Profumo non lo sa: chi ha ragione non invecchia
Giuseppe Aragno - 08-11-2012
"Non ho fatto nulla per peggiorare la situazione dei precari nella scuola" ha dichiarato Profumo, respingendo l'accusa di aver cancellato le loro speranze, che gli è stata rivolta dal prof. Carmine Cerbera prima di togliersi la vita. I casi sono due: o il ministro soffre di amnesia e non ricorda la disperata rabbia dei precari che a settembre, accampati davanti al Ministero, invano gli chiesero udienza, per convincerlo a non cancellare le graduatorie permanenti, o il concorso l'ha voluto a sua insaputa il Direttore Generale Luciano Chiappetta.

Aveva ragione Don Milani: "La politica è orribile quando chi la fa crede d'essere dispensato dal sentir bruciare i bisogni immediati di quelli cui l'effetto della politica non è arrivato" e non c'è dubbio: il dramma di Cerbera è figlio di un clima di arroganza, persecuzioni e disprezzo per il corpo docente che non ha precedenti nella nostra storia. Per un anno, incurante dei costi umani delle sue scelte, il ministro ha fatto della pretesa "necessità dei tagli" l'alibi per un vero e proprio massacro della scuola poi, d'un tratto, s'è messo a sperperare i soldi dei contribuenti con un concorso inutile, iniquo e fuorilegge. Senza godere del voto di un solo elettore, scialbo, incompetente e autoritario, Profumo ha sbandierato il mussoliniano binomio "carota - bastone" ed è diventato ad un tempo il peggior ministro dell'Istruzione e il carnefice delle giuste speranze dei lavoratori della scuola. E' un primato cinicamente voluto e ampiamente meritato: passeranno alla storia la farsa del "referendum" sul valore legale del titolo di studio, il crescente sovraffollamento delle classi, l'inaudito attacco al diritto allo studio, ai disabili, al tempo pieno, il polverone delle "24 ore" levato ad arte per coprire la privatizzazione ormai quasi approvata e il progetto di annientamento degli insegnanti precari.

Si chiude oggi un cerchio aperto molti anni fa e basta percorrere a volo radente le tappe del calvario di studenti e lavoratori della scuola, per capire che il "ministro tecnico" è giunto al capezzale della scuola agonizzante dopo provvedimenti inqualificabili. E' del 15 marzo 1997 la legge 59 che trattò la scuola come una qualunque attività produttiva e decretò la fine di numerose istituzioni scolastiche in base a indecenti parametri numerici. Da quel momento, serva o no al territorio in cui opera, una scuola muore se non ha "una popolazione, consolidata e prevedibilmente stabile almeno per un quinquennio, compresa tra 500 e 900 alunni". Per gli istituti "sottodimensionati" è stata "pena capitale" e di lì sono nate feroci unificazioni orizzontali tra scuole dello stesso grado esistenti in ambito territoriale e accorpamenti verticali in istituti "comprensivi" che, fu promesso, avrebbero rispettato esigenze educative e progettualità del territorio. Mentre un'autonomia pezzente apriva la via alla fuga verso il "privato" e iniziava lo stillicidio dei posti perduti, nelle zone "a rischio" la criminalità organizzata ringraziava per l'inatteso regalo: la scuola sbaraccava là dove più necessaria appariva la sua presenza. Per usare il linguaggio aziendale caro a Profumo e soci, tra miseri risparmi e crollo della qualità, il rosso in bilancio sul piano etico ebbe così un'irresistibile impennata.

In una sorta di "cupio dissolvi", tra giugno e luglio del 1998 seguirono a ruota il regolamento che perfezionò il dimensionamento e il Decreto 331 che sconvolse la già disastrata rete scolastica e le regole per la formazione delle classi e degli organici. In nome del dio del risparmio e in base ai soliti parametri quantitativi, si unificarono istituti di diverso ordine o tipo, si cancellarono sezioni staccate e plessi, si proibì di costituire una classe quando le iscrizioni previste erano meno di 30. Il numero degli alunni per classe, anche in presenza di portatori di handicap, violò così ogni norma di sicurezza in scuole da sempre malconce. Cancellate senza ritegno classi su classi e lasciati i docenti senza lavoro, gli studenti, ridotti a carne da macello, furono sparpagliati nelle"scuole viciniori" e in quanto alle "eventuali iscrizioni in eccedenza", si pensò bene di dividerle tra "le sezioni della stessa scuola". A parole si mise l'alt sul limite estremo di "28 unità per sezione", ma il confine fu poi violato e saltò persino l'impegno di escludere dalla spartizione le sezioni con alunni in situazione di handicap, che subito giunsero a 25 ragazzi stipati in classi per lo più inadeguate e fatiscenti.

"Bisogna far quadrare i conti, non ci sono soldi", fu il ritornello, ma per le private di quattini ce ne furono sempre. Agli studenti ormai non badava nessuno e nelle scuole cominciarono a "sparire" i docenti. Sulla via dell'aziendalizzazione, l'8 marzo 1999 il DPR 275 inserì nel linguaggio comune la "domanda delle famiglie", cui la scuola finì col soggiacere, confezionando la sua "offerta" ai fini di un ambiguo "successo". Il calcolo dei "crediti" giunse a coprire il rischio dell'analfabetismo e nacquero attività di ogni tipo, dalla concorrenza sul mercatino delle pulci, alla "giornata del cuore". In un tripudio di scuole parificate, legalmente riconosciute e pareggiate, tutte a carico dello Stato alla faccia dei famosi "risparmi", ai giovani docenti esclusi e in difficoltà si offrì lavoro sottopagato e spesso gratuito in cambio di "punti" per un'assunzione che non sarebbe mai venuta. In quanto alle famiglie, le più abbienti trovarono una vasta gamma di diplomifici pagati coi soldi dello Stato. Il valore legale dei titoli di studio non fu toccato, ma fece fortuna il mercato dei "crediti". Era iniziata l'età dell'oro delle convenzioni con università private, enti e agenzie sorte come fossero funghi, per dare il loro "ineludibile apporto" alla realizzazione delle più stravaganti aspirazioni. La bandiera della "qualità" annunciò il mito del merito, a cui, nella pratica quotidiana, diede, in realtà il colpo di grazia la riduzione in servitù dei supplenti, persi nel gioco al massacro di assunzioni a cottimo e licenziamenti, e dei docenti appartenenti a classi di concorso che presentavano esuberi di personale, i "soprannumerari", costretti a corsi di riconversione professionale, pena il licenziamento.
Aperta la breccia e trasformati i presidi in riluttanti o complici "dirigenti", nel mirino entrò presto la dignità dei lavoratori.

Chi andasse a cercare oggi nomi e partiti, troverebbe schieramenti variopinti: Scalfaro, Berlinguer, Prodi, Flick. Centrosinistra per lo più. Gli ingenui stupiranno, ma è un dato storico: dove si ferma la destra, perché occorrerebbe la forza, ecco in soccorso l'inganno della sedicente "sinistra riformista".
Profumo è ultimo dopo Moratti, Fioroni e Gelmini, ma molto ci ha messo del suo, ispirandosi al modello Marchionne e creando un clima di irresponsabile e crescente insicurezza. Nessuno come lui ha cancellato diritti acquisiti nel corso di una vita in nome di becero giovanilismo ed è chiaro che non lo sa: chi ha ragione non invecchia. E' stata la precarietà condotta alle estreme conseguenze la molla che ha indotto Carmine Cerbera al suicidio, questo è certo, ma non meno certo che a togliere ogni certezza ai docenti precari è stato Profumo. Farfugli se vuole la sua impossibile difesa, il ministro. Uno più uno fa due e le conclusioni può tirarle chiunque.

Tags: Profumo, precari, Cerbera, Don Milani, Miur, Scalfaro, Berlinguer, Prodi, Flick, Moratti, Fioroni, Gelmini


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