breve di cronaca
Vogliamo discutere seriamente di come ridurre i costi?
Tuttoscuola - 12-11-2012
Vengono ridotti i finanziamenti alle Province? Spegniamo i riscaldamenti nelle scuole. Ormai si ragiona così nell'epoca dei tagli lineari, in cui si deve far fronte dopo decenni di sprechi a un debito pubblico mostruoso, che ad ogni scadenza lo Stato italiano deve onorare ricorrendo a nuovi onerosissimi prestiti. Del resto per le spese per la carta igienica, le fotocopie e così via, già le scuole sono costrette a richiedere in molti casi il contributo "non obbligatorio" delle famiglie. E' questa la strada da seguire nell'affrontare un tema imprescindibile in uno Stato moderno quale l'organizzazione del servizio scolastico?

Semmai sarebbe più costruttivo ragionare su alcune improduttive distorsioni di sistema, che peraltro attraversano tutta l'organizzazione della pubblica amministrazione italiana e del settore dell'istruzione in particolare. Come quella che in troppi casi chi paga (cioè l'ente che sostiene il costo) non è colui che gestisce e utilizza il servizio, e che un serio ed efficace controllo dei costi non è fatto né dal primo né dal secondo. Non proprio le premesse ideali per un'oculata e sana gestione delle (ridotte) risorse a disposizione. Strano, no? Vediamo.

La Provincia (o la ditta alla quale essa affida il servizio in appalto) - che sostiene i costi di funzionamento e manutenzione degli edifici (parliamo di scuole secondarie superiori) - non ha oggettivamente la possibilità di controllare in maniera sistematica nelle singole scuole se, per esempio, il livello di riscaldamento è eccessivo o se le luci vengono spente sempre quando non servono, evitando sprechi. Lo fa - si dirà - il personale della scuola. Certo, ma un qualsiasi centro di spesa si gestisce e si controlla con adeguati sistemi di misurazione e monitoraggio che non possono che essere "vicini" a dove si generano i costi, e impostati secondo un principio di responsabilizzazione di chi governa le leve di quella specifica spesa e realtà.

Se agli istituti scolastici fosse affidato un budget (di cui render conto) per finanziare tutte le spese di funzionamento degli istituti, dalle utenze ai materiali consumabili (quelle che nel gergo gestionale aziendale si chiamano, non a caso, "costi controllabili"), essi avrebbero la possibilità (e soprattutto l'interesse) di monitorare molto più da vicino questi costi, senza dipendere da qualcuno all'esterno - come l'amministrazione provinciale (o il Comune nel caso di scuole del primo ciclo) - che ha ben poco a che fare con il servizio, è oggettivamente lontano e senza possibilità di inviare squadre di personale a seguirlo da dentro, e che probabilmente non si è neanche dotato di adeguati sistemi di verifica e controllo. E se anche lo avesse fatto non avrebbe l'autorità per dire a una scuola che deve ridurre dell'x percento le spese in quanto è lontana dal benchmark, cioè dal livello di spesa di riferimento (cosa invece che potrebbe fare il Miur) . La Provincia che può dire di agire così ce lo faccia sapere, saremo lieti di venire a verificarlo e a darne subito la massima evidenza.

Il concetto - per capirci - di spendere con la carta di credito di un altro è molto pericoloso, nelle famiglie come nelle imprese e nella pubblica amministrazione. Quando chi fa girare il contatore (che si tratti di elettricità, telefonia o qualsiasi altra utenza) è la stessa persona che poi pagherà la bolletta, ci sono più probabilità che il consumo sia ottimizzato. Se lo Stato - federalismo o non - adottasse almeno il buon senso dell'economia domestica...

E la deresponsabilizzazione di chi decide se e come un servizio va organizzato, ma poi non ne sostiene i costi, non riguarda solo l'edilizia scolastica.

Prendiamo il caso della competenza nell'istituire e chiudere scuole, che il decreto legislativo n. 112/1998, art. 139 ha assegnato a Comuni (scuole del primo ciclo) e Provincie (secondo ciclo). La maggior parte dei costi però, legati al personale docente e ausiliario impiegato, li sostiene lo Stato. Ecco quindi che per Comuni e Province è piuttosto indifferente dal punto di vista economico (ma non politico) chiudere scuole sottodimensionate, magari in centro città o a 3 km da un altro istituto (chi ci segue sa che non parliamo di quelle isolate, in montagna o nelle piccole isole, che vanno mantenute quale che sia il costo). E questo anche se il costo per studente di quelle scuole risultasse molto superiore alla media. Tanto la maggior parte dell'onere è a carico di un altro bilancio (quello statale)... "Si può ritenere che le Amministrazioni comunali, al di là di rare eccezioni, preferiscano - a volte anche per motivi meramente campanilistici - mantenere lo sta to esistente , (...) considerato che l'onere prevalente di gestione anche delle piccole scuole è quello del personale, tutto dipendente statale" (da "Dossier risparmi e qualità, Tuttoscuola, 2008).

Moltiplichiamo i risparmi che si potrebbero fare su un singolo edificio per gli oltre 45 mila edifici scolastici, e quelli per il corretto dimensionamento di un plesso scolastico per migliaia di casi (5 anni fa i plessi con meno di 50 alunni erano 10 mila). Mettendo mano a queste distorsioni si potrebbe rendere enormemente più efficiente la spesa complessiva per l'istruzione, non con i tagli lineari che da anni vengono proposti da chi evidentemente non ha compreso (o voluto comprendere?) fino in fondo i meccanismi di funzionamento e quindi di spesa di un sistema elefantiaco. Un sistema malato di burocrazia e squilibrato da una ripartizione di poteri e responsabilità pensata, e soprattutto messa in pratica, forse prima per assicurare poltrone e potere che per garantire l'efficacia e l'efficienza del servizio.

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