riforme precedute nel 1962 da quella della scuola media.
Erano anni di intenso dibattito culturale e quando nel 1985 prese corpo la riforma della scuola elementare, rafforzata nel 1990 dalla pluralità dei docenti, il tutto non fu vissuto come un atto politico calato dall'alto (lunga, articolata, partecipata fu la discussione sia in ambito accademico che nel corpo docente), o come la soluzione di problemi occupazionali, come più tardi si cominciò ad asserire, ma come il prendere forma delle intenzionalità e delle progettualità, sorte sovente in spazi di autogoverno dei docenti dove la trasmissione e la circolarità dell'informazione e delle esperienze tra l'ambito accademico e quello di chi concretamente opera sul campo, furono ampie e feconde.
Sì, la scuola apparve allora, a tanti di noi, come un treno che aveva preso finalmente un ritmo veloce, si percepiva il concretizzarsi, forse ormai prossimo, delle speranze che i Bruno Ciari, i Danilo Dolci, i don Milani , i Mario Lodi, avevano con ostinazione sostenuto e professato per anni.
Non tutto scorreva sempre felice, aggiustamenti si avvertivano come utili, ma l'entusiasmo era reale e si scommetteva veramente sul ruolo della scuola pubblica statale. Poi, ben prima della tempesta nera di uomini e donne che solo scopo avevano di far cassa e, di più, schiacciare l'organizzazione statale su quella privata affinché questa non fosse messa in crisi da gestione del personale e dei programmi didattici, la svendita ideale dei percorsi prima accennati, avanzò come un'onda dopo un maremoto.
Ci fu, non da meno, e come poteva mancare, la complicità attiva di sindacati amici degli amici, più intenti a regolare il consenso al principe che a difendere l'istituzione dove i loro aderenti operavano. Poi dopo la perdita di senso e di valori che aveva coeso la parte di paese di impronta e tradizioni socialiste con quella di matrice cattolica e liberale, al di là persino di classici schieramenti, ecco arrivare i "buzzurri" epigoni della marea di "clientes" e cortigiani, che seguirono la corte sabauda dopo l'unificazione ottocentesca. Questi moderni discendenti avevano però un di più d'iconoclastia, un rancoroso sentimento di vendetta covato in anni di sudditanza culturale al pressapochismo sociopolitico di una destra d'accatto sempre presente in Italia, ancor prima del fascismo, e nascosta sovente, da Depretis a Giolitti, sotto le ali dei liberali o dei socialcomunisti "bombacciani". (Si veda e si confronti, a questo proposito la Carta de Lavoro del Manifesto di Verona della RSI e si vedano le strettissime analogie con tante "convenzioni" o "patti" venuti alla luce nell'Italia repubblicana sotto il dominio dei buzzurri).
L'effetto fu devastante e procede ancora oggi, sempre più avvitandosi in misure strabilianti di strozzatura del sistema.
Da un parte mantenendo l'esercito di schiavi del precariato, vero simbolo della sopraffazione istituzionale che è stato erto come il faro dello sfruttamento metodico e legale dei lavoratori, e se questo sfracello lo fa lo Stato, ben e di più si sentono poi liberi di farlo gli altri soggetti della società economica e civile, non dimenticando poi che i primi grandi licenziamenti di massa non sono avvenuti alla Fiat ma precisamente nella scuola. Da un'altra si procede fotocopiando nel modo più assoluto il sistema di gestione culturale, amministrativa e di senso della scuola privata e imponendolo poi a tutta quella pubblica che non ha saputo reagire in modo unitario, mancando poi del resto una controparte politica che facesse in qualche modo da sponda.
Oggi siamo terribilmente arrivati al fondo di un pozzo che sembra senza fine: il massacro è stato compito in larga parte ma non è ancora terminato. L'abbattimento della pluralità docente nella scuola primaria, con il ritorno forzoso al docente unico, porterà, nel prossimo contratto, al tentativo, facile a realizzarsi, di eliminare pure la programmazione così da utilizzare e spremere al massimo sulle classi, i docenti. L'asservimento culturale è evidente nelle menzogne sparate a piene mani da parte di tutti, ancora di più da parte dei sindacati. Si legga a solo titolo d'esempio la recente dichiarazione di dirigenti UIL (intervista di Massimo di Menna concessa, guarda a caso, il 29 settembre 2008 al sito online legato a CL, ilsussidiario.net - ma gli altri confederali e la stessa grande stampa, del resto molto ben asservita al pensiero unico del capitale finanziario, non sono da meno quanto a fariseismo) dove si sostiene che in tutta Europa c'è un solo docente, quando pure nella disperata Grecia, tanto per dire, ma non è l'unico caso anzi è praticamente la norma, quantomeno vi sono gli specialisti di musica, canto, lingua straniera, religione... e altrove, dove agli insegnanti di base si associano i docenti dei comuni, dei lander, province ecc.. è pure ancora meglio). Certo vi è una prevalenza, un docente tutor, ma sono altra cosa da quello che si sta cercando di reintrodurre in Italia, un passo indietro di almeno 30 anni.
Ovviamente tutto poteva essere rivisto, ma qui, in un sol colpo hanno fatto fuori tutte le specializzazioni e poi si cerca pure di bypassare il sostegno (vedi BES) attraverso sempre e solo il docente di base... Siamo ancora all'idea del: "...e che ci vuole ad insegnare nella scuola elementare..." dotta osservazione udita qualche tempo fa in stanze ministeriali... Quanto alle ore di programmazione, vera scuola di relazioni professionali, svolte in modo organico dai team docenti, nella scuola media e nella scuola media superiore non se ne è mai parlato, si discute, piuttosto di elevare ancora il carico orario così da tagliare altre cattedre.
Qualcuno sente sia pur timide voci di dissenso all'interno della parte politica? Se si escludono alcune pelose e contorte dichiarazioni elettorali, magari gestite, per non sbagliare, tramite mail o letterine inviate qua e là ai docenti, nulla si da. Così allora nell'utenza il messaggio è arrivato forte e chiaro e qualcuno pensa pure a porvi rimedio. Cominciano a diffondersi esperienze di homeschooling, altre di piccole scuole libertarie. L'idea fondante è che la scuola pubblica non offra più garanzie di libertà e di decenza culturale e che non valga pertanto la pena di attardarsi a rianimare un morto che cammina. Tanto varrebbe tagliargli la testa.
Probabilmente ci stanno già arrivando da viale Trastevere.
Ma vediamo cosa propongono queste scuole, vediamo cosa anima la scelta di tanti genitori che riescono in questa scommessa. In primo luogo la centralità del bambino e il metodo fondamentale è quello di considerare che l'istruzione non è lo scopo dell'unschooling (apprendimento naturale) tanto nella versione homeschooling che in quella delle scuole libertarie sparse qua e là, a macchia di leopardo, in Italia e nel mondo, perché "vivere insieme armoniosamente, lasciando che ognuno segua le proprie inclinazioni è la meta prefissata dalle famiglie che scelgono questa strada. L'istruzione che ne deriva è concreta, permanente e ricca, questo si realizza con una grande fiducia nei propri figli e nella loro naturale capacità di apprendere. In questo caso non si seguono programmi e il fatto di "testare" i bambini sulle loro conoscenze non è preso in considerazione" (Controscuola.it - Erika di Martino)
Come si vede nulla di trascendentale, anzi pane quotidiano per tanti educatori che ora, tuttavia, sono pressati da misurazioni, standardizzazioni, personalizzazioni, che sono però sviluppati lungo linee procedurali burocratiche che nascondono, giorno dopo giorno, la pochezza delle risorse, l'inganno delle progettualità gridate, gli specchietti per allodole di ebook e tablet, cose degnissime per carità, ma disancorate da un percorso agito all'interno della centralità del soggetto educante.
Certamente oggi è difficile, ma non impossibile, trovare docenti come quelli che al liceo trovò Flavio Montanari (formatore, ricercatore,: Bologna, Foggia, Urbino):
"Era il primo ottobre del 1968, avevo sedici anni, dopo aver frequentato il ginnasio a Bologna, mi trasferii in prima liceo a Forlì. Il primo giorno di scuola ovviamente molto emozionato. La prima ora entra la professoressa di italiano e latino, un'anziana signora; guarda fra le sue carte e poi chiede: C'è qualcuno di voi che si chiama Flavio Montanari? 
Mi alzai in piedi arrossendo: sono io. La prof.ssa più o meno continuò così :
"Bene Montanari, voglio essere chiara con te, come lo sono sempre. Io penso che ognuno debba stare al suo posto. Se non sbaglio tu sei figlio di contadini, ed è la prima volta che al nostro prestigioso Liceo si iscrive uno che è figlio di contadini; questa è una vergogna, ovviamente non ne hai colpa tu; è la conseguenza di questi tempi che ci porteranno alla rovina; ma rimane comunque una provocazione che non può essere accettata. Pertanto sappi che io non solo ti boccerò, ma farò di tutto per farti buttare fuori da questa scuola". 
Mi vennero i brividi, gli occhi si gonfiarono di lacrime, ma non piansi. Per tre giorni non riuscii a parlare con nessuno e piansi quasi ininterrottamente. 
Cercai di studiare molto quell'anno, ma fui bocciato. Non lasciai però la scuola; anche se nei colloqui con i genitori l'invito ad abbandonare la scuola fu fatto da più insegnanti.
 Fu un anno molto difficile. Fortunatamente l'aria del' 68 arrivò anche a Forlì e l'anno successivo decisi di non giocare più in difesa, ma di andare all'attacco; cominciai ad organizzare volantinaggi, scioperi, assemblee e occupazioni; da allora, pur non avendo quasi più tempo di studiare, fui sempre promosso; non solo, i professori prima di prendere qualsiasi decisione relativa alla vita del liceo, mi consultarono sempre...".
Certo oggi questi sono casi limiti, paradossali, eppure molti sanno bene come per uscire da questo ruolo sclerotizzante dell'insegnante all'interno di un sistema rigido e gerarchico, di strada se ne è dovuta macinare tanta, con sconfitte, ritorni, polvere mangiata.
Tuttavia l'aspetto che intende caratterizzare l'esperienza delle scuole democratiche e libertarie è "...il ruolo e il significato che assume la comunità nel suo insieme, e il gruppo come elemento fondamentale di educazione e istruzione.
Il termine comunità indica un insieme di relazioni che rendono comprensibile la condivisione di ideali, storie e costumi... (in questa) concezione essa dovrebbe caratterizzarsi in questo modo: essere volontaria, perseguire un equilibrio costante tra autonomia individuale e senso di appartenenza collettivo, garantire che il progetto sia sempre negoziabile e rivedibile, prevedere il diritto a recedere..." (Liberi d'imparare . F. Codello e I. Stella).
Quanto di questo, siamo oggettivi, si può ritrovare nella depressa, frustrata, violentata, scuola pubblica statale? Certamente esperienze sono state fatte e lo stesso Francesco Codello, come docente e dirigente, le ha sperimentate nella scuola pubblica statale, eppure lui stesso finisce per ammettere che "La scuola è fatta di persone e se queste persone hanno la volontà e la tenacia di pensare che la loro azione debba basarsi sul rispetto autentico del bambino, certamente nelle classi si respirerà aria di libertà e democrazia, ma si tratterà solo di piccole esperienze. Sono sicuro che l'educazione libertaria non possa tradursi in un'istituzione statale, questo però non significa che non possa inserirsi in una realtà pubblica, se per pubblico si intende aperto a tutti e aconfessionale....". (Napolimonitor.it)
La soluzione ovviamente, almeno sul piano istituzionale, non sembrano essere neppure le charter school, di impronta americana, basterebbero già gli accorati appelli sulla distruzione del sistema scolastico che provengono dagli Usa (Chris Hedges, Perché gli Stati Uniti distruggono il loro sistema scolastico - Anna Victoria: riportati da scienzeumanegiudici.wordpress.com) o l'analisi meticolosa che ne fa Christopher H. Tienken, Assistant Professor nella Seton Hall University, nel Department of Education Leadership, Management, and Policy, (pubblicato, in lingua originale su roars.ir) oppure, per chi non ha tempo per la ricerca il bel saggio di Paolo Petrocelli, "La moneta autentica", dove la disamina del fallimento di questi percorsi è impietosa e definitiva.
Quindi, nel marasma attuale e in quello prevedibile futuro, non stupisce come appunto si vada manifestando questo movimento di ricerca e di costruzione di nuovi modelli educativi che "saltano" sia il modello della scuola pubblica statale sia quello della scuola privata che o per confessionalità o per impronta manageriale, comunque sovente poco si discostano tra loro, soprattutto ora che le controriforme degli ultimi 10 anni hanno azzerato ogni possibile differenza.
Certamente le previsioni di Ivan Illich sembrano pian piano tragicamente essersi avverate. Ovviamente le responsabilità non sono soltanto nei "buzzurri": la classe insegnante, come si è già detto, non è immune da colpe proprie: per insipienza, mancanza di coraggio, scoramento (un precariato di oltre duecentomila persone è una buona educazione al controllo del dissenso, per tutti). Tuttavia, proprio in queste ore di balletti governativi, di probabili azzeramenti del quadro politico, di nuove pesanti incertezze su futuro del paese, sarà bene cominciare a chiedere conto per il passato e per il futuro a chi si erge paladino degli interessi generali. La classe docente avrebbe un reale potere contrattuale se solo sapesse e volesse gestirlo, ma sappiamo tutti che la corrosione del pensiero è arrivata sino qui e forse sono speranze mal riposte.
Il futuro sarà ancora quello di balbettii isolati gestiti da qualche docente che avverte la dimensione storica della posta in gioco e sarà certamente quello di tante famiglie che punteranno a soluzioni differenti, coscienti che la gestione democratica del sapere non può più passare dai soloni del Corriere della Sera, della Fondazione Agnelli, dell'Università Bocconi o dell'Einaudi Institute For Economy and Finance (nota maligna: visto come può finire una gloriosa casa editrice se è acquistata da "pescecani"?).
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