La scuola sul filo di lana
Giuseppe Aragno - 21-02-2013
Sul filo di lana e nella logica oltraggiosa del "voto utile", Skuola, sponsorizzata da Mediaset e Tgcom24, ha pensato bene di chiarire ai lettori-elettori i progetti per la scuola dai "grandi" protagonisti delle elezioni, senza interpellare gli altri candidati. L'iniziativa è quantomeno singolare. I rapporti tra la scuola malata e l'equipe dei "guaritori" dovrebbero essere ormai chiari: Bersani Monti e Berlusconi l'hanno governata assieme in piena concordia. Assieme hanno deciso i rovinosi tagli, l'illegale concorso a quiz e la sorte riservata ai precari; assieme hanno trasferito milioni di euro dal pubblico al privato in sfregio alla Costituzione e non c'è stato gran dissenso nemmeno sulle campagne di stampa per l'orario dei docenti e l'abolizione del valore legale del titolo di studio.
Scuola, istruzione e ricerca, fortilizi di democrazia, strumenti imprescindibili di promozione e riscatto sociale e autentici motori di quello sviluppo invano cercato nella trappola del rigore, nella mortificazione dei lavoratori, nell'attacco ai diritti e nella difesa di privilegi di classe, non avevano mai conosciuto il tracollo che viviamo. La trionfante DC del'48 non giunse a fare delle politiche per la conoscenza il perno di quel "sovversivismo dei ceti dirigenti" che ha ispirato Monti, il suo governo e la maggioranza che l'ha sostenuto. In linea con una tendenza tipica del neoliberismo all'italiana, Monti, Berlusconi e Bersani non si sono limitati infatti a una devastante rinuncia agli investimenti, ma hanno dilapidato un patrimonio di conoscenze e di esperienze pedagogiche e didattiche. Per un anno si è parlato di merito mentre si tagliavano servizi, si sono violate le regole mentre si bandivano crociate per la cultura della legalità, si è battuto sul tasto della formazione e lì ci si è fermati, ignorando che essa è solo una parte del mondo più ampio e complesso che si definisce educazione. Al tirar delle somme, è emerso il disastro e dopo le infinite chiacchiere sulla meritocrazia i docenti, messi sotto processo, hanno potuto verificare che ciò che si voleva da loro era solo la disponibilità a smetterla di educare, di fornire, cioè, strumenti in grado di formare coscienze, scegliere tra sistemi di valori, ricavare dall'insegnamento ciò che sarà utile per la durata di una vita che chiede anzitutto autonomia e capacità di relazione dialettica col tempo che cambia. Si voleva dimenticassero, in ultima analisi, che usar bene una penna, non significa "esser padroni del pennino e dell'inchiostro" ma aver parole da dire quale che sia lo strumento utilizzato: il miscuglio di acqua e polvere colorata con cui la preistoria ci parla dalle sue caverne, la biro, la matita, la tastiera virtuale di un tablet o quale che sia domani lo strumento tecnico che ci consentirà la comunicazione grafica. Si voleva che si limitassero a fornire agli studenti un minimo di competenze da spendere in tempo breve sul mercato del lavoro, per farne una piccola, alienata rotella del grande ingranaggio della produzione. Era, a ben vedere, la messa al bando del "Prometeo", di "colui che riflette prima" e poi si schiera in un conflitto che è legge di vita e nel titanico scontro, metafora classica della lotta di classe, sa come rubare il fuoco agli dei.
Una scelta politica di fondo, quindi, perché ormai è chiaro: a dar retta agli stregoni del capitale, ai docenti tocca stravolgere il "tempo" della scuola, il vero capitale del loro investimento sul futuro; un "tempo" che è l'elemento di distinzione tra una programmazione che guarda lontano e quella che si limita a interventi a "ricaduta immediata", verificabili in senso quantitativo nel breve volger di un anno. Di qui l'Invalsi e i quiz che levano alla gloria degli altari la nozione in nome di una utilità momentanea, buona per derubare i ceti subalterni di una "scuola per la vita" e disarmare Prometeo, difendendo dal furto il fuoco degli dei. Chi ha dato uno sguardo alla legge di stabilità, conosce la miseria della filosofia che sta dietro le scelte condivise dai tre "grandi" e la domanda a questo punto è legittima: perché "Skuola" e in generale il circo mediatico danno tanto spazio ai protagonisti di un sfascio senza precedenti, lasciando fuori Grillo, Ingroia e Giannino?
Se il caso Giannino, profeta della meritocrazia scivolato, guarda caso, proprio su questioni di merito e di educazione - due lauree inventate per rimpinguare il percorso di studi - induce a riflettere sui mostri che genera l'impuro connubio tra merito e mercato, non meno interessante è il "caso Grillo". Al di là del ritorno alla "politica in piazza" e delle conseguenti "piazzate", il suo programma, infatti, mette la scuola su binari "transitabili" dagli addetti ai lavori e attacca le due destre già alleate nel sostegno a Monti con un'affermazione che non fa spazio a equivoci: abolizione della legge Gelmini. Alla chiarezza dell'incipit, però, seguono poi il rifiuto dei finanziamenti dello Stato alle scuole confessionali e private, che fa l'occhiolino al dissenso di sinistra e, per rovescio, i cavalli di battaglia di Profumo, in modo da non dimenticare le delusioni della destra: abolizione del valore legale dei titoli di studio e integrazione Università/Aziende; infine, per star dietro al "nuovismo", che è un "ismo" vitale per il populismo, tutto il web del mondo, il possibile e l'impossibile, senza criteri didattici, con l'abolizione graduale dei libri di scuola stampati e quindi la loro gratuità. Principi sani e fanfaronate, com'è nello stile della casa, ma Skola ha fatto la sua scelta: l'alba del nuova politica nasce con Berlusconi, muore con Monti e fa i conti con Bersani. Altro non conviene ci sia e non se ne parla. Svanisce così la sinistra raccolta attorno a Ingroia con un programma che si colloca in modo consapevole fuori dall'«arco incostituzionale» dei neoliberisti e scandalizza i sacerdoti del dio mercato con quel suo inizio che riafferma il valore universale della scuola, dell'università della ricerca pubbliche. Chi l'ha pensato, non ha cercato a tutti i costi il nuovo ed è, anzi, tornato schiettamente alla "vecchia" tradizione di uomini come Calamandrei, all'idea di una repubblica che garantisce l'accesso ai saperi per tutte e tutti, in base al principio indiscutibile che non esiste altra via per assicurare al Paese cittadine e cittadini liberi e consapevoli; un ritorno a dottrine sociali o addirittura all'«eresia socialista» della centralità della conoscenza, tanto cara ai padri Costituenti, da indurli a farne il tema del terzo principio della legge fondamentale della repubblica. Anche qui netto è il rifiuto della legge Gelmini, voluta da Berlusconi, cara a Monti e Profumo e mai seriamente messa in discussione da Bersani. Un rifiuto che si accompagna a proposte di ispirazione europeista, l'Europa antifascista di Spinelli, però, che è agli antipodi dell'Unione bancaria di Monti, Bersani e compagnia cantante: l'obbligo scolastico a 18 anni e il ritiro del blocco degli organici imposto dalle ultime leggi finanziarie, tutte ispirate, giova dirlo, al delirio monetarista di sacerdoti e servi sciocchi dell'Europa germanica. In questo solco di ispirazione democratica e di "statalismo socialista" - ecco un'altra eresia - si pongono il rifiuto di "qualsiasi progetto di privatizzazione del sistema di istruzione" che unisce sostanzialmente i tre "grandi", e la stabilizzazione del personale precario. Novità significativa, la visione articolata delle politiche culturali. Sarà "passato" anche questo - siamo a Spinelli e al "Club del Coccodrillo", al tempo in cui il nesso tra formare e informare era così chiaro, che Gaetano Arfè cercò di far nascere un telegiornale europeo - ma per Ingroia e compagni, scuola, università e formazione viaggiano sullo stesso binario di una seria riforma dell'informazione e del sistema radiotelevisivo che ne spezzi la subordinazione ai poteri economico-finanziario.
Di tutto ciò s'è parlato poco e si capisce il perché: la ricetta è alternativa. Né, maghi, né guaritori e nemmeno "miracoli rivoluzionari". Senso della storia, però, occhio volto al futuro e, per farla breve, tanta Costituzione. Le urne non cambieranno il mondo, ma a ragionare onestamente bisognerà dirlo: col loro voto scuola e università hanno l'occasione di valutare con decisiva chiarezza l'Invalsi, l'Anvur, e la pletora di ignoranti che da tempo millanta crediti che non ha.
interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf