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Mafia, economia e democrazia ieri e oggi. Perché è importante rileggere Franchetti
Giovanna Corradini - 08-06-2013
Cari amici, ho piacere di trasmettervi, qui di seguito, un comunicato stampa che vi prego di pubblicare sui vostri giornali e siti. È appena uscita, per le "Edizioni di storia", nella collana "Questioni storiche" diretta da Carlo Ruta, l'inchiesta di Leopoldo Franchetti sulla mafia, pubblicata per la prima volta nel 1877, introdotta e riletta tuttavia in una chiave inedita da Jacques de Saint Victor, storico francese assai noto anche in Italia. L'opera è corredata inoltre di un'ampia postfazione del criminologo parigino Jean-Francois Gayraud, anch'essa molto ricca di spunti.

G.C.



Mafia, economia e democrazia ieri e oggi. Perché è importante rileggere Franchetti

È appena uscita in libreria, per le «Edizioni di storia e studi sociali», nella collana «Questioni storiche» diretta dal saggista Carlo Ruta, una nuova edizione dell'opera principale di Leopoldo Franchetti, l'inchiesta in Sicilia del 1876, con un approccio particolare, che sollecita a rileggere il lavoro dello studioso toscano. Lo storico francese Jacques de Saint Victor, nell'introdurre l'opera, propone infatti una tesi inedita, argomentando che l'analisi di Franchetti sulla mafia, elaborata con le più raffinate metodologie sociologiche dell'epoca, risulta, a conti fatti, strutturalmente omologa a quella della democrazia di Alexis de Tocqueville. Si tratterebbe in sostanza di due facce della stessa medaglia, o addirittura dello stesso oggetto di studio passato al vaglio da prospettive differenti. Scrive Saint Victor: «Tocqueville analizza, a partire dagli Stati Uniti, la nascita e lo sviluppo di un fenomeno che andava consolidandosi in maniera ineluttabile. Franchetti, al contrario, studia, a partire dalla Sicilia, un'altra forma di democratizzazione, molto più inquietante, quella che egli chiama "la democratizzazione della violenza", che alcuni avrebbero potuto credere limitata alla società meridionale arretrata, e che purtroppo presenta oggi una scottante attualità perché queste derive mafiose tendono a diffondersi nell'economia mondializzata». Lo storico francese conclude: «In fondo si potrebbe dire che si tratti di due intellettuali della democrazia: uno, Tocqueville, analizza come questa si conquista, mentre l'altro, Franchetti, studia come si perde o perché costituisce solo un involucro».

Alla sua uscita, nel 1877, l'inchiesta di Leopoldo Franchetti, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia, puntata soprattutto sulle situazioni storiche e sociali che avevano generato la mafia e i ritardi dell'isola, non suscitò molti entusiasmi nell'opinione pubblica. Giornali e notabili siciliani, in particolare, accusarono l'autore di pregiudizi contro la loro terra. Ma l'intellettuale toscano ricordava che aveva portato a termine quell'impegno proprio perché i siciliani potessero usufruire un giorno della pace civile di cui godevano altri italiani del continente. Dalla sua straordinaria inchiesta egli non trasse vantaggi significativi. La sua carriera, sul piano politico, fu in fondo modesta se comparata con quella del suo amico e collaboratore Sydney Sonnino, che divenne presidente del Consiglio. Ma le sue riflessioni sono divenute una pietra miliare negli studi sul fenomeno mafioso, e tanto più oggi rivelano la loro lungimiranza.

In un'epoca in cui le analisi di Tocqueville sulla democrazia americana appaiono indebolite dalle derive oligarchiche di questa nazione, la lucida analisi dello studioso italiano - osserva Saint Victor - non sembra più in sintonia con un mondo soggetto a derive mafiose che appaiono inarrestabili? Da decenni si parla di «meridionalizzazione» del Nord, per sottolineare l'importanza crescente assunta dal «modello siciliano». In realtà, sembra proprio che ovunque valga la triste legge di Gresham: la moneta cattiva scaccia sempre quella buona. Se Tocqueville fu allora il profeta del secolo americano, Franchetti non fu, per certi versi, il profeta delle derive criminali del nostro tempo?

Questa edizione è intesa a sottolineare allora l'attualità di quel lavoro di analisi, che, malgrado l'indubbio interesse di cui gode da parte degli studiosi dei fenomeni mafiosi, rimane ancora oggi confinato, in una certa misura, negli archivi delle letterature ottocentesche sulle condizioni della Sicilia. E proprio per rimarcare quest'attualità strategica e l'importanza di nuovi approcci conoscitivi e analitici, il testo è corredato di un'ampia postfazione del criminologo parigino Jean-François Gayraud, sulle condotte criminali del capitalismo nel tempo della globalizzazione. Scrive Gayraud: «L'opera del barone Leopoldo Franchetti è unica per la sua chiaroveggenza in un periodo in cui la mafia appena baluginava nella conoscenza pubblica. La pertinenza delle analisi di questo studioso sarà compresa in definitiva soltanto dopo un secolo, dopo il 1980, con le inchieste del magistrato Giovanni Falcone». Sono argomentati quindi i processi economici e sociali che, nel mondo odierno, fanno assumere ai fenomeni criminali caratteri sistemici. «Il crimine organizzato - esordisce il criminologo francese - è stato a lungo una questione un po' marginale e periferica, tale da meritare solo un trattamento giornalistico, attraverso notizie più o meno sensazionali, e l'intervento solo repressivo e mirato dello Stato. Quest'epoca è passata, o almeno dovrebbe esserlo. Il crimine organizzato si è introdotto infatti nel cuore stesso delle società contemporanee, fino a diventare una questione di dimensione geopolitica e, insieme, macroeconomica».

Antonella Genuardi

Leopoldo Franchetti, La Sicilia nel 1876. Le condizioni politiche e amministrative, introduzione di Jacques de Saint Victor, postfazione di Jean-françois Gayraud, Edizioni di storia e studi sociali, Palermo, 2013, pp. 328, euro 18,00.


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