Attenzione alla legge sulla riforma della scuola
Valentina Soncini - 22-11-2002
Un commento a margine della legge in approvazione alla Camera e già approvata dal Senato per quanto riguarda il sistema dell’istruzione e della formazione professionale in Italia.
Questa legge può suscitare tante perplessità, soprattutto se si cerca di interpretare i passaggi vaghi e indeterminati con quanto espresso in precedenza dalla proposta Bertagna, lo scritto più ampio e completo indicato dal governo nell’anno scorso, prima di ritrattare molte posizioni e formulare proposte molto più indeterminate.
Tra le tante questioni che si possono sollevare, da docente da 15 anni nella scuola di Stato, ritengo di dover richiamare l’attenzione su due punti, di cui uno mi sta particolarmente a cuore.
Il primo punto è la delicata questione dell’individuazione dei curricoli, punto mai decisamente affrontato poiché collegato con la questione delle cattedre. Definire un piano di studi prevedibilmente a 30 o addirittura 25 ore settimanali significa da un lato decurtare molte cattedre e dall’altro impoverire il curricolo. Se poi si scegliesse di lasciare tante discipline con poche ore, i giovani italiani dovranno accontentarsi di insegnamenti “spot”, semplicemente informativi, senza possibilità di formare un pensiero critico.
Questo punto è ancora indeterminato. L’unica cosa che sembra certa è che bisogna risparmiare, certezza che sicuramente non porterà a una definizione libera e saggia sul delicato tema dell’istruzione.
Da come si scioglierà questo nodo vedremo se questo governo fa della scuola una sua priorità per la crescita del paese o una sua priorità per il risparmio nel paese, due soluzioni molto diverse e che non possono lasciarci indifferenti!!!

Il secondo punto mi sta maggiormente a cuore, soprattutto perché più facilmente sfugge a chi non è del lavoro e che rischia di coglierne delle utilità secondarie.
E’ la questione della valutazione periodica, espressa nell’articolo 3, 1a):
“a) la valutazione, periodica e annuale, degli apprendimenti e del comportamento degli studenti del sistema educativo di istruzione e di formazione, e la certificazione delle competenze da essi acquisite, sono affidate ai docenti delle istituzioni di istruzione e formazione frequentate; agli stessi docenti è affidata la valutazione dei periodi didattici ai fini del passaggio al periodo successivo; il miglioramento dei processi di apprendimento e della relativa valutazione, nonché la continuità didattica, sono assicurati anche attraverso una congrua permanenza dei docenti nella sede di titolarità”.

Cosa intendere per “periodi”? La proposta Bertagna intendeva un biennio e dall’insieme dai dati sembra possibile questa interpretazione.
Perché è un problema? Perché significa che la promozione, o la bocciatura, avviene solo alla fine di un biennio. Come potrebbe reagire un ragazzino che sa che per due anni non rischia? Studierebbe alacremente pensando al suo futuro? E’ questa la scuola che aiuta nell’orientamento con scadenze biennali?
Ammettiamo che un ragazzo possa andare al secondo anno del biennio con una preparazione molto lacunosa: che succede al secondo anno? Se non recupera, perché senza basi ( avere le basi sembra un dato fondamentale per chi si appresta a imparare in un itinerario lungo), che anno ripete se viene bocciato alla fine della seconda? un ragazzo che ha perso due anni senza far nulla, poichè il sistema lo ha permesso, rischia di trovarsi senza possibilità di recuperare e ricacciato in livelli e sistemi di istruzione sempre più bassi. Non è forse vero che molti ragazzi avendo ripetuto un anno di ragioniere, o liceo o di istituto poi sono arrivati dignitosamente al loro titolo?
Se è possibile invece recuperare nel secondo anno molte lacune può significare che l’insieme delle informazioni o dei percorsi formativi di un anno è così esiguo che studiando solo un anno se ne passano due. Bella riforma!!! Quando i ragazzi e le famiglie si saranno tolti l’impiccio di una valutazione annuale e quando tutti riusciranno ad arrivare all’Esame di Stato come sarà la preparazione reale di questi ragazzi?
Personalmente penso che si stia proponendo un procedimento didattico senza avere la minima idea di quello che avviene in un’aula di scuola oppure si sta consapevolmente proponendo una riforma di bassissimo profilo culturale. Perché non dire nulla? Come riuscire a insegnare a chi sa che tanto il momento del “controllo” è lontano? Ma si sa cosa succede quando si insegna a ragazzi demotivati e incapaci di capire? Questi si annoiano a morte e si inventano di tutto pur di far passare il tempo. La scuola rischia di diventare un luogo di aggregazione sociale e di mantenimento dell’ordine con obiettivi formativi minimali. Per me questa è la morte della scuola!

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