L'autoreferenzialità degli insegnanti
Cosimo De Nitto - 23-05-2013
Ci è capitato spesso, da un po' di anni a questa parte, di ascoltare e leggere della fatwa con la quale sono stati colpiti gli insegnanti. Qualsiasi critica essi abbiano fatto alle politiche scolastiche, qualsiasi osservazione di merito al sistema nazionale di valutazione (INVALSI), anche quando questo riguardava i soli test per gli studenti, essi sono stati tacciati di autoreferenzialità. Un termine piuttosto ambiguo che, portato all'estremo, non legittimerebbe gli insegnanti a parlare di scuola, dell'insegnamento e di tutto ciò che riguarda il loro status professionale e sociale. Se gli insegnanti parlano del proprio lavoro, della propria condizione sono accusati di essere autoreferenziali, di non voler essere valutati dall'esterno (e chi "valuta"poi, e come non se lo debbono chiedere, altrimenti cadono nell'autoreferenzialità). Lascerei stare, per amor di patria, l'assurdità di una categoria così ambigua usata per connotare più di 840.000 persone quanti sono gli insegnanti in Italia. Ma quand'anche, mi chiedo, la cosiddetta autoreferenzialità degli insegnanti con quale metodo scientifico è stata rilevata? Ci sono degli studi che non conosco? Ma anche il rifiuto degli insegnanti di farsi valutare è stato rilevato da chi, con quali metodi di rilevazione oggettiva, sarei curioso di conoscere la fonte di tale verità rivelata/rilevata. Se sono (pre)giudizi soggettivi, e tali sono, questi li abbiamo già sentiti esprimere dalla Moratti, dalla Gelmini, da Monti che ha definito gli insegnanti corporativi, conservatori. Quindi niente di nuovo. Gli insegnanti sono bacchettati quotidianamente da coloro che poi tagliano le risorse alla scuola pubblica, non rinnovano i contratti, bloccano gli adeguamenti e gli scatti stipendiali, fanno una legge sulle pensioni per cui un'insegnante di scuola dell'infanzia (3-6 anni) può andare in pensione a 67 anni (ma hanno la più pallida idea come si lavora in questo ordine di scuola che qualcuno continua a chiamare asilo?), diminuiscono o azzerano il fondo per interventi integrativi di riallineamento, recupero, sostegno, compensazione per prevenire la lotta alla dispersione, diminuiscono gli insegnanti di sostegno, il tempo pieno nella primaria ed è stato abbattuto il modulo che consentiva alle insegnanti di personalizzare gli interventi per alleviare il disagio cognitivo, i ritardi per cause di provenienza familiare, ambientale, sociale che sono tra le più frequenti cause della dispersione scolastica. E poi, dulcis in fundo, aumentano gli alunni per classe, proprio la ricetta ideale per combattere la dispersione scolastica. Ma di che parliamo. Altro che autoreferenzialità. Siamo davanti ad un disastro delle politiche scolastiche portate avanti da una classe dirigente che, se avesse voluto puntare sulla qualità della scuola e sulla qualità dell'insegnamento/apprendimento ben altre scelte avrebbe fatto. Parlare di autoreferenzialità quando siamo agli ultimi posti in Europa circa il finanziamento del sistema dell'istruzione, formazione e ricerca è quanto meno poco opportuno, o quando siamo agli ultimi posti per benessere dei bambini, come denuncia l'UNICEF. Ancor più inopportuno appare quando si pensa che sono stati abbattuti i fondi per l'aggiornamento e la ricerca educativa, quando non si fa più sperimentazione educativa e didattica. Non ci sono, o sono tagliati i fondi per un aggiornamento serio in servizio, per una formazione seria iniziale. Si spendono soldi per aumentare gli apparati tecnologici, non si spendono soldi per preparare i docenti per poterli e saperli usare in un contesto formativo.
L'autoreferenzialità degli insegnanti è una leggenda metropolitana raccontata da chi non ha altri argomenti per cercare di giustificare i propri fallimenti di classe dirigente e non sa come giustificare i propri attacchi alla scuola pubblica. Fa un po' di tristezza notare che ogni tanto c'è qualche insegnante che fa proprio questo punto di vista come nella sindrome di Stoccolma.


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 Mirella Albano    - 26-05-2013
appunto.........ma come mai 840.000 persone non riescono a farsi sentire mentre 200 tassisti mettono in scacco un governo?

 Stefano    - 26-05-2013
perché, come recitava Petrolini, "la vita è una valle di lacrime,............ma come ce se piagne bbène.......!"