Una nuova vergogna: anche la scuola verso il numero chiuso
Giuseppe Aragno - 20-03-2013
"C'è stata battaglia e non ce ne siamo accorti", ripeteva negli ultimi e sconsolati anni della sua vita Gaetano Arfè, intellettuale militante tra i più lucidi del Novecento. Il tempo purtroppo gli ha dato pienamente ragione e ogni giorno che passa dimostra quanto premonitore fosse il suo inascoltato appello a scavar trincee sull'ultima spiaggia per tentare l'estrema difesa della Costituzione.
Dal 2007, in un'avanguardistica Torino, un liceo intitolato all'antifascista Altiero Spinelli ha sciolto il nodo delle iscrizioni con una "selezione per test" che consente o vieta la frequenza dell'Istituto. La nostra "libera stampa", mobilitata nella caccia all'uomo di parte avversa e nella promozione di "santini" e utili idioti con cui coprire le miserie morali del potere, non se n'era accorta: in linea con la religione del merito, dopo i rettori delle università, tra le basse gerarchie della chiesa liberista, anche alcuni dirigenti scolastici danno ormai di piglio al manganello e bastonano quanto sopravvive di democrazia in un Paese di sedicenti liberali che all'estero svendono il nostro onore, "portando a casa i marò" col tradimento - altro che Berlusconi e il sedere della Merkell - e in patria non riconoscono un ethos politico ai ceti subalterni e fanno la guerra santa ai diritti in nome del mercato.
"Dio lo vuole!", è lo slogan, mentre i test d'ingresso, foglia di fico e preludio inaccettabile al numero chiuso, fanno l'ingresso trionfale nelle scuole medie. E' un affannoso correre all'armi, che rinnova i nefasti delle Crociate in "Terra Santa". Sono passati mesi di silenzio, prima che l'urlo di battaglia giungesse finalmente alle orecchie distratte di gazzettieri, tuttologi e lestofanti dell'informazione: nello scorso gennaio, regnante un traballante ma attivissimo Profumo, bande d'invasati chiamati a guidare convitti, licei e istituti tecnici, han giurato sui sacri testi, scatenando un'offensiva che potrebbe smantellare, nella complice indifferenza d'un Paese piegato col terrore del defualt, la pari dignità dei cittadini, il diritto al pieno sviluppo della persona umana e le norme generali sull'istruzione. Invece di istituire scuole statali, come vuole la Costituzione, la tecnocrazia lascia che i dirigenti scolastici risolvano l'annosa questione delle carenze strutturali, legalizzando un arbitrio. Inizia così la diaspora di studenti respinti dalle scuole che, non "avendo posto", li costringono a contendersi il banco, la sedia e i "buoni docenti" a suon di quiz. Mentre presidi e Collegi dei docenti "aperti al nuovo" fingono d'ignorare che l'esito dei test, dissennatamente introdotti nella scuola dell'obbligo, apre la via a una selezione preventiva per le scuole superiori che è a dir poco inaccettabile in termini di democrazia, la valutazione sembra l'ago d'una bussola impazzita. E' un groviglio inestricabile di opzioni deliranti. Qualcuno, per le classi terze della scuola media, s'è inventato indovinelli d'italiano o matematica, altri segnano il confine tra inclusi e esclusi ricorrendo a quiz d'inglese, tedesco, logica e musica, sicché i test decidono allo stesso tempo la scuola d'approdo o la tappa umiliante d'un rifiuto irrimediabile. Figli d'un'Italia malata, non "terra di provincie ma bordello", i nostri ragazzi, esuli in patria, iniziano così il saliscendi per le "altrui scale" e sperimentano il "pan che sa di sale" e l'anima reazionaria della "cultura del merito".
Di fronte a questo sfascio, complici gli imbelli Collegi dei docenti, i dirigenti dell'avanguardismo fanno spallucce e fingono di ignorare il rapporto di causa-effetto che lega "posizioni di prestigio", guadagnate grazie a scelte demagogiche, a discutibili certificazioni di "qualità" e penosi cedimenti alle più strampalate richieste dei genitori e si trincerano dietro le ragioni di forza maggiore create dall'incredibile aumento delle iscrizioni. Sottoposta a logiche di mercato, la scuola che non sta al gioco va incontro al disastro. Non importa che sia un'ottima scuola; importa che non stimola la domanda con un'offerta allettante per il consumatore, che non apre alle delizie del consumismo, non ragiona in termini di concorrenza, non si dedica al marketing, allo studio dei test e, dulcis in fundo, non "presta" locali ai privati, pronti a farle pubblicità coi loro corsi sfrenati di danza afrocubana così cari agli appetiti d'una clientela istupidita dal lavoro indefesso della televisione.
La mannaia dei tagli raccoglie così i frutti sperati e l'adozione del test fa da "setaccio tecnico" per la coscienza critica. E' vero, c'è una logica nei quiz, ma essa punta soprattutto a soffocare in un confine puramente "quantitativo" l'accertamento della "qualità", per mortificare nella scuola statale il valore insostituibile dell'autonomia di pensiero e del ragionamento critico. Presto, molto più presto di quanto si possa credere, anche la scuola migliore, quella che per sua natura non farebbe spazio ai test, sarà costretta ad alzare bandiera bianca. Mentre sparisce l'interlocutore politico - le Provincie saranno cancellate, i Comuni soffocano nei debiti e le regioni duplicano, se possibile in negativo, il triste "modello romano" - la scuola non sa a quale santo votarsi per chiedere spazi e si smarrisce nella lotta per la sopravvivenza, costretta a operare in strutture fatiscenti, a fare i conti con aule situate in condomini e col gelo burocratico di circolari che certificano una condizione di assoluta impotenza: "non esiste alcuna possibilità di assegnare nuove aule". La legge del mercato non consente deroghe: mors tua, vita mea.
Il degrado causato ad arte, partorisce così fatalmente barbarie e dalla barbarie nasce e si definisce con sempre maggior chiarezza il profilo di popoli formalmente "sovrani", ma sostanzialmente ridotti a bestiame votante, servi di un potere che non ha nome, cognome e indirizzo, un'entità astratta che si chiama mercato e pretende obbedienza. Popoli cui poter dire, senza temerne la rabbia, che le banche possono impunemente chiudere gli sportellio senza preavviso e far sì che i risparmi d'una vita, per i pensionati e i lavoratori, cambino di padrone.
Laura Boldrini, sedendo in Parlamento per la prima volta, deputata senza voti e subito presidente della Camera, ha promesso di portare a Montecitorio la voce degli ultimi. L'occasione le giunge purtroppo prima di quanto immaginasse. Eccoli gli ultimi: i nostri figli, privi di colpe e pure più duramente di tutti chiamati a pagare. Perdono la scuola della repubblica che tanto sangue è costato ai martiri della Resistenza. Altiero Spinelli, cui la neopresidente della Camera ha fatto cenno nel suo primo discorso parlamentare, l'aveva previsto: il nemico più pericoloso per l'Europa delle libertà e dei diritti è la finanza. Se non s'è trattato solo di parole, se il cuore e la passione accompagnavano davvero il suo pensiero, bene, faccia sentire la sua voce, urli il suo sdegno. Poi, se questo non dovesse bastare, non deluda chi le ha creduto nonostante tutto. Dia il segnale promesso e alimenti se non altro una speranza: presenti le sue irrevocabili dimissioni. Bersani e soci forse capiranno che non è più tempo di alchimie parlamentari. Non si cambia il Paese, se non si difende col coltello tra i denti il suo sistema formativo.

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