breve di cronaca
Otto marzo Festa della donna
Giocondo Talamonti - 07-03-2013
Quando ci si richiama a comportamenti relazionali come la considerazione dell'altro e dei suoi diritti, il rifiuto di ogni violenza, significa che abbiamo in animo il concetto del rispetto come forma primaria di convivenza e di attenzione e questo non si deve concentrare nel solo giorno dell'8 marzo. L'atteggiamento di ogni essere umano deve essere improntato ai principi di parità, di uguaglianza e di reciproco rispetto.
In una società consumistica, il giorno delle donne viene, da qualche tempo a questa parte, celebrato con cene, con torte alla mimosa in ristoranti pieni di comitive femminili, ma, forse, è giunto il momento di pensare a ricordarlo in modo diverso.
Il percorso di emancipazione che ha portato le donne all'autodeterminazione e all'affermazione di se stesse è complesso.
In ogni cultura, la donna è un riferimento ricchissimo e le sue doti di creatività e sensibilità meritano un'effettiva uguaglianza e parità di diritti fra i sessi. Purtroppo, le cronache ci ricordano che la strada da percorrere per una completa parità fra persone è ancora lunga e irta di difficoltà. Quasi quotidianamente si registrano casi di violenza e scarsa attenzione nei confronti dei più deboli.
La mimosa di oggi sia un simbolo di impegno per ciascuno di noi nell'impostare i rapporti interpersonali su un piano di convinta dignità. L'otto marzo sia un'iniziativa di informazione e contrasto alla violenza contro tutti e risponda alle logiche per cui la "festa" è nata e non si trasformi in una commercializzazione dei valori che essa esprime. Riempiamo pure ristoranti e strutture ricettive, agriturismi.., ma insieme.

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 Lucio Garofalo    - 08-03-2013
Il significato rimosso dell'8 marzo

Come ogni anno il giorno dell'8 marzo si ripete stancamente la festa della donna, che ripropone liturgie e modalità rituali e gestuali di segno edonistico commerciale, frutto di un processo di svuotamento, di rimozione o travisamento del valore più autentico dell'idea originaria, del senso più antico e profondo di una festa laica come l'8 marzo. Il valore storico di una ricorrenza, laica o religiosa che sia, se non è stato definitivamente azzerato o frainteso, rappresenta semplicemente la cornice esteriore, banalizzata e volgarizzata, mentre ciò che conta è il primato della merce, la prassi standardizzata che annienta e svilisce ogni capacità di giudizio critico, alienando l'esistenza delle persone.

Nella società consumista tali ricorrenze, siano esse di origine religiosa come il Natale, di chiara provenienza pagana come il Martedì grasso, o di matrice politica come il 25 aprile e il 1° maggio, costituiscono una serie interminabile di consuetudini esclusivamente commerciali, prive di ogni valore se non quello effimero e pletorico riferito alla più stolta e volgare mercificazione e all'estrazione del plusvalore privato. Si tratta di una sequenza monotona e reiterata di cerimonie ridotte a gesti ripetitivi, consunti e abitudinari che sanciscono la supremazia del mercato e della logica del profitto, l'affermazione del cretinismo di massa, rituali che si ripetono con l'acquisto di regali, la consumazione del pranzo o del cenone, l'alienazione del ballo e dello sballo. E' il trionfo del conformismo di massa, dell'intorpidimento delle coscienze all'insegna della sfrenatezza e della frivolezza assoluta, nell'esaltazione del disimpegno e del riflusso nella sfera egoistica, in una dimensione futile e meschina dell'individualismo borghese.

Soffermiamoci a riflettere sul significato, ormai rimosso, dell'8 marzo. Mi riferisco al senso politico e sociale che diede luogo a tale manifestazione, non a caso introdotta nell'habitat socialista, sul terreno delle lotte e delle istanze del movimento operaio internazionale grazie ad un'idea di Rosa Luxemburg e Clara Zetkin, due donne di grande pensiero e personalità che furono militanti comuniste del proletariato rivoluzionario.

Non è superflua una breve ricostruzione storica della "Giornata internazionale della donna" per cogliere il simbolo originario che nel tempo è stato smarrito o derubricato.

Durante il VII Congresso della Seconda Internazionale nel 1907, a cui parteciparono delegati provenienti da varie nazioni, tra cui i massimi dirigenti socialisti dell'epoca come Rosa Luxemburg e Lenin, si discusse anche della rivendicazione del suffragio universale esteso alle donne. Su questo tema il Congresso votò una mozione in cui i partiti socialisti si impegnavano per l'applicazione del suffragio universale femminile. La prima "Giornata della donna" fu celebrata ufficialmente negli Stati Uniti il 28 febbraio 1909, mentre in alcuni paesi europei si tenne per la prima volta il 19 marzo 1911 su indicazione di Clara Zetkin. Le manifestazioni furono interrotte dallo scoppio della Prima guerra mondiale finché l'8 marzo 1917 nella capitale russa le donne guidarono un'imponente manifestazione per chiedere la fine del conflitto. In tal modo l'8 marzo del 1917 sancì l'inizio della Rivoluzione bolscevica in Russia. Per stabilire un giorno comune a tutte le nazioni, nel 1921 la Conferenza internazionale delle donne comuniste decise che l'8 marzo si celebrasse la "Giornata internazionale dell'operaia". Tenendo presente le ragioni e gli avvenimenti che ispirarono l'istituzione di questa giornata di lotta, occorre rilanciare con forza l'idea che l'emancipazione femminile sarà universalmente possibile ed attuabile solo in una società completamente affrancata dal bisogno e dallo sfruttamento materiale dell'uomo (e quindi della donna), vale a dire in una società di liberi e uguali, in un sistema che sia effettivamente libero e comunista.

La festa della donna, così come venne concepita cent'anni fa, è oggi completamente pleonastica e priva di senso, ridotta ad un cerimoniale vuoto, è la conferma inequivocabile del trionfo del Moloch capitalista, l'esaltazione della religione mercantilista e delle sue liturgie sociali, l'estasi del dio denaro e del feticismo della merce, un culto massificato che celebra l'apoteosi dell'edonismo più arido e dissennato.

Il capitalismo è ancora nella condizione di esercitare un potere ideologico e mentale in grado di assorbire e neutralizzare ogni istanza di cambiamento, ogni desiderio di rivolta, annichilendo l'idea più audace e sovversiva, vanificando il movimento più rivoluzionario.

Insomma, il sistema consumista di massa incarna oggi il vero totalitarismo fascista, un mostro onnivoro in grado di divorare tutto, come scriveva "profeticamente" Pasolini.

 Claudia Fanti    - 09-03-2013
8 Marzo 2013 dalla parte delle bambine

Nel web circolano immagini di donne giovani e belle accompagnate da didascalie del tipo "io l'8 ogni giorno". Sono alte, snelle, con volti che comunicano malinconia, tristezza, inquietudine, preoccupazione per un presente nemico e violento che potrebbe annientare tanto splendore...mi vien fatto di pensare a tutte le donne che potrebbero dire "l'8 da un tempo ormai lontano per la società, composta anche dai miei cari prima giovani e ora resi fragili e indeboliti da politiche dissennate, nonostante i miei immani sforzi per trovare un'armonia fra condizioni economiche e vita il più possibile dignitose".

Questa seconda tipologia di donne ha le rughe, frequentemente ha disturbi e malattie, non ha denaro per curarsi, ma tira avanti senza poesia e senza più bellezza, né la propria né quella a cui non può accedere a causa delle ristrettezze economiche, e cioè quella dell'arte e della cultura in generale. D'altra parte se le donne occidentali sono malconce, lo sono ancor più le altre, quindi? La strada è impervia anche se le difficoltà sono sapientemente edulcorate dai media e dalla rappresentazione che essi offrono della figura femminile.

Guardo le bambine della mia classe: sono piccole, fragili e francamente, osservandole, vien voglia di abbracciarle per la loro determinazione ad apprendere, per la costanza nel voler migliorare i propri risultati. Sono meravigliose proprio per la loro non consapevolezza della propria bellezza, del proprio essere capolavori colorati e affascinati dal sapere, con gli occhi spalancati sul mondo.

Sono collaborative, solidali, pronte a sostenere i compagni in difficoltà, sono in gran parte materne, pazienti, piuttosto ordinate...tutte caratteristiche che si ritengono appartenere alle donne...

E forse le loro competenze sociali che affiancano le altre sono e saranno la loro forza e la loro debolezza insieme. Sì, perché vedo le anziane ogni giorno impegnate a sostenere i piccoli nipoti e gli anziani più anziani di esse. Le vedo caricarsi sulle spalle tutte le responsabilità di famiglie che sempre più soffrono l'attuale crisi economica, come sempre è stato del resto.

Le vedo coi volti segnati, con le pieghe agli angoli delle labbra, con le occhiaie sempre più profonde; le sento respirare con quel lieve affanno nel parlare, con la voce logorata dal fumo di qualche sigaretta usata più come pacificatore che non per vizio...nascondono le loro occupazioni e preoccupazioni, la loro rabbia per una politica che non le pensa e non considera il loro immane sforzo per far quadrare il bilancio familiare, non si interessa dei problemi di loro stesse e dei loro cari. Le ascolto mentre mi dicono che non sopportano i rapporti muscolari dei vari partiti e protagonisti, non sopportano più la baldanzosa superficialità di alcuni personaggi vecchi e nuovi che fanno politica.

Le anziane sono pragmatiche, critiche, con una volontà cocciuta che le aiuta e le ha aiutate nella Storia. Attendono un segno che consenta loro di poter finalmente riposare, scegliere, proiettarsi in un futuro fuori dai luoghi di lavoro per poter raccogliere i propri pezzi di vita seminati ovunque!

Nelle mie fatiche quotidiane per essere sempre vicina al mondo dei bambini e delle bambine ho sempre dato grande valore e energie all'insegnamento della Storia. Non ne sono pentita per molti motivi, uno fra tutti quello che verifico ogni giorno e cioè che i piccoli sono profondamente interessati a scoprire le radici della loro esistenza e anche a esprimere opinioni e a trovare un modo sempre più raffinato per carpire i "segreti" della lingua, l'etimologia delle parole, l'utilizzo delle stesse, l'originale ricerca della metafora per scendere nei meandri della propria storia, della vita e dei rapporti familiari, del come si sono formati e da quali presupposti sono scaturiti.

Le bambine sono le più entusiaste nel constatare l'evoluzione dei costumi, le pause, le cadute e le risalite nella storia delle abitudini e delle consuetudini. Esse sono un po' lo specchio della storia delle donne che dalla parte delle oppresse sono state le più motivate a cambiare, a risalire la china in una società organizzata dagli uomini.

Esse manifestano un'inclinazione alla critica e alla riflessione sugli avvenimenti. Pongono serie domande su ciò che l'attualità propone loro, conversano e si animano se ascoltano le notizie che provengono dai media.

Trovo poco democratico, come del resto molto altro, l'aver "fermato" la primaria allo studio della Storia di Roma. Mi pare assurdo e contraddittorio in particolare se si pensa a quanta enfasi viene posta sulla modernità, sulla tecnologia, sulla pretesa di avviare un'istruzione tesa a un'apertura verso i social network e la comunicazione in rete.