tam tam |  storie  |
L'Unione Sindacale a Bari
Pasquale Piergiovanni - 24-09-2012
"L'ufficio centrale della Camera del Lavoro di Bari e Provincia: riconosciuto che il movimento operaio deve proporsi l'unità effettiva del proletariato sul terreno degli interessi di classe al di sopra e fuori da ogni preoccupazione sia confessionale sia politica che religiosa; riaffermato il principio che fuori delle organizzazioni ogni socio delle medesime può partecipare a tutti quegli istituti e a quei movimenti che meglio rispondono alle proprie idealità politiche; stabilisce che la Camera del Lavoro e le organizzazioni a lei aderenti debbano mantenersi autonome e indipendenti da tutti i partiti e, in armonia a questi ultimi delibera di aderire all'Unione Sindacale Italiana".
Il Segretario
Enrico Meledandri
Cfr. La Fiumana, 1 febbraio 1914





La storia dell'Unione Sindacale Italiana in Puglia è una storia di fatti. Fin dal suo primo manifestarsi, il movimento sindacalista pugliese - nella sua forma più radicale - fu l'espressione concreta e razionale di esigenze ed aspirazioni proprie della massa lavoratrice pugliese che condividevano - unitamente alle altre comunità meridionali - la triste condizione dello sfruttamento sia da parte dei latifondisti locali sia - indirettamente ma non meno brutalmente - dalla classe politica ed imprenditoriale "piemontese". Tali aspirazioni affondavano le loro radici nella complessa e dolorosa esperienza di intere generazioni di lavoratori che avevano verificato - a proprie spese - quanto velleitario sia la speranza di vedere, effettivamente, cambiare le proprie condizioni fidando nel "cambio dei padroni", trovarono nell'organizzazione sindacalista e, soprattutto, nei metodi di cui essa si faceva assertrice, lo sbocco più appropriato e soddisfacente.
Di fronte ad un PSI, alla CGdL ed alla Federterra che - in base alla consunta teoria marxista del "materialismo storico" - inquadravano il mezzogiorno d'Italia in una fase di sviluppo economico precedente quello capitalistico riducendolo, in modo sbrigativo e semplicistico, ad un settore feudale e tutto sommato marginale rispetto all'economia mondiale i sindacalisti rivoluzionari pugliesi cercarono di dare al movimento dei "senza terra" quello che a loro mancava: un'organizzazione capace di dare concreta espressione alle diverse e, spesso, confuse aspirazioni di emancipazione sociale.
I militanti del sindacalismo rivoluzionario pugliese, tutti di provenienza proletaria e autodidatti, non furono certamente dei teorici. L'azione diretta, propugnata dal sindacalismo rivoluzionario teorico, non l'appresero certo dai libri nei quali, semmai, vi trovarono la conferma - sotto forma letteraria - di quanto essi, già da tempo, praticavano nell'azione quotidiana.
In estrema sintesi il sindacalismo rivoluzionario pugliese fu l'espressione organizzata e razionale del proletariato pugliese che - stanco di aspettare - volle "cambiar metodo" conquistando direttamente e basandosi sulle sue sole forze, quei diritti che - da sempre - i politicanti avevano sbandierato demagogicamente per carpirne il consenso a fini elettorali.
Il sindacalismo rivoluzionario pugliese - rappresentato dall'USI - fu, dunque, perlomeno nella fase iniziale una reazione consapevole alla politica riformista del PSI e della CGdL che - privilegiando nei fatti - la classe operaia del nord - individuata come il soggetto del "divenire rivoluzionario" - avevano optato per una politica "collaborazionista" con il governo Giolitti. Un governo che basava la sua strategia proprio sulla mediazione tra i grandi gruppi industriali e capitale finanziario di cui questi gruppi erano l'espressione e "l'aristocrazia operaia" del nord.
Una storia interrotta bruscamente l'8 agosto 1922. Ma di questo parleremo, più diffusamente, in altro post.

discussione chiusa  condividi pdf

 Pasquale Piergiovanni    - 24-09-2012
Quando - qualche giorno fa - sono entrato in possesso di questo documento storico (tratto da una tesi di laurea del '73 fortunosamente pervenuta in mio possesso) confesso che sono rimasto un po' perplesso per l'ambiguità lessicale. Ho, poi, ricevuto una precisazione storica che riporto per correttezza scusandomi, in anticipo, per l'involontaria pubblicità ad una pubblicazione letteraria che sarà presente - a breve - nelle librerie. Pasquale Piergiovanni

Mi permetto di fare un chiarimento necessario su questo manifesto che a guardare bene non è proprio così antimilitarista come sembra dal titolo e che (comparso su L'Internazionale) fu fatto dalla corrente interventista deambrisiana dell'USI che di li a poco, sconfitta nell'USI, lascerà il sindacato. Questo manifesto fu fatto dai deambrisiani per il timore che l'italia si allesse agli imperi centrali nel primo conflitto mondiale e se leggete bene fa capire la necessità di una scelta diversa, che poi sarà quella di stare al fianco dell'alleanza di stati che si contrapponeva agli imperi centrali, per preparare quella "rivoluzione" che per questi interventisti seguirebbe alla sconfitta degli imperi centrali. Molto equivoco il discorso sulle armi che daranno in guerra e che poi serviranno... Comunque questo manifesto viene analizzato da Franco Schirone in una scheda (sulla lotta tra interventismo e antimilitarismo nell'USI nel 1914) che comparirà sul secondo volume del centenario dell'USI che uscirà tra poco. Accanto a questo manifesto troverete nel libro un'altro manifesto dell'USI di quei mesi che rappresenta invece una chiara posizione antimilitarista. Cominciate a prenotare il secondo volume del centenario edito dall'USI!

Gianfranco Careri